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29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/4

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.

Pierluigi Casadei, classe ‘78 (48 anni, dunque, ma ben portati a quanto dicono i più), è docente di lettere al liceo. Le sue peregrinazioni sulle tracce della scrittura lo conducono ad approdare alle Vigne Chigi (in Pontelatone) dove, tra un Pallagrello e un Casavecchia, devotamente si affida – a suo dire con profitto – al Metodo Calabrò per scrittori in erba o in crisi. Da qui il suo primo racconto breve, i cui lettori, devotamente, ringrazia.

DA CALICE A CALICE

Pasquale, come ogni domenica mattina, sedeva, in posizione leggermente decentrata, in un banco – uno qualunque – a metà circa della navata centrale. La sua lunga frequentazione dei teatri gli aveva insegnato che erano quelli i posti migliori per osservare; ma badava con cura che non fosse mai lo stesso posto, lo stesso banco, la stessa inclinazione. Perché Pasquale aveva una propensione naturale per le asimmetrie: quel che era “troppo al centro“ lo insospettiva; del resto, erano effettivamente pochi, pochissimi, se non rari – ben lo sapeva dai suoi studi giovanili – i capolavori di ogni arte e in ogni tempo in cui il centralismo non fosse sinonimo di retorica. E Pasquale amava l’arte tanto quanto odiava la retorica in ogni sua manifestazione: nel vestire, nel parlare, nel ragionare. Finanche a tavola scambiava volutamente l’ordine delle posate quasi a far ammattire e divertire il commensale di turno pur di evadere – con maniera – dalla regola.

  La verità è che Pasquale aveva imparato col tempo a credere nel dubbio più che nel dogma. Ma del dogma aveva bisogno, all’occorrenza, per misurare, prima che fosse troppo tardi, quanto rischiava di scivolare lontano dal buon senso, sospinto dal suo stesso dubbio!

  Ecco perché aveva preso così sul serio quella pratica domenicale, scevra sì da devozione fervente, ma carica di un spiritualismo laico e della serietà di chi vuol comprendere le verità altrui, concedendosi il beneficio – tipico degli spiriti liberi – di non aderirvi fino in fondo, pur considerandole più che condivisibili. 

  Aveva scelto quelle verità nello specifico per due ordini di ragioni: erano le uniche disponibile nel quartiere in cui viveva e nel tempo che il buon Dio gli aveva concesso di vivere, ed erano affidate ad un libro potente, che aveva rappresentato, per lui, una folgorazione: avvincente, denso di storie, di disgrazie e di rinascite, di disperazione e di speranza, di rovesci delle sorti – esattamente come la vita! Inoltre, Pasquale aveva seguito una logica ferrea e di buon senso: se non bisogna fidarsi di chi non beve mai vino perché ha sempre un segreto da nascondere, allora chi meglio di un sacerdote, che per mestiere non può rifiutare il calice, poteva essergli sincero amico e confidente? Pasquale non era blasfemo: comprendeva bene lo specifico di quella coppa che la domenica veniva riempita e svuotata con sacro rispetto e con doviziosa ritualità. Ma ad essere versato era pur sempre vino, e questo pensiero lo rincuorava. Questo… e il miracolo delle nozze di Cana: un Dio che sa comprendere il valore del vino non può che abbracciare i tuoi dubbi, le tue tentazioni, i tuoi peccati, perché ha capito fino in fondo di che pasta è fatto un uomo. È bene precisare comunque che era giunto a queste convinzioni per puro caso e partendo da lontano.

 I fatti erano andati così.

  Ad un certo punto della sua vita, dopo essersi dibattuto tra euforie e delusioni, Pasquale aveva deciso di seguire la ricetta della fortuna di Molière che prevede tre soli ingredienti: una buona bottiglia in dispensa per riscaldarsi d’inverno e rinfrescarsi d’estate, un buon libro su cui fare affidamento, un buon amico su cui poter contare. Pronto, ad una nuova idea e ad un antico vino, lo era da sempre. Del terzo ingrediente si mise alla ricerca non appena ne percepì la mancanza, non un attimo prima, non un istante in ritardo, seguendo le proprie inclinazioni naturali e la propria, ferrea logica che non lo aveva mai tradito quando si trattava di articolare dubbi ben congeniati. 

 Gaudente e passionale per natura, aveva prima tentato con le donne. “L’amore, fatto bene, ha qualcosa di prossimo all’estasi ed all’ebrezza”, ragionava. A suo modo di vedere un amplesso poteva risultare la naturale giunzione tra i due estremi se la compagnia non si rivelava astemia: il vino aggiungeva solo la scintilla che mancava all’ispirazione. Ma constatò, dopo molto tentare, che la passione lasciava naturale spazio alla tenerezza ed al riposo: “non è certo quello il tempo adatto a filosofeggiare“, concluse.

 Stevenson, inconsapevolmente, lo condusse per mano alla seconda tappa. Il vino è poesia imbottigliata, lesse, e cominciò a frequentare quegli indiscutibili e invidiabili certamina chiamati osterie: se aveva ragione lo scrittore, lì la poesia (e le sue verità) non poteva di certo mancare – questa era stata la conclusione del nostro protagonista. I frat’ ind’o vin fu l’insegna profetica che lo accolse nel suo girovagare, una locanda non tanto lontana da casa da impedirgli un comodo ritorno anche in caso di ubriacatura (comunque da scongiurare: la sua missione era una ricerca, non una perdizione!), e non così vicina da fargli correre il rischio di incontri imbarazzanti con ospiti troppo conosciuti. Anche in questo caso, però, andò incontro ad una delusione, non dolce come la precedente ma assai amara. Nella prima mezz’ora di frequentazione a colpirlo fu infatti la singolare propensione degli avventori alla bestemmia ed all’imprecazione libera. “Non è per forza un cattivo segnale – si disse per farsi forza – anche così, le labbra sono comunque avvezze al sacro… magari bagnandole con del buon vino si addolciranno al pari delle parole da esse pronunciate e lasceranno il posto a versi gentili ed ispirati”. Pia illusione! Pasquale si trovò presto fragorosamente immerso in un fiume in piena di madrigali, sonetti, stanze, mottetti ed epigrammi dalla metrica inappuntabile ma di assai discutibile gusto. Aveva trovato di certo la poesia ma a nessuno di quegli uomini avrebbe affidato la sua amicizia: se trattavano i santi a quel modo, figurarsi un povero diavolo come lui!

 Decise di cambiare tattica: raggiungere il vino (e l’amico che grazie ad esso si sarebbe rivelato) prima dell’ebbrezza, in vigna, lì, dove la luce del sole si ferma, tenuta insieme dall’acqua nella forma del vino: un’abbazia, le sue vigne, i suoi frati. Partì, giunse e ivi trascorse alcuni interminabili giorni in serena attesa, tra quieto riposo e succulente leccornie, scanditi dal ritmo di una regola rigorosa ed efficace: ora et labora. Era periodo di vendemmia e l’attenzione dei frati era giustamente rivolta alle vigne. Poco o nullo era lo spazio lasciato alla conversazione. Pasquale, dunque, attese; e attese; e attese… Si arrese quando, a vendemmia conclusa, nessuno dei frati gli rivolse seriamente l’attenzione. Del resto, perché avrebbero dovuto? Non era un santo da orare (decisamente, no!) né una vigna da laborare. Pasquale fece ritorno a casa, sconfitto. Il viaggio fu duro, la sensazione era quella di chi cedeva ormai al subdolo ricatto della rassegnazione, un chilometro dopo l’altro. Non c’era spazio nella sua vita per un’amicizia con la A maiuscola, e lo sconforto si rivelò quasi insostenibile.

 Eppure, una novità lo attendeva al suo ritorno. Durante la sua assenza si era insediato nella parrocchia del suo quartiere un nuovo sacerdote, don Carmine. Le esperienze pregresse con i preti del suo quartiere non erano state le migliori; ottimi ministri, senza macchia e devoti ai loro uffici. Ma Pasquale cercava – lo avrete capito – l’uomo di dogma in grado di contemplare con la stessa serietà anche il dubbio e la divergenza di pensiero. Li aveva messi alla prova tutti, uno per uno; per lo più in confessionale, dove il confronto si era spesso risolto in una prescrizione con ricetta, un placebo per la coscienza, se non in reprimende che, quanto più severe tuonavano, tanto più suscitavano un sorriso di bonaria compassione al nostro protagonista. Si diede quindi il tempo necessario per misurare, dai banchi, anche il nuovo arrivato. Lo incontrò poi in confessionale quanto bastò per comprendere che un barlume di vivo e indipendente raziocinio critico illuminava la sua intelligenza. Si informò con interesse sulle iniziative da lui promosse (pastorali, caritatevoli, sociali) deducendone che meritava la sua stima. Si fece l’idea, da lontano, che fosse un uomo che aveva vissuto prima di aver accolto la vocazione. E dal suo punto di vista questa era una garanzia. 

 Decise, dunque, di metterlo seriamente alla prova. Quale reazione di fronte all’imprevisto? La risposta a questo interrogativo avrebbe deciso le sorti del loro futuro sodalizio. 

 Il piano era semplice: sostituire il vino della messa, per vedere l’effetto che fa.

 Pasquale aveva soppesato a lungo la sua idea; ne aveva bilanciato pro e contro sia alla luce del buonsenso che del rigore ritualistico. E alla fine la bilancia pendeva decisamente sui pro, gravata com’era dall’esigenza di trovare la seconda metà di quella singolare mela chiamata amicizia, che fosse complice e solidale nell’indagine leggera e profonda insieme dei suoi dubbi: il fine era nobile quindi, dare risposte ad una intelligenza inquieta! Inoltre, non era uno sciocco, non avrebbe adottato la soluzione di uno scandalo per il gusto dello scandalo. In primis, era sufficientemente sicuro che la sostituzione non avrebbe gravato troppo sulla sua anima: la transustanziazione avveniva durante la celebrazione, in seguito alla benedizione, e non c’era rischio di blasfemia sostituendo il liquido prima della stessa; in secundis, lo scopo non era quello di uno scherzo di cattivo gusto: non se ne sarebbe vantato, avrebbe solo indagato la sorpresa sul volto di don Carmine, la sua capacità “di stare al mondo al di là del prevedibile”. 

 Era necessario rispettare il diritto canonico, questo sì! Regole semplici ma vincolanti – per evitare di scavarsi la fossa per l’anima – e cioè che il vino fosse naturale, da uva fresche, privo di trattamenti chimici. Che fosse poi genuino, privo di additivi o sofisticazioni. Che fosse infine certificato, niente contraffazioni o bluff di sorta.

Ma sul gusto non erano previsti vincoli, solo una prassi: leggero, liquoroso, dolce e denso. Ed era lì che si poteva giocare la partita della suspense

 Ebbe inizio dunque una rigorosa caccia al candidato, tra cantine e degustazioni, sulle orme della “PISANI – Guida saporosa e degustata di vini e vigneti della Campania e oltre” che lo accompagnava da sempre e mai lo aveva tradito: Pallagrello, Aglianico, Falanghina, Chjanu Majuri, Barbera Nebbiolo, Chianti dei Colli Senesi e così via. Il nome era un dettaglio, contavano il rispetto delle caratteristiche e, soprattutto, il gusto. 

 Dopo attenta valutazione la scelta cadde sull’Aglianico del Taburno: vino corposo, maturo, brillante, tannico, profondo. E con una gradazione di 14.5% vol. capace di scuotere anche il palato più pigro. “Vino adatto ad un banchetto luculliano” lesse inoltre sull’etichetta. Un piacevolissimo particolare che sarebbe potuto tornare utile in futuro. Procurarsi un’ampolla da cerimonia in tutto e per tutto simile a quella usata da don Carmine fu semplice. Il più era fatto.

  Com’è, come non è, anche il giorno della prova giunse, spontaneamente.

 Provvedere alla sostituzione dell’amula col vino in sacrestia era stato semplice, approfittando di un momento di distrazione generale e grazie ad una rapida manovra. In effetti, non aveva scelto un giorno in particolare, ma si era sempre tenuto pronto per l’evenienza: proprio la distrazione avrebbe scelto per lui il giorno adatto. Bastava cogliere l’opportunità quando si sarebbe presentata. L’attesa stessa, anzi, come notò Pasquale, fu la migliore preparazione possibile: la pratica della pazienza, e l’ascolto delle omelie di don Carmine lo avevano tranquillizzato. E in effetti, se ci si pensa è proprio l’abitudine alla macchinazione a rendere scaltro e impassibile il ladro durante l’azione, lo abitua alla normalità di ciò che nel sentire comune non è un’abitudine ma una trasgressione. Questo fu l’effetto che l’attesa ebbe su Pasquale.

 Sedette quindi al suo solito, inusuale posto, al centro ben decentrato della navata. Nell’attesa, il contegno e la concentrazione furono, se possibile, ancora più intensi del solito: un lento e inesorabile countdown fino al momento cruciale della celebrazione in cui quel sorso di vino avrebbe rivelato la verità, non solo del sacramento ma anche dell’uomo! 

 Il bronzo è lo specchio del volto, il vino quello della mente…

 Ecco, quella fu la vera emozione; sulla reazione non aveva mai voluto macchinare, qualunque essa fosse: era necessario vivere il momento con la freschezza di un primo incontro. Anche se aveva ormai sentito parlare quell’uomo tante volte fino ad apprezzarne le qualità umane e la preparazione dottrinale, lui chiedeva di più a quell’incontro e scacciò da sé stesso ogni congettura.

 Recitate dunque le formule di rito, don Carmine portò il calice alle labbra e cominciò ad assaporarne il contenuto. Un attimo eterno nel cuore di Pasquale, il culmine delle montagne russe prima del vuoto. 

 Ora, c’è da dire che don Carmine era stato quello che si definisce un uomo di vita prima di vestire l’abito sacro. Il suo passato lo aveva condotto a sincera redenzione e appassionata vocazione. Un uomo che cambia rotta alla propria vita in maniera tanto drastica e convinta si lascia sorprendere da poche cose. Ecco perché assaggiando quel liquido inatteso non si lasciò scomporre né si interrogò sul perché quanto piuttosto sul come fosse stato possibile, presto lasciando sospesa la risposta per concentrarsi sul come rimediare… non senza apprezzare quel gusto che ne aveva risvegliato il buon umore, come tradì una leggera e quasi impercettibile smorfia delle labbra, inosservata ai più ma non a Pasquale che ne dedusse senza fallo la causa. Don Carmine dunque non si scompose e agì da manuale: dopo aver vuotato il calice, lo ripulì, guadagnò con passo deciso la sacrestia, recuperò il vino d’ordinanza e lo portò sull’altare con sé, ne versò la giusta porzione nella coppa, recitò nuovamente la preghiera di benedizione, questa volta a denti stretti per non dare nell’occhio ma ripetendo scrupolosamente l’intera procedura, come da diritto canonico. 

 L’atteggiamento di Don Carmine aveva corrisposto brillantemente ai dubbi di Pasquale: aveva rivelato che l’uomo di chiesa non si era dimenticato dell’uomo di vita e che questi di converso non offuscava la capacità di giudizio del primo. Questa pienezza fece sorridere tra sé Pasquale: grazie ad un calice divino aveva svelato il mistero di un uomo. 

 A Pasquale non rimase altro che concludere con l’ultima fase del test: la confessione. Svelò a don Carmine la sua colpa e il suo stratagemma e le intenzioni che lo avevano spinto al gesto. Ne guadagnò alcune migliaia di Ave Maria di penitenza raccolte in un paio di rosari al giorno da recitare con sincero fervore; una assoluzione convinta e benevola; e la promessa di continuare a degustare segreti in compagnia, da veri intenditori … Perché Don Carmine, grazie ad un calice di vino, si rivelò, fino in fondo, un uomo di spirito.

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