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Classifica Libri
Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.

Ilenia Di Feola, studente del workshop “Notte da Scrittori”
LA FELICITÀ CHE NON POTEVO COLMARE
«Non posso vivere con te accanto senza che mi ricordi quanto io sia poco affine a te», mi dicesti con tono amorevole che non chiedeva attenzione.
«Ma se non vivo con te, non ricordo più quanto io possa essere così affine nemmeno a me», aggiungesti rassegnata e calma.
In quel momento fui forse spaventato dal tuo così immenso sentire, tanto da voler rinvenire una qualche artificiosa persuasione.
Soltanto la distanza mi aiutava a realizzare con quanta fatica fossi riuscito a costruire questa diga che impediva ai tuoi sentimenti di travolgermi.
Eravamo seduti l’uno accanto all’altra, mentre mi versavi del vino, quel vino di cui non mi avevi svelato ancora il nome e che dopo poco mi consentì di spaziare in un altro mondo; un mondo che non conosceva né affanni né delusioni, ma soltanto parvenze di serenità e gioie che da sobrio apparivano come immancabili nostalgie.
Non smisi di cercare quella bottiglia che mi avrebbe aiutato a raggiungere quel luogo dove non ero l’uomo stanco che non meritava la tua purezza, ma soltanto l’uomo brillo che dimenticava la propria pesantezza: quell’insieme di doveri e inganni che i più confondevano col mio vero volto.
Di corsa cambiai il mio abbigliamento da lavoro, sempre sgualcito e sporco, e mi diressi nella nostra casa sull’albero che guarda verso la collina azzurra.
«L’hai ribattezzata così dopo il nostro primo incontro: azzurra come il cielo e il mare che si ricongiungono nell’infinito quando mi guardi», avevi detto un giorno di luglio mentre ti accarezzavo i capelli.
Fui nella mia auto e ripensai all’ebbrezza che mi avrebbe persuaso già dopo il primo sorso di vino.
Giunto sul sentiero ricco di ombre, quel sentiero che conduce alle verdeggianti scalette, mi accorsi che qualcuno prima di me lo aveva già percorso.
Mi chiesi allora chi, oltre me e Soleil, conoscesse quel magico luogo. Non era soltanto un posto privo di visibilità dalla carreggiata, ma un luogo intimo.
È cosa ormai risaputa che esistono luoghi che avvertiamo come nostri, non perché lo siano, ma per il modo in cui ci accolgono.
Di fretta salii le scale e rovistai fra i cuscini e le coperte, ma non riuscii a scorgere quella bottiglia. D’un tratto pensai che qualcuno l’avesse rubata e portata via, ma, guardando poi il panorama così ameno e caldo, fui colto dal desiderio di riposare. Ero colmo di tristezza per non aver potuto diversamente divagare.
Mentre riaprivo gli occhi, una leggera malinconia mi avvolse e subito fui colto dal desiderio di bere del vino, necessariamente un vino diverso da quello che cercavo, affinché potessi dimenticare quella sensazione che mi opprimeva.
Per fortuna Soleil aveva sempre delle lattine nuove di birra nel baule sulla nostra casetta, ove mi trovavo seduto.
Fui quindi stordito, ma non abbastanza da non realizzare ove mi trovassi, né così stordito da non capire il mio stato d’animo e il mio interno sentire.
Sicuramente non mi interrogai su cosa desiderassi né di cosa fossi degno, ma continuavo ad avvertire lo sgomento di chi invano ha tentato di cambiare il proprio umore.
Ero ormai sconfitto quando, di lì a poche decine di minuti, il sole avrebbe ceduto posto al chiarore della luna.
Non mi aspettavo una repentina gioia, ma ero sempre più convinto di dover attraversare due attigue giornate. La notte, infatti, trascorre rapida per chi è in cerca di ristoro, ma rende più rumorosi e vividi i ricordi di chi invano cerca di sfuggirvi.
Non potevo ritenermi soddisfatto, ma sicuramente colsi in me lo stupore di chi non ha mai conosciuto così a fondo il proprio abisso.
Ero quasi giunto alla mia vecchia auto quando di nuovo fui colpito da quelle orme che avevo già visto lungo la strada. Non vi erano orme che vi si sovrapponevano, come se chi era giunto alla casetta non avesse più percorso a ritroso il tragitto.
«Louis, non avrai forse dimenticato di guardare il tramonto stasera?»
Era Soleil che mi guardava con occhi stanchi, come chi ha molto pianto, ma rifiuta lacrime. Aveva però il sorriso accennato di chi brama il cuore dell’altro.
Non riuscii a controbattere al suo sarcastico invito, che come sempre riusciva a giungere al mio cuore senza alcuna malizia né forzata dolcezza.
Soleil aveva saputo nel tempo scovare lati di me che io stesso avevo posto al riparo dai miei tormenti, o forse quei tormenti erano ciò che più tenevo nascosto.
Aveva accolto i miei timori e ne aveva tratto forza; aveva accarezzato le mie fragilità e le aveva curate senza neanche dar loro un nome.
Aveva trovato in me un uomo che non voleva più lottare, che vedeva il suo bagliore non come un fuoco che scalda e protegge, ma come una luce che illumina le proprie ombre. Avrei potuto scaldarmi, ma se fosse andata via, scorgendo i miei mostri, avrei doppiamente avvertito il freddo della solitudine: quel freddo che avevo conosciuto e che per pochi istanti mi ero illuso di poter calmare.
Ma Soleil non temeva le mie paure, i miei affanni, i miei tormenti; desiderava essermi accanto e prendersi cura di quell’insieme di cocci rotti che pensavo di essere in quel momento.
Sì, ero pieno di cocci e non erano pezzi di un puzzle: cadendo, avevano perduto i loro spigoli, che avrebbero potuto tra loro incastrarsi, ed ero tagliente per chiunque provasse a toccarmi.
Ma Soleil non desiderava un puzzle a incastro perfetto: cercava la bellezza di una storia costruita sulle delusioni e sugli sbagli. Quando la vidi, sentii ciò che si prova dinanzi a una foto che ritrae la perduta giovinezza, quella parvenza di spensieratezza che subito dopo viene colta dall’oggettività del presente.
Lei si avvicinò e mi accarezzò le mani, e lì finalmente mi resi conto che a tramutare quest’uomo pieno di delusioni e affanni in un uomo sereno non era l’ebbrezza del vino, ma la dolcezza della donna che amo.
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