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Libro della Settimana

10 Marzo 2016

Uomini e Tòpoi. Il ritorno, da Kavafis a Pasolini

«Attenti, questo è un tòpos!». Lasciate andare scope, veleni e insetticidi. Un tòpos letterario è molto più di un topo con la “s”. In greco significa luogo e nel linguaggio critico contemporaneo, come nell’antica retorica, sta a indicare quei motivi ricorrenti, quei luoghi comuni appunto, che spesso attraversano le epoche più disparate. Essi rappresentano delle costanti, perché vi ricorrono autori distanti tra loro per cultura e storia, ma allo stesso tempo delle variabili, perché il medesimo tòpos subisce una declinazione differente ogni volta che uno scrittore vi incrocia il proprio sguardo. Ecco il senso di questa rubrica: esplorare la storia dei principali tòpoi letterari, raccontarne la persistenza dal mondo classico a quello moderno (in alcuni casi post-moderno) e utilizzare, così, degli scandagli che diano la misura delle varie stagioni della letteratura e dei rispettivi interpreti.

Rubrica di Alessio Bottone

IL RITORNO, DA KAVAFIS A PASOLINI

Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fa’ voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. / Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi / o Poseidone incollerito: mai / troverai tali mostri sulla via, / se resta il tuo pensiero alto e squisita / è l’emozione che ci tocca il cuore / e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi / né Poseidone asprigno incontrerai, / se non li rechi dentro, nel tuo cuore, / se non li drizza il cuore innanzi a te. // Fa’ voti che ti sia lunga la via. / E siano tanti i mattini d’estate / che ti vedano entrare (e con che gioia / allegra) in porti sconosciuti prima. / Fa’ scalo negli empori dei Fenici / per acquistare bella mercanzia, / madrepore e coralli, ebani e ambre, / voluttuosi aromi d’ogni sorta, / quanti più puoi voluttuosi aromi. / Recati in molte città dell’Egitto, a imparare dai sapienti. // Itaca tieni sempre nella mente. / La tua sorte ti segna a quell’approdo. / Ma non precipitare il tuo viaggio. / Meglio che duri molti anni, che vecchio / tu finalmente attracchi all’isoletta, / ricco di quanto guadagnasti in via, / senza aspettare che ti dia ricchezze. // Itaca t’ha donato il bel viaggio. / Senza di lei non ti mettevi in via. / Nulla ha da darti più. // E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso. / Reduce così saggio, così esperto, / avrai capito che vuol dire un’Itaca.

(C. Kavafis, Itaca, traduz. di F. M. Pontani)

Pinturicchio, Il ritorno di Ulisse
Pinturicchio, Il ritorno di Ulisse

Il ’900 si apre, dopo Il fu Mattia Pascal, con questa “poesia del ritorno” di Costantino Kavafis che riutilizza coraggiosamente il mitologema ulissiaco. L’uomo-viandante a cui si rivolge il poeta greco viene sollecitato a godere del viaggio piuttosto che della meta. Il finalismo insito nel nòstos omerico diventa qui un invito alla lentezza, alla via lunga, poiché l’avventura arricchisce e l’approdo può deludere, ma Itaca riceve sempre senso da ciò che si vive durante il naufragio. Quasi come l’Ulisse dantesco, quello di Kavafis celebra l’amore per la vita attraverso l’elogio dell’odissea, che svuota così l’autonomia semantica della meta-Itaca.

L’archetipo moderno del tòpos del ritorno va rintracciato, però, nel romanzo-poema di James Joyce, l’Ulysses, la cui terza e ultima parte, stando allo schema Gorman, si intitola appunto “Nostos”. Come è noto, l’opera è tutta costruita in parallelo con l’Odissea e la giornata dublinese di Leopold Bloom, che racchiude in sé l’intera narrazione omerica, non può che concludersi con il rientro a casa dell’eroe (episodio 17, «Itaca»). L’ebreo errante termina il proprio vagabondare anti-epico in maniera altrettanto anti-epica: ha dimenticato la chiave ed è costretto ad entrare dall’interrato direttamente in cucina, come un ladro; è al buio e urta in un mobile, cui la moglie ha cambiato posto durante la sua assenza. Ad attenderlo, inoltre, c’è Molly-Penelope, sposa fedifraga che durante il pomeriggio ha incontrato il suo amante (Leopold lo sa e quando si mette a letto ne riconosce sulle lenzuola le impronte). Si tratta, insomma, di un ritorno demitizzato. Joyce confessò una volta che la sua intenzione era di rendere il mito sub specie temporis nostris e, allora, il nòstos dell’Ulisse moderno, antieroe più che eroe, deve essere la parodia di un approdo felice e conclusivo, perché all’uomo del ’900 non si addice più alcun viaggio lineare o teleologico.

Di nuovo ti rivedo,/ città della mia infanzia paurosamente perduta…/ Città triste e allegra, dove sogno una volta ancora…/ Io? Ma sono io lo stesso che qui vissi e qui tornai,/ e vi continuai a tornare e a tornare,/ e di nuovo a tornare e a tornare? / / Oppure noi siamo tutti gli Io che qui abitai o abitarono,/ una serie di perle-enti legate da un filo-memoria,/ una serie di sogni di me fatti da qualcuno fuori di me?

(F. Pessoa, Lisbon Revisited, traduz. di A. Tabucchi)

Questi versi del portoghese Fernando Pessoa, che in un’altra versione suonano ancora più efficaci (“Un’altra volta ti rivedo, ma ahimè, non mi rivedo”), parlano di un nòstos altrettanto problematico: si può tornare ai luoghi dell’infanzia, al paese natio, ma a separarci da essi resta il tempo. Il poeta percorre lo spazio e ritrova Lisbona, ma non riesce a ritrovare il se stesso vissuto lì.

L’impossibilità del nòstos appartiene, in qualche modo, anche a quel romanzo filosofico che è La montagna incantata di Thomas Mann, dove l’allontanamento dei protagonisti dalla casa-pianura assomiglia a un esilio e produce mutamenti difficilmente ricomponibili. Il soggiorno di Hans Castorp e del cugino Joachim al sanatorio Berghof (a Davos, sulle Alpi svizzere) si rivela, infatti, un’esperienza definitiva, da cui è difficile liberarsi. “Lassù” si vive al di fuori del tempo, come in una prigione magica, fondata sulla ritualità, la malattia e la morte. Ritornare al piano (“laggiù”), alla normalità e alla salute diventa irrealizzabile e a dimostrarlo c’è il tentativo di Joachim, che si aggrava e sale di nuovo al Berghof prima di morire, mentre Hans abbandona la montagna solo per immergersi nella guerra, che di quella è una sorta di continuazione.

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse
Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse

Anche L’uomo senza qualità racconta di personaggi coinvolti in odissee senza nòstos. Come sottolineato da Claudio Magris, nel romanzo-saggio di Musil il viaggio non conferma mai l’identità del viaggiatore, che si muove su di una traiettoria rettilinea proiettata nell’infinito senza meta (“senza qualità”, si direbbe). Ulrich e gli altri errano, ma il loro nomadismo, oltre a essere privo di un fine, manca di un reale punto di partenza e questo rende la categoria del ritorno totalmente estranea alla vita dei personaggi sulla pagina.

Andrà ricordato, infine, che il tòpos del ritorno riguarda pure buona parte della poesia novecentesca italiana. In Ungaretti è il nòstos alla terra promessa, all’innocenza originaria, che è patria irraggiungibile, come in Canzone, componimento introduttivo di quella raccolta che si chiama proprio La Terra Promessa, dove ricompare nel finale l’Itaca ulissiaca. Per il nomade Ungaretti, infatti, il sogno di un approdo è destinato a rimanere tale e il viaggio non prevede ancoraggio alcuno («la meta è partire», si legge in Lucca).

Saba, invece, associa il motivo del ritorno alla metafora esistenziale della navigazione. L’andare per mare non necessita la scelta di una meta precisa e, se spingersi al largo significa affrontare con coraggio e curiosità la vita, l’aspirazione al porto sicuro appartiene ai pigri e ai pavidi (i “sani” di Svevo):

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

(U. Saba, Ulisse)

Il nòstos è, poi, uno dei cardini dell’universo poetico di Salvatore Quasimodo, che specialmente nelle prime raccolte ruota intorno al tema dell’isola-Eden Sicilia, ennesima Itaca verso cui l’io lirico orienta il proprio ritorno memoriale, evocazione di un’antica umanità e, insieme, «rimpianto per una personale irripetibile stagione di felicità» (Asor Rosa). Anche Pasolini impiega il tòpos in almeno due occassioni. In Teorema la contadina Emilia è l’unica a salvarsi dall’individualismo borghese e la sua redenzione si compie tramite il ritorno al paese di campagna, mentre il poeta degli esordi in dialetto aveva messo in versi il nòstos alla terra friulana. Ciant da li ciampanis (Canto delle campane), ad esempio, segna la distanza incolmabile tra l’io e il paese (Casarsa), che può essere raggiunto solo quando si è fantasmi e si è, quindi, esclusi definitivamente da esso:

Quando la sera si perde nelle fontane,  / il mio paese è colore smarrito. / Io sono lontano, ricordo le sue rane, / la luna, il triste tremolare dei grilli. / Suona il Rosario e si sfiata per i prati: / io sono morto al canto delle campane. / Straniero, al mio dolce volo per il piano, / non aver paura: io sono uno spirito d’amore, / che al suo paese torna di lontano.

L’umanità semplice, la vita umile e naturale di Casarsa sono perduti per sempre e l’unico modo per “tornare” è “rimanere”. Il desiderio della sosta o dell’aver voluto sostare rende il nòstos pasoliniano una negazione del partire e dunque anche del tornare:

Non bisogna muoversi per tornare. / Chi si muove, si muove per una strada diritta/ e senza fine.

No bisugna mòvisi/ par tornà. / Cui ch’al si mòuf, si mòuf par na strada dreta/ e sensa fin.

(P. P. Pasolini, Ciants di un muàrt)

Continua…