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29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/7

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.


Paolo Calabrò, Mental Coach professionista ai sensi della Legge n. 4/2013-Norma UNI 11601:2024, è editor per le case editrici Il Prato e Bertoni e dirige la collana di filosofia “I cento talleri” dell’editore Il Prato (insieme a Diego Fusaro). Ha collaborato con l’Opera Omnia di Raimon Panikkar in italiano edita da Jaca Book. Da oltre sei anni insegna editing e scrittura creativa in presenza e online. Ha pubblicato cinque monografie filosofiche, cinque romanzi noir e il saggio Editing. Manuale per la revisione del testo in 101 passi.

IL GUSTO DEL SUCCESSO

«Non riesco a capire perché ti scaldi tanto».

Luca e Fabrizio siedono uno di fronte all’altro nel locale vuoto, non c’è nessuno al pub, sono pochi quelli che a vent’anni possono permettersi di uscire anche il mercoledì sera e tutti gli altri se ne vanno al cinema ad approfittare dei biglietti a metà prezzo.

«Non mi pare che ci sia molto da spiegare – dice Fabrizio. – Johnson ha imbrogliato».

«E l’hanno squalificato. Adesso la medaglia d’oro l’hanno data a Lewis. È giusto così».

«Certo che è giusto. Ma a te la delusione non resta lo stesso?»

Luca ripensa a quei cento metri forsennati, Johnson che arriva con tredici centesimi di anticipo su Lewis che, a fine gara, gli dà la mano per sportività, perché è un signore – quando sei “il figlio del vento” puoi permetterti anche quello – però lo fa a occhi bassi, come uno che sa qualcosa che tu non sai ancora, uno che sa che il tempo ricollocherà le cose in tutt’altro modo, ma non ti dice nulla per non rovinarti il momento. Anche Luca è deluso, come Fabrizio: fino a qualche annetto fa Lewis non ha mai avuto rivali, ogni gara sembrava già annunciata. E poi c’è quella sua eleganza naturale, lui esile e leggiadro, lo guardi e pensi subito che è nato per correre – di più, per volare – e sembra farlo senza sforzo, mentre Johnson è un palestrato, tutto muscoli e potenza, sembra uno che ha lavorato duro per arrivare fin lì, uno che si è sacrificato per poter competere a quel livello. Quello tra Johnson e Lewis è più di un confronto sportivo: è la metafora dello scontro eterno fra gli uomini e gli dèi.

«Sì, è chiaro, Johnson è uno di noi—

«Era» dice Fabrizio. Ma Luca non riesce a prenderla così male. Si chiede perché, fa un altro sorso. Fabrizio ha il suo carattere: niente seconde possibilità, se sbagli con lui sbagli per sempre. Per quello aveva perduto la sua occasione con Giovanna; diceva di no, ma lo sapeva anche lui che era stato un errore.

«Io proprio non lo capisco – dice ancora Fabrizio. – Hai vinto, d’accordo. Il record è tuo, benissimo. Ma tu sai di avere gli steroidi in corpo. Come ti senti? Non ti fai schifo?»

Luca continua a bere. Difficile aggiungere qualcosa che non sia ovvio. Guarda la birra di Fabrizio ancora intonsa: fra un po’ si sarà fatta calda, dovrà ordinarne un’altra.

«Voglio dire: che gusto c’è? Come fai a goderti la vittoria, sapendo che è fasulla?»

Quelle parole gli riportano alla mente un episodio di dieci anni prima. L’aveva quasi dimenticato. Una di quelle cose che non racconti mai a nessuno e prima o poi si perdono. Fino a che. Ricorda perfettamente la scena: era il dieci di luglio del 1978 – poche cose se le ricorda così bene come quella data – e sulla spiaggia, attorno al fuoco, c’erano lui e Salvatore, Michele, Fabrizio, Fulvia e Giovanna. Tutti seduti a gambe incrociate; tutti a chiedere a Fabrizio, che aveva la chitarra in braccio, di fare le canzoni di Guccini e De Gregori – era l’epoca che se non ti piacevano i cantautori italiani eri solo un poveraccio – ma quello se ne fregava e continuava a suonare i Pink Floyd e a cantarseli da solo. Tutto quel darsi da fare, a Luca, era indifferente, tutta la sua serata era per Fulvia: Fulvia che guarda verso il mare, Fulvia che sorride a una battuta di Michele, Fulvia che ondeggia sul posto al ritmo della musica, Fulvia che beve un altro po’ di vino. La guardava. Lui non era mai stato con una ragazza. E lei era una di quelle che pensi che non potresti avere mai, che ridono con lo sguardo e tu sai che dietro quegli occhi potrebbe esserci di tutto – ma davvero – solo che non riesci mai a indovinare cosa, ma ciò che è più terribile di tutto – non faceva altro che pensarci e chiederselo, di continuo, da mesi – era che non avrebbe saputo trovare un solo motivo per cui una come Fulvia avrebbe potuto mettersi con uno come lui. Se lo figurava tutti i giorni: si faceva avanti, lei gli diceva “Sì” e lui, strozzato come se gli avessero messo due mani alla gola, che sbarrava gli occhi e si diceva: “E adesso?” Nove ragazzi su dieci, in quella situazione, avrebbero lasciato perdere; lui aveva optato per continuare a farsi la domanda. Ne aveva parlato con Michele, e lui gli aveva detto che doveva trovare il coraggio. Il coraggio, sì: bella questa. Ma il coraggio è una cosa che, se ce l’hai, non ti serve trovarlo; e, se non ce l’hai, col cazzo che lo trovi. Anche Salvatore gli aveva detto la sua: doveva buttarsi e basta, senza star troppo lì a pensarci. Fabrizio diceva che doveva conquistarla, ma alla fine Luca si era fatto l’idea che nessuno di quei tre sapesse cosa avevano in testa veramente le ragazze.

E quella sarebbe rimasta una serata come tante altre, con il mare alle spalle e ritornelli incomprensibili di sottofondo. Se solo non avesse fatto l’errore clamoroso di rivelare pubblicamente che non aveva mai assaggiato la Coca-Cola.

Avevano riso tutti. Nessuno escluso.

Poi, giù a domandare: «Ma sul serio?» a turno, uno via l’altro, e più lo domandavano meno riuscivano a crederci.

Dopodiché, Giovanna aveva guardato Salvatore e gli aveva detto di prendere un bicchiere di plastica. L’avevano riempito e gliel’avevano passato.

«Questa sera non la dimentichi più» aveva detto Giovanna. 

«Questa è la tua serata» aveva fatto eco Salvatore. Intanto Fabrizio andava avanti con quella specie di pilota automatico che metteva non appena gli davano una chitarra, Michele canticchiava qua e là una parola residua, per lo più a fine frase e quasi mai azzeccata, e Fulvia vicino a loro ogni tanto guaiva qualche vocale strascicata oltre l’accordo e completamente fuori tempo. Ma quanto vino aveva bevuto?

«Avete portato la Coca-Cola? – aveva detto Luca. – Non lo sapevo». Poi aveva bevuto. Finalmente ne avrebbe scoperto il sapore. Perché a casa sua non la compravano mai? Con l’incitazione di Giovanna e Salvatore aveva mandato giù il bicchiere in un sorso solo. E la testa aveva preso subito a girargli. Quella non era Coca-Cola; ma un Pallagrello robusto e corposo – gliel’avrebbero detto solo dopo – di quelli che a stomaco vuoto, insomma, devi esserci abituato. E lui era abituato al vino ancora meno che alle bibite frizzanti. Vedeva Giovanna e Salvatore ridere – è di lui che stavano ridendo? – come attraverso una tenda sottile, diafana, sembravano più lontani, tutto sembrava più lontano. Gli sembrava di poter vedere il suo cervello galleggiargli nel cranio. Cioè, vedere no; lo sentiva. Aveva pensato di sdraiarsi, ma la sola idea gli dava il mal di mare. Allora si era alzato, e con qualche passo incerto e pesantissimo era andato verso la musica. I tre cantavano, gli altri due ridevano ancora, Giovanna più di Salvatore. Aveva chiuso gli occhi per un lungo istante, nel quale ogni cosa gli era sembrata più semplice. Quando li aveva riaperti, si era ritrovato accanto a Fulvia. Senza sapere come. Non ricordava di esserci andato. In un altro momento – un momento qualunque – si sarebbe chiesto cosa fare. Non se lo era chiesto. Era rimasto fermo ad ascoltare la chitarra e Fabrizio che continuava a cantare come se quella notte non dovesse finire mai. Si era voltato verso di lei e aveva visto che Fulvia lo stava guardando. Forse era un caso. Forse aveva qualcosa sulla faccia. Forse stava per ridere di lui – come Giovanna e Salvatore. Forse si era accorta che era ubriaco. Ma anche lei non scherzava, anzi.

Poi qualcuno li aveva spinti – non poteva essere stata la risacca, anche se per un attimo aveva sentito un’onda più forte delle altre e aveva pensato di essere stato trasportato – e si erano ritrovati uno sull’altra, petto su petto, bocca su bocca. Come se gli avessero iniettato 200cc di caffeina direttamente in vena, si era risvegliato di colpo nel bel mezzo di un bacio che a questo punto non ricordava più quanto tempo prima fosse iniziato.

«Ma a che pensi?» dice Fabrizio, smettendo di parlare e guardando l’amico con gli occhi persi in fondo alla sala. 

«Eh? – dice Luca, tornando bruscamente al pub, a Lewis, a Johnson. A Fabrizio. – A niente».

Ma quel niente è fatto di un sapore. E di una consapevolezza: che quella sera aveva ottenuto ciò che desiderava di più al mondo senza aver fatto niente per guadagnarselo, senza aver trovato il coraggio. Senza nemmeno averlo fatto apposta. E se ne ricordava ancora benissimo.

«A volte è bello vincere anche se non te lo meriti» dice.

«In che senso?»

Luca stringe il boccale fra le mani.

«Te la ricordi Fulvia? – chiede. L’amico inarca le sopracciglia e porta appena la testa all’indietro, con un movimento minimo ma evidente. – L’hai più sentita?»

Poi beve l’ultimo sorso e alza un dito e spera che il cameriere – dietro al bancone, con il giornale in mano e gli occhiali calati sulla punta dal naso – non lo ignori troppo a lungo.

[da uno spunto di Pierluigi Casadei e Ilenia Di Feola]

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