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29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/1

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.

Sara Servadei, giornalista e scrittrice

LA PRIMA ANNATA

«Quanti carichi prevede ancora? Sei? Sette?»

«Ma no, ho finito».

L’operaio nel cabinotto della cantina sociale lo guarda storto. Giovanni corruga la fronte. È il suo giorno di festa: è arrivato alla fine della vendemmia. Ora andrà a casa, si laverà di dosso per l’ultima volta il succo che gli appiccica le braccia e il collo, butterà la vecchia camicia logora che ormai cammina da sola per quanto è sporca. La sua prima annata, il primo vino Trebbi. Che non ha un’etichetta sua, eh. Non ancora, si intende. E però. Però è un inizio.

«Quattro camion? Nel registro ne erano previsti almeno undici».

Il tono lo mette a disagio. Non sapeva che ci fosse una previsione, un’aspettativa sulle sue piantine giovani. Le sue viti gli sembrano perfette, lo sono, sono le più belle del vicinato. Giovanni le ha guardate crescere, ha preso con l’occhio la misura dei grappoli, degli acini che si gonfiavano. Le ha confrontate, assicurandosi che fossero all’altezza, come un genitore orgoglioso. A fine giugno la nota viola si intravedeva appena, stando molto vicino. A metà luglio si vedeva dall’inizio del filare. A settembre spiccava pure dal portico della casa. Ha iniziato la vendemmia entusiasta, l’ha terminata sfinito.

E ora scopre che c’era una taglia, come una spada di Damocle sulla sua testa, sui suoi splendidi filari.

Deglutisce. «Quindi?»

«Quindi niente. Glielo dico per lei, eh – rallenta l’operaio, il tono di chi si è appena accorto di camminare sulle uova –. Con sta quantità ci potrà fare quattrocentomila lire, al massimo».

Giovanni sgrana gli occhi.

«Ma ci copro appena i costi, così».

Spera che l’operaio tira fuori che scherzava. Deve essere uno scherzo, dai. Deve ancora finire di pagare la Seicento. Ha detto agli amici del bar che le viti lo avrebbero reso ricco, mica come i loro noiosi pescheti. Ha ordinato pure un trattore, perché il tizio della cooperativa gli aveva assicurato che si guadagnava bene. Soprattutto, ha convinto suo padre a fidarsi, dedicando due ettari alla vigna e togliendo il grano: ci erano voluti anni di convincimento, e lui lo guardava sempre di traverso, come se lo stesse sottoponendo a un esame e si aspettasse di vederlo fallire. Se ora portava a casa quattrocentomila lire era tutto finito.

L’operaio si mordicchia un labbro, lo sguardo basso sul suo registro, la fronte contratta in vecchie rughe. Si massaggia la tempia. Poi prende una penna, tira una riga sulla consegna.

«Senta. Lei non ci ha portato nulla oggi. Va bene?»

Giovanni è disorientato.

«Lei ora si riporta il carico a casa – dice, facendo un segno al suo collega dall’altra parte del capannone, che risponde con un gesto interrogativo –. Per quello che ha già consegnato non possiamo fare più nulla. Questo, però, lo diluisca».

«Lo diluisco?»

«Non glielo ha detto nessuno?»

L’operaio scandisce le parole piano, a bassa voce. Giovanni si sente come quella volta che a cinque anni suo padre gli ha detto che non era possibile che credesse ancora alla befana. Deglutisce.

«Fa tipo 80 e 20. Da sto carico ne fa quattro. Così almeno arriva a un milione, più o meno».

Giovanni non sa neanche cosa dire. Si sente come le trote che gli porta a volte il suo amico Furio, che aprono e chiudono la bocca a ritmo e nel catino si girano e rigirano su se stesse, cercando la direzione per il mare. Se mette tutta quell’acqua nel vino, il suo vino non sarà più vino. Sarà acqua sporca. Non è la cosa che vuole fare lui, l’acqua sporca.

L’operaio ancora lo vede boccheggiare e mezzo si irrita. Gli parla col freno tirato, di chi si è ripromesso di non trattare lo scemo troppo da scemo.

«Qua c’è scritto che lei è di Sarcone. Giusto?»

«Sì. Sì!». Questa era facile.

«Vada da Paruzzi. Lo conosce, sì?»

Giovanni annuisce metodicamente con la testa. Sta rispondendo col pilota automatico. Ma sì che lo conosce, il suo vicino di casa. Però non voleva fare la figura dello scemo. E certo che però non può portare a casa solo quattrocentomila lire. Non se lo può permettere. Pensa intensamente alla Seicento rossa, alla faccia di suo padre.

«Ecco, Paruzzi è bravo col vino. Si faccia spiegare come si fa».

L’operaio gli fa un cenno di commiato. Giovanni sale sul trattore, fa manovra col suo carico sempre lì, sempre intatto, lo vede chiuso al buio, ancora non sa di non essere abbastanza. Non è colpa sua, vorrebbe dirgli. Nemmeno delle sue vigne, loro sono a tutti gli effetti bellissime. Fare una figuraccia col suo vicino è meglio che farla con suo padre. È meglio che riportare la macchina alla concessionaria. È meglio che estirpare tutto e ripiantumare il grano.

Si ferma nel piazzale, defilato rispetto all’ingresso della cantina sociale, in cerca di un po’ di intimità. Mette un piede sulla ruota del carro, si aggrappa alle sponde, scosta il telone che ha messo a proteggere il prezioso prodotto del suo lavoro. Lo guarda, placido e denso, coi riflessi porpora e blu, nei punti in cui filtra meno luce. Ci tuffa un dito, se lo porta alla bocca. Gli pare il più buono che abbia mai sentito. Quando diventerà qualcos’altro, un miscuglio annacquato e rossastro, Giovanni se lo ricorderà: che il suo vino, quello vero, era questa cosa qui.

Etichette: edizioni spartaco, Paolo Calabrò, racconti, sara Servadei, Spartaco Magazine, Vite Festival