Open menu

 


Carrello


Classifica Libri

I più venduti del mese

Best-seller 2022

I nostri long seller

29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/6

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.


Mimmo Carnevale, studente del workshop “Notte da Scrittori”

FRA MEZZ’ORA IL LOCALE CHIUDE

Era la prima volta che si vedeva al locale. Poca gente in quella tarda serata d’autunno. Fuori la temperatura era tiepida. Si era seduto a un tavolo addossato a una parete, in un angolo con solo due sedie. Era entrato distrattamente. Vestito in maniera curata e di bella presenza sembrava però stanco. E gli occhi che fissavano il vuoto lasciavano trasparire inquietudine.

Tom, il proprietario del locale, prima di andare a chiedere cosa gli potesse portare se lo squadrò ben bene. Faceva così con i forestieri per cercare di capire con che tipo avesse a che fare. A prima vista sembrava un soggetto tranquillo ma la sua esperienza lo aveva portato ad avere cautela anche con le acque chete. Del resto oramai, arrivava gente da ogni parte del cielo. Aveva però notato che aveva appoggiato sul tavolo l’orologio da polso. Aspettava qualcuno.

Alla fine si avvicinò e disse: «Salve, cosa le porto?»

«Una bottiglia di vino rosso, grazie» rispose con un sorriso appena accennato.

Tom alzò gli occhi al cielo e pensò “Questi replicanti… li fanno sempre più perfetti”. I robot umanoidi nell’anno 2187 si distinguevano solo per quel sibilo nella voce. Ma era ovviamente necessario che parlassero e quindi questa cosa poneva dei limiti al riconoscimento immediato di uno di loro rispetto a un umano. Ma le lobby avevano imposto la loro linea.

«Ok, te la porto subito. Stai aspettando qualcuno?» Il passaggio dal “Lei” al “Tu” era stato naturale per Tom quando aveva capito con chi aveva a che fare. La Storia non sarebbe mai cambiata.

«Sì, aspetto una persona. Ma arriva tra un’ora».

«Una persona?» chiese Tom.

«Una persona» rispose l’androide.

Il replicante si comportava stranamente in base all’esperienza di Tom. L’orologio sul tavolo, l’aspettare un umano. Il vino rosso no. Era consentito agli androidi simulare il mangiare e il bere per una maggiore integrazione sociale. Ma Tom notava lo sguardo. Era triste e non avrebbe dovuto essere così. E si ritrovò a ragionare “Questo aspetto inquieto sarà sicuramente una simulazione. Un’ultima versione aggiornata… li fanno sempre più perfetti”.

Tom era proprio incuriosito da quella situazione. Quando arrivò il vino, l’androide si versò da bere e cominciò a “pensare”. Il 31 ottobre del 2187, quando era uscito dalle Officine ZYX, gli sembrava così lontano eppure adesso era lì.

«Signore, le posso fare una domanda?» chiese l’androide rivolgendosi al proprietario che si irrigidì a quella insolita richiesta.

«Certo» rispose «ma chiamami pure Tom».

Tom era sempre più perplesso. Lui non era assolutamente contro i replicanti come certa gente, ma cosa era adesso questa cosa che si mettevano a fare domande? Gli ingegneri si stavano spingendo sempre più in là.

«Dimmi pure» e gli stava anche scappando un figliolo come ai tempi andati.

«Lei, da ragazzo, immaginava di trovarsi dove si trova adesso?» chiese l’androide sorseggiando il vino rosso.

Ma che razza di domanda è?” pensò Tom. “Queste domande i replicanti non dovrebbero farle”. 

«Beh, non saprei» farfugliò in qualche maniera Tom.

«E alla morte? Ci ha mai pensato alla morte?» incalzò ancora l’androide.

«Senti, non lo so! Bevi il tuo vino e lasciami stare!» rispose Tom allontanandosi. “Ma che diavolo succede?” e anche i pochi altri clienti avvertirono la stranezza del momento. Un paio andarono via.

La bottiglia era intanto arrivata a metà quando entrò una bella donna, capelli neri, vestita con un elegante tailleur verde. Sembrava una divisa. Si guardò intorno e rispose con un cenno della testa ai segni di saluto che le stava facendo l’umanoide. Era lei la persona che aspettava.

«Tom! Un bicchiere per la signora, per cortesia» chiese l’androide mentre la donna si sedeva. Non ci furono molti convenevoli. Lei si tolse il foulard e la piccola borsa a tracolla e li appoggiò all’attaccapanni proprio alle loro spalle.

Il proprietario si avvicinò con il bicchiere e chiese se poteva portare altro alla signora.

«Per il momento niente altro, grazie» rispose la donna scandendo bene le parole.

Restarono in silenzio per un po’. I loro occhi si sfiorarono e si incrociarono a più riprese. Le mani impercettibilmente si avvicinarono. Poi le parole. Sempre più fitte. L’orologio sul tavolo tra loro due una presenza ingombrante. Tom non resistette, con una scusa si avvicinò al tavolo accanto e riuscì a capire solo “Non si può”.

Tom ormai non ne poteva più e voleva solo che andassero via e a voce alta disse: «Tra mezz’ora il locale chiude!»

«Tom… per piacere un’altra bottiglia di vino. E tra mezz’ora togliamo il disturbo». La donna aveva gli occhi pieni di lacrime.

«Mi spiegate cosa succede?» chiese Tom quando portò l’altra bottiglia e lasciando da parte qualsiasi forma di discrezione che il suo ruolo richiedeva.

«Oggi è il 31 ottobre del 2187. È la mia data di scadenza. Sono passati cento anni» rispose l’androide.

«Hai vissuto… hai funzionato per cento anni?»

«Sì. E adesso tra venti minuti morirò. A meno che…»

«Morire?» con un filo di voce Tom. «Ma tu non…» Si trattenne dall’aggiungere altro.

«Sì Tom. Io posso morire perché ho amato e amo ancora adesso. Ma la vita, e io posso parlare di vita, fa così. Non ci sono più distinzioni tra noi e voi. Anzi non ce ne sono mai state solo che voi non lo sapevate.»

«Io lo sapevo» intervenne la donna. «Ma che senso avrebbe una vita eterna? Una vita per essere tale deve avere un inizio e una fine. Io potrei entrare in questo momento nel tuo sistema operativo e, con un paio di passaggi, modificare quella data portandola avanti di altri cento anni. Ma sarebbe troppo facile e quasi come andare contro natura. E se, come dici tu, tra umani e androidi non ci sono distinzioni, allora devi accettare di avere una fine e che l’arrivo di quel momento non dipende da te. Io ti amo più di ogni altra cosa al mondo ma devo lasciarti andare. Lontano da qui forse un giorno ci ritroveremo».

Tom a bocca aperta ascoltava. Nel locale si era creato il silenzio.

La donna si alzò, prese il foulard e se lo annodò al collo. Prese anche la borsa e fece un paio di passi verso l’uscita. Si voltò e restò in attesa.

L’androide fissava l’orologio e, con quel sibilo che rese ancora più drammatico il momento, disse: «Ho paura».

Etichette: edizioni spartaco, Mimmo Carnevale, Paolo Calabrò, racconti, Spartaco Magazine, Vigne Chigi, Vite Festival