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di Paolo Calabrò
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“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò (di cui leggerete anche un racconto originale) i partecipanti si sono messi alla prova con un’unica, stimolante consegna: raccontare l’imprevisto. Ne sono nati testi molto diversi tra loro per tono, stile e immaginario, ma tutti accomunati dallo stesso nucleo narrativo — quel momento in cui qualcosa devia, interrompe o ribalta l’ordine delle cose.
Questa raccolta restituisce la varietà di sguardi emersi durante il laboratorio: storie intime e quotidiane, derive surreali, frammenti di tensione o rivelazioni improvvise. Ogni racconto è il tentativo di dare forma a ciò che non si può prevedere, ma che spesso definisce davvero una storia.”

Sono nata a cresciuta a Santa Maria, ma ho studiato e lavorato tra Napoli e Aversa, laurea in Giurisprudenza, Mediatrice Civile e Commerciale, Mediatrice Familiare, Insegnante.
Tante passioni, in particolare Musica e Cinema.
ALICE NEL PAESE DEI BALOCCHI
5 minuti di ritardo sono un classico, 10 una seccatura, ma 30 una rottura di palle … di lì mi convinsi che avevo aspettato abbastanza e che il piacere di andare a cinema da sola, nella nuova fase della mia vita, mi permetteva di lasciare a piedi la mia discutibile/improbabile compagnia del pomeriggio.
In fondo svincolarmi da tutti era un piacere che avrei voluto gustarmi da tempo, dopo secoli di accondiscendenza.
Da ragazzina avevo l’abitudine di farlo e ricordo quanto ciò fosse un piacere assoluto.
Ecco perché quel ritardo fu provvidenziale. Avrei potuto scegliere il film più improbabile e, soprattutto,trattenermi a guardare i titoli di coda, sprofondando nella mia poltrona rossa, oramai libera da ambo i lati, concedendomi un vero momento di grazia.
Fu così che quella domenica pomeriggio andai al piccolo cinema del paese limitrofo, a soli 7 chilometri dalla mia città.
Avevo scelto un film francese e avevo voglia a quel punto di pregustarmi il momento della “poltrona rossa”.
Ma contro ogni mia previsione, allo scoccare delle 19:30, sul compimento della scena finale, venimmo prontamente invitati a uscire. Il film francese doveva “necessariamente” dare spazio alla demenziale commedia del momento e il secondo gruppo si apprestava a entrare con marcata voracità.
Il mio agognato momento dei “titoli di coda” era stato distrutto dall’orda selvaggia che avanzava e la mia poltrona rossa già attendeva un nuovo e più procace deretano.
Io, intontita e infastidita, feci un po’ di fatica ad accedere alla via di fuga.
Rischiai di inciampare più volte nella polverosa tenda di velluto rosso posta alle uscite laterali del cinema/teatro, barcamenandomi ancora tra il buio e la fioca luce delle uscite d’emergenza e appena fuori ci misi un po’ a riacquistare pienamente la vista e adattarmi alla luce.
A dicembre alle sette è già buio, ma quella volta il cielo era terso, la luna era piena e non c’era un rumore in giro.
Una serata fredda ma perfetta, dove la luce dei lampioni rischiara e dona calore e la gente resta a casa.
Mi diressi velocemente verso l’auto, che avevo deciso di parcheggiare dietro la piazza del piccolo paese, così da non essere infastidita dal solito improvvisato posteggiatore e, fu lì che la vidi, a fianco alla portiera del lato guidatore, portiera che a quel punto avrei voluto disperatamente aprire per dileguarmi, ma non sarebbe stato più possibile.
Era una bambina di circa 7/8 anni con il capo nelle ginocchia, raggomitolata a terra come una chiocciola, con i capelli scuri raccolti in una coda, e vestiti semplici e sgualciti.
Piangeva in maniera dirompente e a tratti si fermava per riprendere fiato.
Cazzo! mi dissi. E questa ora da dove è uscita?
Mi avvicinai con fare interrogativo, leggermente stizzito e le chiesi cosa fosse successo e se avessi potutofare qualcosa.
A questa domanda, la bambina alzò la testa e, asciugandosi il moccio e qualche lacrima con la manica del maglione, smise improvvisamente di piangere.
I suoi occhi neri erano talmente intensi che non avrei potuto distinguere la pupilla dall’iride, il suo viso,paffuto ma colorito, mostrava le sue origini e capì che era una sinti, scappata da chissà quale comunità rom del posto.
La sensazione era di incredulità, sconforto e un pizzico di paura. Ma mi feci coraggio e le dissi: “Come ti chiami?” accennando stranamente e quasi involontariamente a un sorriso.
La bambina, tirò su con il naso ancora una volta, e candidamente mi chiese “Come ti chiami? Quanti anni hai? Da dove vieni?”.
Nel giro di pochi secondi la situazione si era ribaltata! La piccola disarmante investigatrice aveva completamente cambiato espressione. I suoi occhi si erano arricciati improvvisamente negli angoli, lasciando spazio ad un’espressione serena e soprattutto a nuove domande, senza però dare risposte.
Sembrava evidente che fosse più a suo agio di me!
Le dissi che mi chiamavo Diana, che all’incirca potevo essere sua mamma e che non sarei andata via se non mi avesse detto che ci faceva lì e perché fino a poco prima stesse piangendo.
Ma la sua disperazione aveva assunto un aspetto inatteso, si era trasformata in serenità e ilarità, si alzò guardò fugacemente la mia auto e mi chiese di comprarle qualcosa da mangiare, perché aveva una gran fame.
Lo so che è da incoscienti dare la mano a una bambina sconosciuta una sera d’inverno nel ventunesimo secolo, ma io non so come venni spinta da una sorta di follia momentanea, e ci incamminammo verso la piccola piazza del paese in cerca di un qualsiasi tipo di approvvigionamento.
“Allora! Ora che mi hai convinta, anche molto velocemente, mi vuoi dire almeno come ti chiami?” le chiesi.
Lei si girò. Mi guardo nuovamente arricciando gli occhi e mi disse: “Mi chiamo Saira, ma vorrei chiamarmi Alice.” “Ti piace? … Alice, intendo.”
“Sì! È un po’ da favola, ma mi piace,” le dissi “E a te piacciono i panini? vedi lì? Dovrebbe esserci unapanetteria aperta. Ne prenderemo due e poi ti riaccompagnerò a casa dovunque essa sia. Ok?”. dissi con poca autorevolezza.
Saira appoggiò la mano sul piccolo mento, indietreggiando leggermente con la testa, poi mi disse che l’idea era perfetta.
Comprai i panini per due. Presi anche due coca cole (era da tempo che non bevevo una bibita gassata e piena di zuccheri), e poi proseguimmo per la strada laterale alla piazza da dove veniva un leggero rumore di giostre. Non c’era nessuno, ma il carosello girava e suonava la musica di Amarcord.
‘Alice’ mi guardò e mi fece cenno di salire.
Non so cosa mi fece prendere quella ridicola decisione, ma in pochi istanti mi trovai sul cavallo di legno, pervasa da una condizione di benessere e serenità.
In tutti questi anni avevo sempre rifiutato, l’dea di avere figli, li avevo considerati degli ostacoli alla libertàpersonale, per non parlare dei figli degli altri che mi premuravo di tenere lontani con mille scuse e menzogne varie.
E ora me ne stavo immersa in uno stato di beatitudine, in una fredda sera di dicembre, con una bambina di chissà chi.
Scese dalla giostra ci guardammo come due amiche di sempre e senza dir nulla ci sorridemmo.
A quel punto, le chiesi dove avrei dovuto accompagnarla, ma soprattutto perché stesse piangendo un’ora prima. Mi disse che piangeva sempre quando si trovava per strada sola e affamata, ma soprattutto spesso piangeva pensando alla sua vita e a quanto fosse diversa dalla vita degli altri bambini e che tra qualche anno avrebbe avuto un marito ed avrebbe smesso di essere una bambina.
Mentre la guardavo così seria e adulta nel volto, capii che le nostre vite non si erano incontrate per caso.
Io che avevo continuato a procrastinare, per anni, ogni forma di responsabilità per conquistare la mia libertà, mentre Saira forse non ne avrebbe mai avuta una, ed avrebbe fortemente desiderato, anche per poco, restare ancora bambina, proprio come quella sera.
Accompagnai Saira al campo rom e la salutai con un bacio sulla fronte.
Le dissi “Promettimi che almeno finirai la scuola!” – “Te lo prometto!”, rispose beffarda, poi felice, tornò alla sua vita.
Il giorno dopo non ricordavo più il film, ma sapevo cosa avrei programmato di lì a poco.
Era l’ora di determinare la mia esistenza. Era l’ora di desiderare un figlio, era l’ora di non restare “Alice” persempre.
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