Open menu

 


Carrello


Classifica Libri

I più venduti del mese

Best-seller 2021

I nostri long seller

  • NOI SAPEVAMO di Elie Wiesel

    Dante si era sbagliato. All’inferno non ci sono nove gironi, ma dieci. Rezak Hukanović vi porta nell’ultimo, quello più spaventoso e straziante. E noi sappiamo dove trovarlo. L’inferno, secondo il rabbino Nachman di Breslov, il grande pensatore e narratore chassidico, non è nel mondo che verrà, ma in questo. Ci basta solo guardare la Bosnia-

    Erzegovina durante il periodo dell’occupazione serba per capire che è così. Ci basta solo leggere questa cronaca toccante e travolgente, spesso insostenibile, di un uomo che ha visto e vissuto sulla propria pelle la tragedia dell’ex Jugoslavia, oppressa e perseguitata. Hukanović racconta una storia di odio, crudeltà e omicidio. Non so perché scrive in terza persona, poiché è evidente

    che si tratta di una testimonianza personale. Non vi farà dormire. Occorre subito ammettere che questa tragedia si sarebbe potuta evitare. Se solo il cancelliere tedesco Helmut Kohl non avesse riconosciuto l’indipendenza della Croazia così velocemente – troppo velocemente; se solo gli alleati occidentali avessero resistito alle pressioni e si fossero rifiutati di fare

    lo stesso; se solo il nostro Paese e il nostro governo avessero trovato la saggezza e il coraggio di intervenire immediatamente – quante persone si sarebbero potute salvare? Ma le grandi potenze preferirono mantenere le distanze. Non capirono che non è la forza militare a fare grande una nazione, ma la capacità e la volontà di agire nel nome di quei

    principi etici, senza i quali una società non può essere considerata civilizzata. Meglio non menzionare le Nazioni Unite. Deputata a proteggere i deboli, questa organizzazione non dimostra altro che la propria stessa debolezza e la mancanza di iniziativa non appena viene chiamata a opporsi ad aggressori di ogni sorta. È sbagliato far finta di non sapere che cosa stesse

    accadendo. Noi sapevamo. I media, coscienziosamente, adempirono al proprio dovere di informare. Noi eravamo consapevoli degli orrori che stavano accadendo. Gli stupri, le torture, le umiliazioni a Prijedor. Di sicuro all’inizio è stato esagerato comparare questi crimini alle atrocità commesse dai tedeschi durante l’Olocausto. Omarska non

    era Auschwitz. Niente, nessun luogo può essere comparato ad Auschwitz. Ma quello che successe a Omarska era sufficientemente grave per scuotere la coscienza del mondo e per giustificare l’intervento e la solidarietà internazionale. È imperativo, quindi, leggere questo libro e far sì che venga letto. Se ne esce come da un terribile incubo, schiacciati da un

    odio ancestrale e, allo stesso tempo, costantemente presente, pesante. Ci sono uomini che si conoscono bene, vicini di casa che si salutano per strada, amici da molti anni che, improvvisamente, avvelenati dal fanatismo patriottico ed etnico, diventano feroci e acerrimi nemici. Come spiegare tale crudeltà, tale sadismo, tra persone che solo ieri

    vivevano come fratelli con le loro vittime di oggi? Perché, tra di loro, una tale brama di ferire, far male, umiliare gli esseri umani il cui unico torto – il cui unico “crimine” – è credere in Maometto piuttosto che in Gesù? In questo racconto ci sono scene di terrore che parlano di follia. Sete, fame, stupri di gruppo, sfinimento, sporcizia, bastonate, insulti; crani frantumati, organi sessuali

    lacerati, stomaci squarciati: i soldati assassini di Radovan Karadžić, le loro espressioni gioiose e beffarde, non si fermavano davanti a niente per disumanizzare i loro prigionieri. Ci sono aguzzini che ordinano a un uomo anziano di fare l’amore con una ragazza in pubblico. E un padre forzato ad assistere alla tortura di suo figlio. E il figlio che vede suo padre pestato

    a manganellate sotto i suoi occhi. E ci sono quelli che “non sono più tornati” – una frase terrificante che ricorre spesso in queste pagine. Allo stesso tempo, di tanto in tanto, ci imbattiamo in momenti commoventi. Prigionieri che si aiutano, che curano il torturato e si sforzano di consolare quelli che sono vicini alla morte. Veniamo a sapere persino di un soldato serbo che conserva

    la sua umanità: in segreto, dà pane e minestra a un vecchio amico. È così: all’inferno, si può trovare di tutto. L’autore scrive anche di Manjača, il campo a Banja Luka. Ci andai di persona. Incontrai il comandante, il tenente colonnello Božidar Popović. Riuscii a parlare con i poveri prigionieri che, nell’oscurità, mormoravano parole che non riuscivo a capire. Questo per dire:

    mi sento vicino a questa storia, ho provato a testimoniare per le sue vittime. Alla fine, furono liberati. Gli esecutori principali sono stati accusati di crimini contro l’umanità. E, mentre scrivo queste righe, la speranza sembra accelerare. Fortunatamente, gli Accordi di Dayton continuano. Eppure non riesco a dimenticare l’uomo che, subito dopo aver

    lasciato la prigione e il campo, gridò: «Signore, fa’ che tu non possa mai perdonarli!».

    Il decimo girone dell'inferno

Il decimo girone dell’inferno

Pubblicazione: 4 novembre 2022

Collana: I Saggi

Pagine: 156

ISBN: 9788896350638

Disponibilità: ottima

Prezzo: 16.00 

prefazione di Elie Wiesel, postfazione di Paolo Rumiz

Djemo sapeva molto bene che, in una guerra come quella, era la verità a dover essere uccisa per prima.

Fino allo scoppio della guerra nei Balcani, Prijedor era una città dove musulmani, croati e serbi vivevano pacificamente da secoli. Nel maggio del 1992 le milizie serbe avviarono un rastrellamento dei residenti musulmani e croati che furono confinati nei campi di concentramento e torturati, nel tentativo di disumanizzarli, annientarli. Tra coloro che hanno vissuto l’incubo c’era il poeta e giornalista Rezak Hukanović, un sopravvissuto, il cui avvincente libro-testimonianza riporta i crimini contro l’umanità commessi dai serbi nei campi di detenzione di Omarska e Manjača. Hukanović e suoi amici, colleghi, parenti, vicini furono sottoposti ad atti di terrore e tortura, impotenti spettatori di omicidi orribili. Attraverso i suoi occhi increduli osserviamo, attoniti a nostra volta, la civiltà strappata via sia all’aggressore sia alla vittima, e la brutalità più cieca che mette in discussione le concezioni di dignità e umanità.

Sconvolgente…il lacerante racconto di Hukanović rievoca l’opera di Primo Levi. The Observer

Inquietante, schiacciante e profondamente toccante, Il decimo girone dell’inferno è il primo racconto autobiografico dei crimini contro l’umanità commessi dai serbi durante la guerra bosniaca. Rezak Hukanović è stato solo uno tra le migliaia di musulmani e cittadini croati che hanno vissuto gli atroci atti di terrore, tortura e morte nei campi di concentramento di Omarska e Manjača, nel nome della «pulizia etnica», mentre il resto del mondo civilizzato se ne stava a guardare. Literary Review

Terrificante e disarmante… Hukanović non era un reporter ma un prigioniero in questo inferno, e la sua storia è tagliente come le lame dei coltelli che ha visto penetrare nei corpi dei suoi amici e dei suoi
compagni di prigionia… Ed Vulliamy, The Observer

Hukanović merita di certo un posto accanto agli altri testimoni – come Primo Levi – che hanno scritto di simili eventi. New York Times

Dante si era sbagliato. All’inferno non ci sono nove gironi, ma dieci. Rezak Hukanović vi porta nell’ultimo, quello più spaventoso e straziante. Elie Wiesel

Non distogliete lo sguardo, per favore. Qui vi si chiede di leggere fino in fondo, senza saltare le parti più scabrose, perché non si dica ancora: «Non sapevo». Paolo Rumiz

L’autore della prefazione

Eliezer Wiesel, detto Elie (Sighetu Marmației, 30 settembre 1928 – New York, 2 luglio 2016), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, filosofo, attivista per i diritti umani e professore rumeno naturalizzato statunitense, di origine ebraica e poliglotta, originario della parte rumena del Maramaros, superstite dell’Olocausto. È stato autore di 57 libri, tra i quali La notte, resoconto autobiografico in cui racconta la sua personale esperienza di prigioniero e superstite nei campi di concentramento di Auschwitz, Buna e Buchenwald. Nel 1986 è stato insignito del Nobel per la pace

L’autore della postfazione

Paolo Rumiz (Trieste, 20 dicembre 1947) è  giornalista, scrittore e viaggiatore italiano. Vincitore di diversi riconoscimenti tra cui il Premio Hemingway, Premio Chatwin-camminando per il mondo, Premio ANA Giornalisti dell’anno, Premio Procida-Isola di Arturo – Elsa Morante Sezione mare, è tra i massimi esperti degli eventi dell’aria balcanica e danubiana.

Tag: , , , , , .

Recensioni

 

Il Decimo Girone dell’Inferno su La Stampa