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29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/3

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.

Tommaso Vitiello è sceneggiatore di fumetti, editor e docente di Sceneggiatura e Scrittura Creativa. Ha pubblicato con Panini Comics, BeccoGiallo, Noise Press e Hazard, dopo aver lavorato anche nella narrativa per ragazzi, nei videogiochi e nel teatro. Nel 2019 ha vinto il Premio Boscarato per il webcomic I Gallagher. Da anni studia il linguaggio del fumetto e la sua evoluzione. Come ogni supercattivo che si rispetti, sogna di conquistare il mondo.

MIO PADRE HA COMPRATO UNA TERRA

Mio padre ha comprato una terra. 

Lo ha fatto perché da sempre è un uomo inquieto. Sotto le spesse sopracciglia si nascondono occhi mobili. Occhi che fin da piccolo mi hanno giudicato.

Mio padre ha comprato una terra.

Lo ha fatto perché da quando mamma è morta lui ha detto di non avere più nulla da fare. Mio padre non è un uomo da stare con le mani in mano. Anche se a volte lo ha fatto.

Mio padre ha comprato una terra.

Prima della zappa e della vanga, quando andavo a casa sua durante la settimana, lo trovavo sempre seduto sulla poltrona, davanti alla televisione. Spenta. Le braccia conserte e lo sguardo nel vuoto.

Mio padre ha comprato una terra. E poi un giorno mi ha telefonato.

− Claudio.

Mio padre è così al telefono. Non saluta.

− Papà, dimmi. È successo qualcosa?

Le chiamate di mio padre sono così rare che quando telefona anche mia moglie si preoccupa.

− Niente, che deve succedere? Niente, non succede mai niente.

− Come stai?

− Ne capisci di coltivazioni, tu?

− Io… che intendi?

− Qui non cresce nulla.

− Cioè?

− Ho seminato ma non esce nulla.

C’è stato un lungo silenzio al telefono. 

− Sali alla terra e vienimi a dare una mano, che magari tu ne capisci più di me.

Non ne ho voglia. Guardo per un attimo mia moglie. Spero che mi dica che abbiamo qualche impegno improrogabile.

Prendo le chiavi dell’auto e vado alla terra.

La terra è alla fine di un lungo viale sterrato, inaccessibile alle automobili. 

Quando arrivo al cancello che la delimita vedo mio padre. È a un centinaio di metri, accovacciato vicino a una piccola duna di fango. 

Subito penso che si stia per sentire male.

Poi si alza e mi guarda, fa solo un gesto della testa per far capire che mi ha notato.

Non indossa nessuna maglia e la vecchia pelle riflette la luce del sole. Sulla testa un vecchio cappello da baseball, lo stesso che avevo visto in decine di foto in casa. 

Non mi raggiunge, ma si sposta verso il casotto di legno costruito nei primi giorni in cui aveva comprato la terra. Io lo seguo e lo guardo sparire nell’ombra sotto il tetto di legno. Mi chino e per la prima volta entro in quello che avevo sempre creduto un capanno per gli attrezzi.

C’è un attaccapanni con diverse camicie logore. Roba vecchia e stinta. C’è un piccolo frigorifero e un fornelletto con una vecchia moka. E poi c’è una brandina. 

La guardo con orrore.

− Mica rimani a dormire qua?

− A volte?

− Come a volte? 

− Al mattino si perde tempo e la strada è lunga.

Ho voglia quasi di dargli uno schiaffo.

− Vuoi dell’acqua?

Senza aspettare la mia risposta apre il frigorifero e mi passa una bottiglia piena di ghiaccio. 

− È fredda, bevi piano.

Mio padre a volte mi tratta ancora come un bambino. Sono indispettito, rimango in piedi sulla porta, mentre apro la bottiglia.

− Che ti serve?

− Cambiati che se no ti sporchi.

Mi indica una di quelle camicie appese e mi cambio mentre lui mette a fare un caffè.

− Ho seminato, ho concimato e ho innaffiato, ma non cresce nulla.

− Che hai seminato?

Si sventola con il cappello e poi mi fa segno di seguirlo. Non mi ero reso conto di quanto fosse invecchiato. Una volta era più alto di me, adesso io mi devo piegare per passare dove lui invece cammina tranquillamente.

Camminare nella terra è pesante. Ho ancora stretta in mano la bottiglia con il ghiaccio e me la passo sul collo. Ogni tanto butto un occhio al capanno. Mi preoccupa la moka lasciata sul fornelletto.

− Qui, vedi?

La terra è brulla, scura e puzza anche leggermente. Guardo ma non c’è niente se non polvere. Mi chino. Siamo all’ombra di un grande e vecchio albero, e riusco ad avere un po’ di frescura.

− Che hai seminato?

Glielo chiedo di nuovo. 

Si china al mio fianco. 

− È proprio qui che non cresce nulla. Deve essere la terra.

− Ma hai provato a cambiare posto?

Per un attimo mi ha guardato. E ho rivisto quello sguardo di quando ero bambino, lo sguardo che mi lanciava quando dicevo qualcosa di stupido.

− Sì, certo… hai provato a cambiare posto… però magari qui è l’ombra dell’albero…

Balbettavo, insicuro.

– Altrove la roba cresce. È qui che non ne vuole sapere.

Mi proteggo gli occhi dal sole con la mano. La terra di mio padre si estende fino a delle piccole colline, decisamente più verdi. Qui mi sembra tutto brullo e ispido. Ma nonostante ciò mi rendo conto che ovunque ci sono piccoli germogli.

– Va be’.

Mi rialzo facendo leva con la mano sul mio ginocchio.

− Non fa nulla, se è solo qui che non cresce, non è troppo un problema, no?

Mi guarda per un attimo come se non avesse capito la mia frase. Poi si alza, si aggiusta il cappello da baseball.

− Vattene.

− Eh?

− Ho detto vattene, se mi servi ti chiamo di nuovo.

Mio padre a volte fa così. E mi verrebbe voglia di colpirlo con forza. 

Non lo saluto nemmeno, so che se ha deciso che non vuole che stia lì, non c’è nulla da fare. Me ne vado sbuffando, scendendo a grandi falcate il viale sterrato che mi porta all’auto. Mi appoggio sul tettuccio. Ho il cuore che batte forte, e sto sudando freddo. Pressione bassa. Non riesco a capire come faccia lui a stare su quella terra tutta la giornata. Entro in macchina e accendo l’aria condizionata mentre cerco di calmarmi.

Mi rendo conto che ho indosso ancora una delle sue camicie stinte. Do un pugno sul volante, apro la portiera e mi incammino di nuovo verso la terra per recuperare i miei vestiti.

Arrivo alla terra, ed è di nuovo chino sulla stessa montagnola di fango, sotto al sole. Faccio qualche passo e mi rendo conto che non si muove. Accelero. Non mi guarda. Gli arrivo vicino.

− Papà.

Urlo, ma non ottengo risposta. Lo giro, respira ancora. Lo alzo. Mi preparo allo sforzo ma è più leggero di quello che penso. Lo trascino nel casotto di legno e lo appoggio sulla branda. Apro il frigorifero. Solo bottiglie ghiacciate. Ne prendo un paio e gliele appoggio sui polsi. Prendo il telefono. Ma non so chi chiamare.

− Papà.

Sussurro. Lo guardo. Continua a respirare. Regolarmente. Sembra stia dormendo. Devo prendere aria. Devo calmarmi. Esco fuori dalla casetta di legno. Il sole mi acceca. Davanti a me quella terra brulla e ingrata. Vorrei distruggerla.

− Versa il caffè.

Mi giro ed è seduto sulla branda. Curvo e vecchio come non lo è mai stato. 

− Versa il caffè.

Mi ripete la frase, ignorando il fatto che lo stia guardando con due occhi enormi.

− Che è successo? 

Mi rendo conto di stare tremando.

− Pressione bassa.

Mi risponde come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se non lo avessi trovato svenuto.

Mi avvicino alla moka, è stata spenta qualche minuto fa, probabilmente prima che arrivassi. Ma nessuno aveva versato il caffè. Prendo due bicchieri di plastica, il mio lo zucchero, quello di mio padre glielo servo amaro. Come sempre.

− Mettici lo zucchero anche a me.

− Pa’, devi scendere. Vieni a casa, fa troppo caldo.

− Non posso. Lì non cresce niente.

− Dove? Sotto l’albero?

− No. A casa.

− In che senso a casa?

− A casa non cresce niente. 

Per un attimo credo di vedere una lacrima, ma mio padre si gira verso la parete. Lo sento respirare profondamente, mentre sorseggia il suo caffè.

− A casa non ci riesco a stare. Mi manca tua madre.

− E qui?

Non mi risponde, ma esce dalla casetta di legno. Lentamente arriva in quella parte incolta del terreno. Sotto l’albero. 

− Ho provato a piantare le peonie qui. Ma non vogliono crescere.

Gli ho poggiato una mano sulla spalla.

− Dai, andiamo a casa.

Mi ha guardato. Era piccolo e implorante.

− Che domani torniamo insieme e le facciamo crescere. Così la Mamma sarà contenta.

− La mamma sarà contenta. 

Ci siamo avviati verso la macchina. L’ho accompagnato a casa lasciando la sua auto vicino alla terra. Quella sera sono rimasto a dormire da lui. Mi sono ritrovato a girare nella cucina mentre ascoltavo il suo respiro nel letto diverse camere più in là.

Mi sono messo a guardare le foto. 

E poi finalmente l’ho vista. Quello stesso spiazzo dove mio padre voleva far crescere le peonie. Certo l’albero alle spalle era molto più giovane. E i miei genitori si baciavano appena ventenni.

Mio padre ha comprato una terra.

Ma non ha comprato solo quello. Ha comprato un ricordo. E io voglio coltivarlo con lui.

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