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  • L’AMICO AMERICANO

    La nuova ambasciata americana a Sarajevo è stata costruita nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini. Con gli americani lui aveva fatto pace già all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, subito dopo

    la rottura con l’Unione Sovietica avvenuta nel 1948. Tito rifiutò di sottomettere la Jugoslavia al potere del Komintern, un ente internazionale che riuniva i partiti comunisti. Il niet di Tito a Mosca provocò un terremoto nel blocco dei Paesi comunisti, applausi in Occidente e una bufera in Jugoslavia. I comunisti jugoslavi, educati ad ammirare e ad accettare senza dubbio alcuno tutto

    quello che proveniva dall’Unione Sovietica, di punto in bianco si trovarono davanti al dilemma: o la madre Russia o la Jugoslavia. Quelli che non furono abbastanza veloci a cambiare l’idea vigente finirono a Goli Otok, l’Isola nuda o calva, una prigione, un gulag jugoslavo. Resta un mistero familiare il perché mio padre non fosse finito su quell’isola. Lui fu un

    accanito russofi lo. In più, pare che avesse difficoltà ad amare gli uni senza odiare gli altri. Non sopportava proprio niente che provenisse dal mondo capitalista, America in testa. Tutto, compresa la lingua inglese, per lui era pericoloso, una mera propaganda, e in quanto tale andava evitato. Parlava francese e tedesco, mentre a noi proibiva di guardare la tv, figurarsi poi i film in

    lingua inglese. Alle prime battute urlava e immediatamente ordinava: «Spegni!». Già negli anni Sessanta da noi erano apparsi i primi film e altri programmi tv americani. Molto popolare era il serial «Bonanza». Una specie di «cowboy-soap opera», che per noi fu una vera scoperta, dopo la lagna dei film sugli invincibili partigiani. Ricordo ancora quel telefilm, certo non

    perché fosse un bel programma, ma per i due schiaffi guadagnati grazie a «Bonanza». Protestai perché papà non mi permetteva di guardarlo. Per dispetto gli avevo girato le spalle, piangendo disperatamente. Lui si sentì offeso e, «zuum», mi stampò due ceffoni. La sua convinzione ideologica ci costò molto denaro. A scuola studiavo, ovviamente, la lingua

    russa. Ma presto ci rendemmo conto che senza l’inglese non si va lontano, a prescindere dalla professione. Così, dapprima i miei genitori, ma dopo anch’io, pagavamo di tasca nostra le lezioni private d’inglese. Tutto in silenzio e senza che mai, da parte del mio papà, ufficialmente venisse riabilitata la lingua inglese. Con gli anni la sua avversione nei confronti

    della lingua inglese e, in genere, del mondo occidentale andò scemando, ma la Russia, con tutti gli annessi e connessi, non perse mai il primato. O quasi. Durante l’ultima guerra, il mio papà rimase a Grbavica, un quartiere di Sarajevo occupato dai paramilitari nazionalisti serbi. Sia papà che i suoi vecchi compagni, indifferentemente se serbi, croati o bosniaci,

    si sentivano offesi, traditi e umiliati dal comportamento dei nazionalisti che, come usava dire, «puntavano le armi contro i propri fratelli». Poco prima che Sarajevo fosse riunificata, a Grbavica arrivarono i soldati russi inquadrati nelle forze internazionali. Il mio papà li aspettava come liberatori, come i giusti che avrebbero finalmente messo tutto in ordine.

    Ma i batjuška, i «compagni» erano arrivati tenendo le tre dita in alto, il segno che facevano i paramilitari serbi o qualsiasi altro criminale venuto a rubare, a molestare o a uccidere. I soldati russi manifestavano apertamente la loro simpatia esclusivamente per i serbi. A parte l’inizio della guerra, per la gente rimasta a Grbavica i momenti più drammatici furono i due mesi prima

    della riunificazione di Sarajevo. Tutto quello che non avevano rubato o distrutto durante i quattro anni precedenti, i paramilitari serbi si affrettarono a farlo in quei due mesi. In pericolo si trovarono tutti, compresi i serbi che rifiutavano di andarsene da Grbavica. La propaganda serba li incoraggiava a partire e a distruggere tutto quanto, perché non cadesse

    nelle mani dei balije, il termine dispregiativo che indicava i bosniaci musulmani. Alcuni di loro, quelli che decisero di lasciare Grbavica, aprirono addirittura le tombe per portare con sé i resti dei propri cari. In quei giorni il quartiere di Grbavica assomigliava a un posto da tragedia biblica: ovunque scene di panico, gli ultimi crimini compiuti in fretta, camion e carri a trazione

    animale pieni di roba rubata, gente che piangeva i propri morti seppelliti da lungo tempo. Furono proprio come recita un detto bosniaco: «Bei tempi per la gente cattiva». In una di queste notti di buio pesto, non solo per la mancanza di luce ma anche per quello che succedeva dal punto di vista umano, i paramilitari serbi parcheggiarono un camion davanti a un

    palazzo semivuoto. Entrarono nell’appartamento, chiusero il mio papà nel bagno, e con tutta calma per l’intera notte trafugarono quello che era rimasto: caloriferi, lampadari, quadri, finestre, pentole, letti, divani, tappeti, biancheria, oggetti personali come le medaglie con le quali mio padre e mia madre erano stati decorati per la

    partecipazione alla Seconda guerra mondiale. Gli elettrodomestici bianchi, il televisore, la radio, i videoregistratori e quant’altro erano già stati rubati all’inizio della guerra. Ogni tanto uno dei criminali entrava nel bagno, il mio papà, spaventato, si alzava, e quello gli ordinava di stare seduto, «perché se stai in piedi, vecchio, non posso tagliarti la gola».

    Cercavano i soldi che lui non aveva. Infine, all’alba appiccarono il fuoco all’appartamento, con il mio papà chiuso nel bagno. Fu salvato dagli amici e dai vicini. Una famiglia serba lo prese con sé e lo tenne nascosto nel proprio alloggio per circa un mese. Correvano il rischio di essere uccisi tutti se fossero stati scoperti. Tutto ciò lo abbiamo saputo dopo. Abbiamo trascorso

    cinque giorni senza conoscere la sorte di mio padre. Cinque giorni di angoscia, di panico, di frenetica ricerca del cosa e come fare. Ci era giunta notizia che in casa lui non c’era, nulla di più. Mi ricordai che un americano, un tale Daniel, un collega giornalista, si trovava a Sarajevo, ma dall’altra parte, quella sotto il controllo del governo centrale. Con grande

    difficoltà riuscii a contattarlo tramite un telefono satellitare, cosa rara e costosa all’epoca. Un’altra americana, una certa Laura, fu coinvolta in questa ricerca disperata. Supplicai loro di fare «qualcosa» per il mio papà. Daniel, rischiando lui stesso la vita nel caos che in quei giorni regnava a Grbavica, andò a cercarlo con un mezzo corazzato dell’Alto Commissariato

    per i Profughi. Una prima volta senza risultato. La seconda volta, invece, Daniel riuscì a scoprire che il mio papà era vivo, e a sapere dove si nascondeva. Per aiutarlo gli lasciò 500 dollari. Una ricchezza che ti poteva salvare la vita. Questa storia mi è venuta in mente leggendo la notizia sulla nuova ambasciata americana a Sarajevo. Perché il messaggio più prezioso

    che ci fornisce questa notizia è che gli americani hanno intenzione di restarci. Ciò vuol dire che c’è speranza per la Bosnia Erzegovina. Lo ha confermato pure l’ambasciatore americano in Bosnia, dicendo che «noi americani crediamo nel futuro della Bosnia Erzegovina, il futuro di un Paese indipendente, stabile e multietnico, capace di conquistarsi una sua

    collocazione in Europa». E per quanto riguarda il mio papà? Non credo che avrebbe qualcosa in contrario alla presenza americana. Anzi. È sopravvissuto alla guerra, ha visto Sarajevo riunita e anche la famiglia ricongiunta dopo cinque anni di separazioni in cinque Paesi su tre continenti. Io invece l’ho visto bere una grappa con l’amico americano, Daniel.

    Il mio papà gli dava pacche sulle spalle dicendo qualcosa che in inglese dovrebbe significare «amici, amici». Poi lasciava me fargli da interprete: mio padre parlava in bosniaco e dopo, pazientemente e a lungo, ascoltava la mia traduzione in inglese confermando le parole con un cenno del capo.

    Le stelle che stanno giù

Le stelle che stanno giù

Cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina

Collana: I Saggi

Pagine: 144

ISBN: 9788896530164

Disponibilità: Buona

Prezzo: 12.00 

Con il racconto "Il treno", contenuto in questa raccolta, Azra Nuhefendic ha vinto il premio internazionale Writing for CEE - Journalism Prize 2010

Oggi anche noi adulti contiamo le stelle che stanno sotto Guardando Sarajevo dai punti dominanti, si notano frequenti brandelli bianchi, sembrano delle pecore che pascolano. Per chi non sa, potrebbe essere anche un paesaggio pastorale. Il bianco delle lapidi abbaglia lo sguardo.

Da una delle più autorevoli giornaliste bosniache, autrice di formidabili reportage per Nazione Indiana e Osservatorio dei Balcani, diciotto cronache, in gran parte inedite. L’idea è narrare pezzi di vita di un Paese scomparso (la Jugoslavia) e di un Paese che presto potrebbe scomparire (la Bosnia Erzegovina), mescolando l’esperienza personale, la storia ufficiale, i ricordi, i miti, i pregiudizi e gli stereotipi. E la scrittura della Nuhefendic sa toccare le corde più intime della sensibilità, senza scadere nella facile retorica. Obiettivo dichiarato del volume è offrire uno spaccato di quella martoriata area geografica, superando il limite che finora ha accomunato le narrazioni su quei Paesi: basarsi su storie di terza mano.

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Recensioni

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: la Repubblica – 23 4 2011 paolo rumiz.doc

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: Corriere della Sera – 20 aprile 2011.doc

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: pierluigi sabatti – 21 aprile 2011.doc

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: il piccolo – 9 aprile 2011.pdf

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: Intervista Azra Nuhefendic Radio Rai3 Fahrenheit.doc

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: Intervista Azra Nuhefendic Trs Radio Piemonte Il posto delle parole.doc

Recensione per “Le stelle che stanno giù“: l’avvenire Riccardo Michelucci intervista Azra Nuhefendic.pdf

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/18/le-stelle-che-stanno-giu-cronache-dalla-jugoslavia-e-dalla-bosnia-erzegovina/1878329/

Le stelle che stanno giù recensito su My Po blog

Recensione per “Le stelle che stanno giù” di Paolo Ciampi

Le stelle che stanno giù recensito sul lit-blog Il mondo attraverso i libri