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Realizzato in partnership con l’Associazione Culturale “Scuola Montessori” APS e con gli studenti del Liceo Statale Maria Montessori di Roma, questo numero di Spartaco Magazine accoglie anche il racconto vincitore del concorso “I colori della memoria” che dà il titolo al Magazine di maggio.
“Olivia”, di Camilla Pinto, affronta con sensibilità e intensità le conseguenze del bullismo e il peso delle ferite invisibili che lascia dentro chi lo subisce. Ma è anche una storia sulla necessità di vivere le emozioni fino in fondo, senza vergognarsi della fragilità o del dolore. Perché sono proprio le emozioni più difficili a insegnarci il valore di quelle luminose, e senza ombra non sapremmo riconoscere nemmeno la felicità.

Camilla Pinto, classe 2F Liceo statale Maria Montessori di Roma
OLIVIA
Sono trascorsi ormai quasi tre anni dall’ultimo ricordo a colori di Olivia, dalla sua ultima memoria ancora intrisa di emozioni. Olivia ricorda le sfumature della vita soltanto fino ai suoi 13 anni, prima che imparasse la tattica più efficace alla sopravvivenza al dolore, prima che capisse come riuscire a spegnere le proprie emozioni con la semplicità con cui si disattiva un interruttore.
Quando frequentava il secondo anno di scuole medie, Olivia era vittima di bullismo da parte dei suoi compagni di classe. Veniva spesso presa in giro per il suo aspetto, in particolare per il suo naso poco aggraziato, di certo non adeguato al canone di bellezza. Veniva sminuita nei suoi successi e nei suoi traguardi, e ancora non mancavano i dispetti e gli scherzi di cattivo gusto, ormai parte della quotidianità per la ragazza, spesso risultanti nel danneggiamento dei suoi effetti personali o in offese piuttosto gravi.
Prima che ricorresse alla strategia che era diventata quella definitiva, Olivia le aveva sperimentate tutte, ma nessuna aveva mai funzionato. Neppure gli adulti, spesso, erano capaci di intervenire fornendole l’aiuto di cui aveva disperato bisogno, e ciò la faceva sentire ancora più sola e senza riparo. Aveva ormai compreso che per molti di loro era una scelta più comoda ignorare, non guardare quando avrebbero dovuto, per soffocare il naturale senso di responsabilità che li azzannava nello stomaco alla consapevolezza di aver semplicemente voltato le spalle a una richiesta di soccorso.
Olivia aveva imparato che gli adulti preferiscono ingannare la propria coscienza per perdonarsi quel disinteresse. Così, almeno, avevano sempre fatto con lei come quel giorno alla festa della scuola. Olivia aveva deciso di sperimentare qualcosa che per lei era del tutto nuovo, e quella mattina era arrivata a scuola con il viso truccato in modo insolito. Aveva cercato di coprire le sue imperfezioni ed enfatizzare i tratti che a parer suo erano i migliori del suo viso, e si sentiva bella. Ma le aveva fatto male scoprire che, per gli altri studenti della sua scuola, non appariva di certo così come credeva. La festa era passata tra lo scherno, la cattiveria e l’umiliazione da parte dei suoi compagni, ma era soprattutto l’indifferenza dei professori, a cui aveva denunciato le varie caricature, i vari scherzi meschini e i vari insulti, che feriva Olivia.
Nessuno le era venuto in soccorso.
Ecco, questo è l’ultimo ricordo vivo nella mente di Olivia, tinto di disperazione e dolore, ma soprattutto di rassegnazione e di desiderio di non stare più in quel modo. La ragazza aveva dunque capito che l’unico modo per stare meglio era pensarci da sé, e che in quel momento, in una situazione di tale emergenza, aveva bisogno di rendersi impenetrabile, di costruire una barriera tra sé stessa e il male, e per farlo doveva annullare quello che la rendeva così vulnerabile: le sue emozioni.
Da quel giorno, gradualmente, Olivia aveva iniziato a distaccarsi sempre più da ciò che le accadeva, e, pian piano, anche dalle belle cose. Le sue giornate, per quanto diverse, erano monotone, spente, piatte. I suoi ricordi, prima vividi, brillanti e ricchi di emozioni a colori, avevano ceduto il passo aun grigiume indefinito, che le sembrava tutto uguale, perché ormai non c’era più nulla che la colpisse nella vita.
La memoria di Olivia aveva perso il suo colore, ed è ancora oggi, che lei ha 16 anni, grigia. Olivia non è più vittima di bullismo, studia il necessario, ha buoni amici e va a scuola con serenità. Ma di lei non c’è che un guscio: non prova nulla, si sente vuota, niente di ciò che la circonda la riesce a toccare davvero nel profondo. Tutto ciò che le accade da tre anni a questa parte, lei lo ricorda malapena, nella sua mente è tutto confuso, c’è come una nebbia. Però Olivia non soffre, perciò le va bene così: quando litiga con i suoi genitori, neanche un’ombra di emozione approda nel suo animo, non si rattrista, e persino quando riceve un brutto voto a scuola non ne è particolarmente toccata.Quello di cui la ragazza non si preoccupa però, è il fatto che neanche la gioia le appartiene più. Non si rallegra mai se non in modo istantaneo e superficiale, e a breve termine, e ha interiorizzato il concetto di felicità come assenza di emozioni negative.
Un martedì come gli altri, un ospite inaspettato tiene una lezione nella classe di Olivia per un progetto extracurricolare. È una psicologa, è giovane ma si vede che ama la sua professione e ciòche vuole trattare con i ragazzi è il significato e l’importanza delle emozioni. La psicologa parla molto, ma quello che colpisce più Olivia è un’affermazione in particolare: «Le vostre emozioni, ragazzi, hanno su di voi molto più potere di quanto mai immaginiate. Hanno potere sul vostro corpo e sulla vostra mente, sui vostri ricordi, sulla vostra memoria, su ciò che fate nel presente e sul vostro futuro. Proprio per questo non vanno trascurate e vanno sempre gestite, ma mai soffocate…»
Olivia riflette sulle parole che ha appena sentito e si rende conto che non si è mai comportata come da consiglio della specialista. Eppure, non aveva mai realizzato quali potessero essere le conseguenze dello spegnimento delle sue emozioni e non aveva mai ritenuto potessero essere negative.
«Adesso facciamo un gioco. Vi aiuterà a comprendere come le emozioni influiscano sulla nostra memoria e come classifichino i ricordi. Chiamerò tutti voi uno alla volta, e vi chiederò di associare un ricordo, il primo che vi venga in mente e che abbiate voglia di condividere, al colore che sceglierò per voi. Vi chiedo di essere sinceri e vi ricordo che non ci sono risposte giuste o sbagliate a questo esercizio. Qualcuno ha voglia di iniziare?»
Olivia ascolta le indicazioni della donna e non può fare a meno di trovarsi in difficoltà. Il rosso, il giallo, il blu o il nero, lei non saprebbe proprio cosa dire, non saprebbe quale ricordo sarebbe il migliore da raccontare. Alice è chiamata per prima, e al colore giallo decide di associare il giorno d’estate in cui ha incontrato il suo ragazzo. Poi Marco la segue, e al rosso associa il ricordo della peggiore litigata che ha avuto con suo fratello. Al blu, Martina collega il ricordo della sua prima verifica insufficiente in matematica e la tristezza e la delusione provate. Quando è il turno di Olivia, la ragazza si blocca, e decide di non partecipare al gioco. Si sente diversa, sbagliata, come se qualcosa in lei non funzionasse nel modo corretto. Perché i suoi ricordi non sono colorati come quelli degli altri? Cosa non va in lei? I suoi pensieri la fanno stare male e minacciano di alterare quella che lei crede essere felicità, perciò decide di mettere in atto quella che ai suoi occhi è la sua salvezza ed esce dalla classe per allontanarsi dal luogo che le ha suscitato tali sensazioni di tristezza e insoddisfazione, e per poterle sopprimere. Passati 15 minuti, la lezione è finita, e mentre torna in aula Olivia si imbatte nella psicologa che vi è appena uscita. Non resiste alla curiosità e decide di raccontarle meglio il motivo della sua negata partecipazione. Le confida di come non riesca a dare un colore ai suoi ricordi e di come le sembrino tutti grigi. Inoltre, confessa le sue frequenti lacune di memoria, spesso notevoli, di cui non comprende la natura.
«Non preoccuparti, mi sono trovata nella tua stessa situazione durante l’adolescenza, e capisco cosa intendi. Ti consiglio di parlarne con qualcuno che possa aiutarti, come uno psicologo o un terapeuta, ma se posso darti un suggerimento nell’immediato, ascolta le tue emozioni, identificarle e affrontale senza soffocarle. Sono davvero importanti, e puoi imparare a gestirle anche vivendole. Comincia da adesso con un gioco simile a quello di oggi in classe: associa a ogni evento, piccolo o grande che sia, a un colore, e ricordalo. Ti aiuterà a riconoscere come ti senti e a rientrare in contatto con le tue emozioni».
Olivia segue il consiglio da subito, e decide di associare due colori anche a ciò che le è capitato oggi: il blu, un blu spento, per la sua tristezza nel non riuscire a partecipare al gioco, ma anche il bianco, come una luce, perché sa che può ricominciare ad accendere le sue emozioni da oggi in poi. Continuando così, Olivia colora nuovamente la sua vita e i suoi ricordi, sentendo sempre di più ciò che le capita nel profondo. La tentazione, nei momenti peggiori, di tornare a soffocare ciò che sente per non provare dolore, si fa spesso sentire, ma la ragazza ha imparato a resistere. Ora sa cosa è davvero la felicità, e che non esiste senza tristezza. Ora sa che è nel colore che può cercare ciò che la fa stare bene.
Sono trascorsi quasi tre anni, e ora Olivia ha riavuto i suoi colori indietro.
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