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29 Luglio 2026

VITE FESTIVAL/2

Androidi bevitori, viticoltori idealisti, ubriachezze da spiaggia e terre cariche di memoria. Mille e più le interpretazioni del tema di questo numero di Spartaco Magazine, che raccoglie i racconti vincitori del contest letterario promosso da Vigne Chigi ed Edizioni Spartaco e quelli scritti durante il workshop Notte da scrittori, ospitato tra i filari di Vigne Chigi. Testi diversi per stile, voce e sensibilità, ma accomunati da una stessa parola: Vite.

Ilaria Tonti è nata a Roma nel 1981. Diplomata controvoglia al liceo socio-psicopedagogico nel 2000. Ha un temperamento ribelle, vivace e curioso. Nel 2021 si trasferisce in Umbria, dove mantenendo il suo lavoro come foto ritoccatrice, torna a dar voce a sé stessa e alle sue passioni, scegliendo di imboccare un percorso di vita dinamico e non convenzionale, costellato di produzioni artistiche sperimentali, soprattutto nell’ambito della poesia, dei testi brevi e della fotografia.

ARCHEOLOGIA DI ME E DI TE

Carissimo Giorgio

stamattina, quando mi sono svegliata ho trovato la tua clavicola sul comodino di destra. Avevo ancora gli occhi appannati dal velo del sonno, ma quell’onda chiara molto familiare non potevo confonderla, perché su quella clavicola mi sono assopita decine di volte. Ho guardato tanti di quei film, sentendo la leggera flessione quando premevo la testa per alloggiarmi meglio nel tuo odore. Per nidificare, ecco.

Ero come un passero paffuto che gonfiava le sue piume nel posto sicuro. La tua clavicola che reggeva il peso del mio sonno, il peso delle mie vite precedenti, solo per un po’, perché più di un po’ sarebbe stato troppo.

Ho allungato il braccio, proteso le dita. Era leggermente porosa, temperatura ambiente. Ma era solo una clavicola, senza i tuoi fasci muscolari rossi, senza il resto dello scheletro, senza l’umidità della vita che pulsa grazie al tuo cuore nell’autostrada del tuo sistema circolatorio.

Un capogiro. Avevo paura di prenderla tra le mani, saggiarne il peso. Paura di capire, di attribuirla a te con sicurezza. Una attribuzione sarebbe stata una specie di dichiarazione di mote, e tu non sei morto.

Dio. Dio come è leggera.

Sapessi quanto mi è difficile respirare ora. Per riavviare quel meccanismo quasi sempre involontario, dovrò usare tutta la mia volontà.

La tua clavicola equivale a tre penne a sfera o a un cucchiaio di miele. Capirlo mi ha quasi uccisa, sì! Quasi uccisa.

Perché io credevo che la tua levità fosse insinuata altrove, in quei punti che non possiamo indicare durante una lezione di anatomia.

Come può, una clavicola che non arriva a pesare 20 grammi, sostenere tutto l’amore che ha gravato su di te, da quando siamo io e te? Questo noi, che ha un peso specifico elevato, quello del tuo cuore e del mio, accelerati, sanguinanti, duri cuori di meteora.

Sto preparando il caffè. Ho lasciato la tua clavicola sul letto sfatto, dopo la colazione tornerò a guardare e di certo non ci sarà più.

La caffettiera borbotta.

Dove sei? I miei piedi nudi calciano qualcosa, anzi no, non è “qualcosa”, sono quattro vertebre. Le tue vertebre, tue!

Mi sono chinata a raccoglierle, trasognata: sono così confusa.

Ne porto una più su della testa, la immergo nella luce ovattata di questo venerdì, instabile fra le mie dita che adesso tremano. Non ne avevo mai vista una così da vicino.

Pesa più della clavicola, chi lo avrebbe detto.

Tante di queste, formano la bella curva della tua schiena maschile, la schiena che stringo tra le gambe quando facciamo l’amore.

In casa a volte restano tracce del tuo profumo, e io muoio di desiderio.

Sento che se continuassi a muovermi nella cucina, potrei trovare altri frammenti di te. Sulle lenzuola, la tua clavicola immobile, muta, muto giudizio. Tengo le tue vertebre, due in ogni mano e non so che fare. Le sento: vere, incontrovertibilmente vere mentre mi arrossano i palmi per quanto premo. Se mi faccio male, forse mi sveglio e capisco che è un brutto sogno, e allora potrei guardare la tua schiene che dorme e le conterei tutte quelle vertebre, sull’unghia del dito indice: una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…

E se mi rimettessi a letto? Un letto, un giardino dove seppellire le tue bianche ossa, pulite come quelle degli ossari, come quelle dei corpi sepolti da cent’anni.

Potrei cercare la tua mandibola per iniziare a costruire il tuo sorriso, ma sarebbe la menzogna d’un sorriso, derubato dalle labbra increspate come piccole onde di ritorno.

Dimmelo tu cosa fare, dimmelo.

Telefonami e raccontami di essere intero, ma fallo il più presto possibile, componi il mio numero intanto che mi lavo i denti.

Nel lavabo, non ci crederai! Non ho fatto in tempo a usare il rubinetto.

Adagiata come una foglia fossile, una costola tua, costola d’Adamo, fuori dal giardino dell’Eden.

Lo abbiamo percorso in lungo e in largo, tu senza questa costola, io, scioccamente nata il giorno in cui ho riconosciuto l’Odissea dei tuoi occhi.

Mi chiedo perché complichiamo sempre tutto.

Per esempio adesso, tenendo la tua costola tra il pollice e l’indice, come fosse una bacchetta magica, invece di lanciare un incantesimo, penso che forse sei morto. E per di più, lontano da me.

Telefonami, dai. E perdonamele queste equivalenze con la morte, perdonamele.

Un giorno mi hai detto: “Le tue mutande stese, io le guardo. E non le vedo sventolare sul filo, ma soltanto addosso a te, perché stampate al tuo culo trovano il più alto compimento.”

C’era il sole che picchiava duro sul balcone, e io ridevo offrendo i denti al cielo. La tua scapola. Le tue vertebre. La tua costola. Io le guardo e le penso stampate nel tuo corpo, come tu, le mutande al mio culo.

Torno subito, rispondo al citofono.

Era il corriere: quello che ha un naso che ti mette allegria, lo dici ogni volta.

Aveva con sé un tubo cartonato di 50 centimetri, nessun mittente.

Solo che l’ho aperto e dentro c’era il tuo femore; era avvolto in una velina color carta da zucchero.

Dove eravamo tre giorni fa?

Sceglievamo la frutta sui banchi del mercato e qualche assaggio era d’obbligo. Ti ho infilato un’albicocca in bocca, a tradimento, e la tua faccia è diventata un punto di domanda, ma anche una zona nuova della mia memoria. E adesso il tuo femore è sdraiato sul tavolo della cucina, come un’infamia.

Scavo nei miei visceri per ritrovare i tuoi. Quand’è che sono spariti dal tuo tutto, siamo stati derubati mentre io non c’ero, è così. Un attimo di distrazione del mio cuore e siamo stati derubati.

Un giorno ha iniziato a fare troppo caldo su di noi, e il passero che ero, è stato catapultato giù dalla tua clavicola. È bastato un secondo e quell’uccellino bruno aveva dovuto iniziare un nuovo rodaggio e altri collaudi per prendere quota. Ero smarrita? Eppure c’è stato un tempo in cui la barbarie della tua irriverenza era il perfetto contrappeso alla mia brutale ed inesperta dolcezza.

C’è una cosa che mi piace di noi: il fatto che siamo intransigenti sulle stesse cose e incuranti d’altre.

Sono bianche, le tue ossa, in un modo che non mi aspettavo.

Tu mi dai le spalle ormai nel sonno, senza mai girarti verso la mia fronte. Fronte sulla fronte. E a me non resta che scorrere la tua colonna con gli occhi, sognando la tua fronte sulla mia fronte.

Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…

Si è fatto mezzogiorno. E io contemplo questo tuo macabro altare con quattro pomodori squartati sul tagliere e una falange ferita di fresco; ti offro involontariamente qualche goccia del mio sangue: magari tornerai qui da me. Il sangue è scuro, ricama la tua costola sottile, che resta imperlata in attesa di assorbire il succo rubino che attesta la mia esistenza su questo pianeta.

La gabbia toracica che proteggi i tuoi polmoni, che si gonfiano quando prendi aria, e si sgonfiano quando usi tutte le parole che conosci per farmi male, quando il tuo respiro esce tagliente come freddo polare. Ci hanno derubati anche dei tuoi polmoni, perché io sentivo freddo e cercavo una coperta da qualche parte, a dieci passi di distanza da te.

Delle poche gocce di sangue che ho versato, resta in questo istante una traccia, un marchio, che io osservo in ipnosi piena, esattamente come guardavo il nostro albero di Natale una volta spente le luci. In quel momento devo ammettere che siamo stati felici, anche se non ce lo siamo mai detti; nel ce lo siamo detti mai, quando eravamo felici.

Magari domani saprai spiegarmi perché ho trovato la tua coda dentro il frigorifero; la testimonianza dell’animale che sei stato era nascosta tra una busta di insalata e il Camembert. E l’ho riconosciuto sai, il tuo piccolo triangolo delle Bermuda, in cui perdevo il segnale ogni volta che ti guardavo mentre ti spogliavi, facendo finta di leggerti qualcosa a voce alta. E lì, proprio lì, terminava la schiena (una, due, tre, quattro, cinque, se, sette…) e iniziava un mistero nuovo, una selva che a volte percorrevo con le dita in purezza di intenti, innescando incendi diversi che ci affrettavamo ad estinguere fra le lenzuola.

Ormai – vedi? – non mi stupisce neanche più, e ti scrivo, continuando a raccontarti questa archeologia anatomica di te, che oggi mi è toccata.

Così adesso ho di te: una clavicola, quattro vertebre, una costola macchiata, (forse irrimediabilmente?) un femore e il coccige.

Forse sono passati due mesi dall’ultima volta che ho premuto forte le dita sulle tue cosce, solo perché mi piaceva saggiarne la consistenza. Me lo lasciavi fare senza tempeste nello sguardo, con quella calma tipica delle campagne a maggese, e di questo miracolo, mi resta solo un femore scarnificato, l’emblema di tutto quello che noi abbiamo ridotto all’osso per evitare il dolore, per schivare l’impatto con la vita, anzi, con una vita straripante.

Abbiamo perso il tuo quadricipite. Ero in un’altra stanza quando è successo.

Forse ero in un’altra città quando i tuoi glutei hanno preso il largo, è possibile anche questo, ma comunque io non c’ero, io non c’ero.

E se vuoi saperla tutta, ho rinvenuto anche un tuo osso parietale, in ricordo della Pangea del tuo cranio, cranio adorato, casa dei tuoi occhi e del tuo cervello che tanto ingenuamente, io amo.

Sul palmo sinistro, tengo questa piccola regione geografica senza nome, che un tempo accarezzavo mentre guidavi parlando.

Suona alla mia porta, perché tutto questo sole è davvero insopportabile per questa donna e queste ossa.

Ed è sera e non so come né quando l’insopportabile sole si è fatto tuorlo sul nostro orizzonte. Non lo abbiamo mai saputo quando e come, perché le ore ci scappavano, come i carcerati che scendono lungo i muri di notte, con le lenzuola annodate dopo aver segato le sbarre.

Il tuo silenzio non è mitigato dalla presenza delle ossa, memento mori del nostro amore efferato, che ha cercato sepoltura quando abbiamo messo a tacere le necessarie detonazioni, gli inevitabili scontri e gli eccessi sublimi di poesia.

Forse anche tu stai rinvenendo le mie ossa, in qualche area del deserto sentimentale che abbiamo disegnato spostando il cuore un po’ più in là. Come matite inadeguate, abbiamo dimenticato di tratteggiare le oasi, sovrastimando le nostre abbondanze.

Una, due, tre, quattro!

Buonanotte Giorgio.

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