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Nel racconto di Rossella Tempesta il colore è un filo che lega i ricordi. Minaccia e speranza, dolore e futuro, quando gli eventi si fanno innominabili ma la poesia sopravvive.

Rossella Tempesta, autrice di “La pigrizia del cuore”
HO SEMPRE AMATO IL BLU
Ho sempre amato il blu, l’ho cercato in ogni cosa intorno a me, come un conforto, uno spazio di respiro e di fiducia.
Forse perché mia madre aveva gli occhi blu, il primo blu che ho visto, mentre succhiavo latte e vita dal suo seno.
Il colore d’occhi di mia madre era di una rarità assoluta tra la nostra gente, e neppure io li ho ereditati quegli occhi incredibili, per questo, dev’essere, ne cerco ovunque il colore.
Nel deserto dove si trovava il mio villaggio di blu c’era solo quello del cielo, quando non era troppo sbiancato da un sole furibondo, però io ero bravo ad accaparrarmi in fretta qualsiasi panno di colore blu intravedessi nelle balle di vestiti che ci arrivavano di tanto in tanto, insieme a quelli che voi del Mondo di sopra chiamate aiuti umanitari.
Quello che mi ha davvero aiutato invece è stato un ragazzo, un volontario italiano che ci insegnavaa scrivere e a leggere, a fare scuola, diciamo così, e anche l’italiano ci aveva insegnato, alla buona certo, ma quanto a me era bastato per affezionarmi a lui, desiderare sempre più di ascoltare le cose che sapeva raccontarmi, della sua vita in Italia, della sua famiglia, e della sua grande passione per la poesia.
Ecco, Arturo, si chiamava così, ha dovuto prima farmi capire cosa fosse, la poesia. Per farmi capire il senso di quella parola italiana che nella mia lingua non aveva corrispondenze immediate, mi portava ad esempio i canti delle nostre madri, canti per addormentare o intrattenere i bambini, e mi diceva che quello era la poesia.
Man mano che la mia capacità di comprendere la lingua aumentava, Arturo alzava il tiro e mi faceva leggere tanta poesia, tanta. Avevamo iniziato con Gianni Rodari, quelle poesie filastrocche le avevamo imparate tutti in coro, seduti in cerchio, sul porticato del centro missionario dove facevamo scuola.
Questa è stata la prima poesia che ci ha letto e poi insegnato. E non ha dovuto spiegarcela poi tanto.
La lacrima di un bambino capriccioso
pesa meno del vento,
quella di un bambino affamato
pesa più di tutta la terra.
Se ci ripenso, credo che sia nata allora in me, la nostalgia di Arturo, e con quella la sua mancanza, la mancanza che mi avrebbe spinto a fare quel che ho fatto per raggiungerlo – dieci anni dopo la sua partenza- in Italia.
Anche se può essere difficile crederlo, io non stavo male nel mio villaggio, ma ormai avevo assaporato altri orizzonti attraverso i racconti di Arturo, e avevo voglia di andare a cercarli. Io volevo andare a cercare la poesia, a conoscere i poeti che mi aveva fatto leggere Arturo, ma li volevo proprio incontrare in carne e ossa, e non mi soffermavo neppure sul pensiero che i più fossero morti e da molto. Ero troppo giovane perché la morte mi potesse frenare. Diciassette anni, ero immortale.
Non voglio raccontare nulla di quello che è stata la mia odissea per arrivare in Italia; sì, Arturo ci aveva anche raccontato la storia di Ulisse e del suo viaggio. Diciamo solo che nella mia personale di odissea l’unica che non ho incontrato è stata Circe.
Un particolare, un dettaglio non da poco, lo voglio evidenziare però: per la partenza mi ero vestito con più blu possibile, e siccome di scarpe blu non ne avevo proprio, le avevo chieste a un mio amico, e gli avevo offerto in cambio le scarpe da ginnastica che mi aveva regalato un dottore greco, uno bravo e simpatico che lavorava come volontario al centro pediatrico dei medici senza frontiere.
Il cambio può apparire non conveniente, se dico che per un paio di sneakers quasi nuove ho ricevuto due ciabatte di gomma pure abbastanza consumate. Ma blu, il blu che mi avrebbe portato fortuna durante il viaggio, il blu degli occhi di mia madre, che mi avrebbe protetto fino all’arrivo. Mia madre che non c’era più già da tre dei miei diciassette invincibili anni.
Niente, non voglio dire niente di quello che è stato il viaggio, non ce la faccio, e poi si sa già tutto, siamo partiti in 300 e arrivati in 170.
Io sono arrivato, e vivo, questo è un fatto.
Arrivato a Gaeta, che porta il nome della nutrice di Enea, e nelle vicinanze ho trovato lavoro, spiaggino al Lido Mediterraneo Beach, un piccolo e ben curato lido familiare dove Benedetto e Maria mi trattano come un fratello minore e i loro piccoli Lorenzo e Isabel mi hanno scelto come fratello maggiore e compagno di giochi, ed è solo da me che si fanno “salvare” dai cavalloni di spuma bianca che arrivano festosi a riva; sì festosi questi, non più paurosi come quelli color cenere dei miei incubi.
Il piccolo stabilimento, preceduto da un ombroso viale di tamerici, sembra quasi sdraiato tra Gaeta e Sperlonga: da qui all’alba e al tramonto, quando l’afa non sfoca, si vede bene il Circeo, il promontorio magico col nome di quella Circe che mi è mancato d’incontrare durante la miapersonale e corale odissea.
Non lontano dal mio lido, si trova la grotta dell’Imperatore Tiberio, e all’interno posso guardare le statue che raccontano pezzi dell’Odissea, ed è lì che ho visto per la prima volta Ulisse, e ho conosciuto Polifemo dall’occhio solo.
Anche la mia ciabatta blu è rimasta una sola, l’altra credo di averla persa sulla spiaggia dello sbarco notturno, nella concitazione del momento, nel buio, nella paura, nella immensa grazia di toccare terra ed essere ancora vivo.
Dell’altra ciabatta, sopravvissuta come me, ho fatto un quadro, incorniciato da legni bianchi che il mare restituisce alla spiaggia, lo tengo appeso accanto al mio letto, vicino alla poesia di Rodari, che ho riscritto di mio pugno sul bianco della parete.
Perché io so scrivere in italiano e conosco la Poesia.
Arturo vive in Svezia, insegna italiano e poesia, mi ha promesso che la prossima estate viene a trovarmi.
Formia, maggio 2026
Rossella Tempesta
p.s. una diversa, precedente, versione di questo mio racconto è raccolta nel libro d’artista OLTREPASSI 201 dell’artista Maria Cristina Ballestracci (NFC edizioni 2025). Sua è la fotografia della ciabatta blu, da lei raccolta su di una spiaggia come altre duecento calzature relitte, alla quale mi sono ispirata per il mio racconto.


Etichette: edizioni spartaco, Ho sempre amato il blu, I colori della memoria, racconti, Rossella Tempesta