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Non solo Jane Austen: in ognuno di noi convivono razionalità ed emozione, in un intreccio indissolubile che ci rende ciò che siamo: inevitabilmente umani.
Questo il tema del nostro Magazine, preso in prestito a “Più libri, più liberi”, per celebrare la meravigliosa complessità di mente e cuore.
Il terzo (ma senza podio!) racconto è “La parete bianca“ di Enrica Ranieri, che esplora con intensità emotiva il vuoto lasciato dall’assenza e la fatica di ricominciare a riempire i propri spazi.

Enrica Ranieri, ispanista e traduttrice freelance, è autrice di racconti, traduzioni e articoli. Sta lavorando alla realizzazione del suo primo romanzo e di un podcast.
LA PARETE BIANCA
Ho paura di non vederla più, quella parete in cui gli spazi erano finiti da tempo ormai ed ogni centimetro raccontava la nostra storia, di chi non c’era più, di quelli che eravamo stati, della famiglia che avevamo costruito, poi fatto a pezzi e, infine, saldato e rimesso in piedi con chiodi nuovi. Quella parete fatta di anni diversi, cornici diverse, luoghi diversi, di noi che non eravamo più noi.
In realtà io non la vedrò più, quella parete già non esiste. L’ultima volta che l’ho vista è stato prima del funerale. Era febbraio. Mia sorella maggiore ed io ci eravamo scambiate appena due frasi e avevamo deciso che passare prima da casa di nonna era la decisione giusta, giusta almeno per noi due. Bisognava solo fare un respiro profondo e percorrere lo stretto viale Crawford che dalla chiesa ci avrebbe condotto al vecchio cancello verde, cigolante e un po’ ammaccato. Un passo alla volta, una lacrima alla volta, avvolte ognuna nel proprio cappotto nero.
Ad ogni passo sembrava, però, di tornare indietro, anche se la direzione puntava in avanti. Ad ogni passo mi sembrava di rivedere e rivivere un ricordo distinto del nostro passato, delle estati da piccole e degli inverni da grandi, degli amici che avevamo portato lì a conoscere la nonna e anche degli amori a cui, almeno io, avevo concesso la piena conoscenza anche di quel luogo, il mio luogo del cuore, come l’ho sempre considerato. Ad ogni passo, però, il pensiero che non ci fosse nessuno lì ad aspettarci, mi faceva più male. Perché ogni volta che quella porta si apriva, era il suono della sua voce la prima cosa che ci accoglieva e ci annunciava che eravamo arrivati al piano giusto. Quando quella volta, in quel giorno di febbraio, la porta era chiusa e abbiamo dovuto infilare noi la chiave, girare la serratura e aprirla, l’ondata di silenzio e nostalgia ci ha invase.
Freddo, nessun rumore e buio.
Poi due passi, subito a sinistra ed eccola, la parete della nostra vita, di quella che lei con orgoglio mostrava e con amore riempiva. Con i miei fratelli ogni volta che ci ritrovavamo lì davanti, soprattutto in presenza degli altri tre, avevamo l’abitudine di contare le foto in cui era presente ognuno di noi, un po’ per avere un pretesto per litigare e un po’ per litigarci il suo affetto. Nostra nonna si divertiva con questo che era diventato ormai una sorta di strano rituale ad ogni nostra visita a Sant’Agnello.
Ora, però, che non ricordo più in quante foto potevo riconoscere la mia immagine, ora che non posso più contarle, ora che lei non ride più, sento male ovunque. Provo a chiudere gli occhi, a riportarmi in quella stanza, a cercare di visualizzare davanti a me quell’immensità di scatti, piccoli, grandi, a colori, in bianco e nero.
Gli abbracci, le ricorrenze, la polvere.
Provo a vedere con gli occhi della memoria ma quello che mi arriva è solo la sua voce. La sento alle spalle, squillante e fiera, giocosa e calda, la sua voce instancabile di racconti e leggende e quel suono mi distrae da quello che la vista potrebbe e vorrebbe ricostruire nella mia testa.
Io ho paura di non vederla più nemmeno nei miei ricordi. Sta diventando bianca anche lì, bianca ma con i segni delle cornici che la abitavano fino a poco fa. Io ho paura che sbiadisca anche lì e non so come fare per tenerla dentro e fissarla in qualche angolo della mia testa e del mio cuore. Vorrei farle spazio, esattamente lì, al mio centro, tra ragione e sentimento.
Mi sto raccontando la versione in cui so che vendere quella casa e lasciare che altre storie riempiano quella parete è la cosa giusta ma questa consapevolezza non affievolisce il dolore che provo ora. So che casa, come dice mamma, non sono i luoghi ma le persone, ma come faccio ora che verrò privata di entrambi?
Mia nonna non c’è più, la sua voce, la sua poltrona, la sua tv blu, quelle stanze sono ormai vuote, quella parete a cui hanno tolto l’identità, i colori e la parola non può più parlarmi.
Nessuno mi parla più.
Forse sono anche io che ho smesso di chiedere perché ho capito e accettato che vendere permetterà di tenere in piedi le altre pareti della nostra storia. Ma, anche se la testa comprende, il cuore si ostina a percorrere le strade battute del passato.
Hanno tempi diversi loro due, almeno in me è sicuramente così. Poi, più che strade, nel mio caso, e pensando ai momenti che quella parete raccontava, si tratta di mari profondi, spiagge lontane e rotte più o meno navigate. Il mio cuore ha gettato la sua àncora in quella casa e tirarla su richiede una fatica per cui non so se ora ho tutta la forza necessaria. E poi io, ora, odio questo silenzio, questo silenzio imposto a cui non ho avuto il tempo di abituarmi, a cui io non voglio abituarmi. Sarà che è stato tutto così veloce, sarà che la morte rende tutto così piccolo e non ti dà tempo, perché tempo non ne ha, tempo non ce n’è più. Come gli spazi su quella parete, che non aveva più centimetri liberi e disposti ad accogliere nuovi ricordi. Come la mia testa che non riesce a svuotare, come il cuore che non riesce a lasciar andare.
Non sono rimasti solo i contorni delle cornici sulla sua parete bianca.
Ora che ci penso ci sono anche e ancora tutti i chiodi. Restano i chiodi a cui si poggiavano ognuna di quelle cornici, ormai un po’ datate, nella profondità dei mattoni, mi chiedo chi li toglierà? Perché qualcuno li toglierà e cancellerà i segni della nostra storia, delle nostre risate, dei nostri abbracci, della nostra vita fino ad allora, fino a lì.
Sì, mamma, lo so, persone e non luoghi ma io qui, così lontana da entrambi, mi sento spesso confusa, persa, sola. Mi chiedo se ne valga la pena lasciare che la mia testa e il mio cuore combattono per mantenermi in equilibrio o se, anche loro, sono stanchi come me di questa guerra che sento inutile e che lascia anche la mia parete, qui a Milano, vuota e bianca.
Non ho il coraggio di cominciare a riempire questa casa, a raccontare la mia storia sulle sue pareti. Non so da dove partire, che chiodo fissare, dove, a che altezza e per metterci cosa? Non ho il coraggio di scegliere cosa guardare ogni giorno su queste pareti fresche di intonaco e che non sento ancora mie. Non ho il coraggio perché ho paura dell’effetto che mi fanno le emozioni forti dopo febbraio, dopo giugno e dopo tutte le volte in cui la mia testa ha mandato il segnale di fuga a tutto il resto ed io mi sono spenta. Non ho coraggio perché forse è giunto il momento che lui si faccia un po’ da parte e che io possa ascoltare anche le mie paure.
Perché la verità è che io, ora, ho paura.
Ho paura di non vederla più, quella parete e lei nei miei ricordi. Ho paura di non vedermi più, io, com’ero, e forse di non essere capace di riempire con altrettanto orgoglio e amore queste pareti solo mie e di nessuno, troppo bianche e pulite per i miei ricordi spezzati e per i chiodi poco robusti per sostenere il peso di quello che non voglio lasciar andare. Non ho il coraggio e ho paura ma nonostante questo, o forse proprio per questo, non torno indietro ma indietro ci guardo perché per sapere dove andare devo capire prima da dove partire.
E forse una parete bianca e solo mia va bene per iniziare.
Un passo alla volta, una lacrima alla volta, avvolta nel suo maglione blu.
Etichette: Enrica Ranieri, Jane Austen, LA PARETE BIANCA, più libri più liberi, Ragioni e sentimenti, Spartaco Magazine