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20 Novembre 2025

RAGIONI E SENTIMENTI/2

Non solo Jane Austen: in ognuno di noi convivono razionalità ed emozione, in un intreccio indissolubile che ci rende ciò che siamo: inevitabilmente umani.

Questo il tema del nostro Magazine, presto in prestito a “Più libri, più liberi”, per celebrare la meravigliosa complessità di mente e cuore.

Proseguiamo il percorso con “La guaritrice di luce“ di Antonella Perrotta, un ritratto delicato e forte di amore filiale, in cui ragione e sentimento si intrecciano fino a diventare cura

Antonella Perrotta, autrice di racconti e romanzi, vive e lavora in Calabria e collabora con riviste e blog culturali. Nel 2023 fonda Sine Pagina, blog di libere scritture

LA GUARITRICE DI LUCE

Di mia madre dicevano fosse una strega.

La trattavano col timore reverenziale che si riserva all’inspiegabile.

Di lei erano tante le cose che non riuscivano a spiegare, in effetti. Non riuscivano a capire come potesse guarire con le parole il dolore altrui o come potesse predire il futuro attraverso i sogni, la forma delle nuvole, il volo degli uccelli o l’abbaiare dei cani.

Neanche le sue ciglia e i suoi capelli così chiari da sembrare composti di sola luce, la sua pelle diafana refrattaria al sole, gli occhi dello stesso non colore dell’acqua avevano per i più una spiegazione plausibile. Qualcuno diceva di aver visto qualche animale così, ma non aveva avuto vita lunga. Mia madre, invece, era una donna forte.

La temevano, ma la cercavano. Come si cerca l’ossigeno o l’acqua. Lei era verbo ed era cura. Accorreva ovunque la chiamassero, avvolta in uno scialle, leggero d’estate e pesante d’inverno. Lo portava calato sulla testa, a coprirle anche il viso. Non temeva nulla, se non il sole. L’oscurità era il suo elemento naturale; la sera il momento della giornata in cui si scopriva il volto e sorrideva al mondo. Lei esisteva davvero soltanto di notte. Di giorno era la strega che si prendeva cura di chi aveva bisogno. Di notte era Marzia ed era mia madre. 

Da bambino pensavo anch’io che fosse una strega. Anche per me rappresentava l’inspiegabile. Non sapevo ancora che alcune persone soffrono di una malattia congenita chiamata albinismo e non sapevo ancora che mia madre fosse fra queste. Non sapevo neanche che le guarigioni e le profezie che le erano attribuite erano frutto di suggestione, più che della sapienza nell’uso delle erbe, e che il vero miracolo da lei compiuto era quello di creare nella mente altrui una tale aspettativa di guarigione da influenzare anche il corpo. Effetto placebo, diremmo oggi. Non sempre funzionava. Mia madre lo sapeva. Per questo, prima parlava con l’ammalato e poi decideva se poteva curarlo. Non so come facesse a capirlo. Per me leipoteva tutto. Ma diceva che ci sono mali troppo grandi di fronte ai quali doveva alzare le mani. In realtà, non alzava le mani: calava lo scialle sulla testa, abbassava gli occhi e se ne andava senza dire nulla. La lasciavano andare. Spesso piangevano per quel male che la strega non poteva curare.

Trovo sia più corretto dire che mia madre fosse una fata o un angelo che nascondeva le ali sotto lo scialle, piuttosto che una strega. Ma questo lo fu soltanto fino a un certo punto. Fino a prima del Giudizio.

Le andavo dietro quando la chiamavano. Affascinato, la guardavo dispensare le sue pozioni di erbe tritate e messe a macerare la sera prima. Qualcuna era da bere, qualcun’altra da apporre sulla zona dolorante. La ascoltavo sussurrare parole come una litania, parole che nessuno capiva. Neanche io. Sapevano di antico e sapevano di luna e di notti stellate. Mi sembrava possedessero il potere di creare un legame invisibile tra la natura e l’anima. I malati la ascoltavano e la lasciavano fare, i familiari la osservavano a distanza. Nessuno le diceva niente. A me davano un biscotto o una caramella al miele. Ce ne andavamo da una casa per entrare in un’altra e anche lì nessuno diceva niente. Non si aveva bisogno di spiegare né di ringraziare: mia madre già sapeva. Tornavamo a casa la sera che lei aveva i piedi stanchi ed io la tasca del grembiule piena di biscotti e caramelle. Passavo le mie estati così. In inverno, invece, c’era la scuola e c’era anche il gelo dell’inverno. Per questo, la seguivo di rado, soltanto quando non avevo altro da fare. Mia madre era felice quando pioveva e il cielo era gravido di nubi. Quando gli altri si coprivano, lei lasciava cadere lo scialle dalla testa e scopriva il viso e i capelli. 

Era un tempo in equilibrio, il mio e il suo, il nostro. Un tempo che sfidava quello altrui e sembrava ruotare al contrario, invertire le stagioni, le ore, gli umori. Un tempo che la ragione non comprendeva, ma al quale io e lei eravamo abituati.

Marzia, mia madre, profumava di alloro. Diceva che i miei capelli sapevano di vento, tutto quello che lei non era mai riuscita ad afferrare e trattenere. Non so cosa volesse dire. Glielo chiedevo a volte cosa volesse dire. «Hanno gli odori del mondo di fuori» mi rispondeva. Quando mi coricavo, lei mi veniva vicino, appoggiava il viso sulla mia spalla e odorava i miei capelli. Del colore di una nuvola baciata dal sole, i suoi. Del colore del catrame, i miei. A vederci insieme non sembravamo neanche madre e figlio.

Mia madre era tutto l’amore che avevo. Io ero il suo. Un uomo le aveva detto di amarla nonostante tutto, l’aveva messa incinta e poi se n’era andato. Mia madre sospirava ancora quando mi raccontava di quell’amore nonostante tutto 

«Cosa voleva dire?» le chiedevo.

«Non lo so bene» mi rispondeva. «In fondo, ognuno di noi ha un nonostante tutto …»

«E il mio qual è?»

«Nonostante tu sia mio figlio. Il figlio di una strega».

Allora io la abbracciavo e me la tenevo stretta, perché ero fiero di essere suo figlio. Nonostante tutto. A mio padre, non l’ho mai pensato. Neanche immaginato. Non m’incuriosiva il suo volto, il suo aspetto, la sua voce. Non mi chiedevo neppure come sarebbe stato crescere con un padre accanto.Stavo bene con Marzia, mia madre, che aveva il fascino dell’inspiegabile, che per tutti era una strega e per me era una fata o un angelo che nascondeva le ali sotto lo scialle.

Ma poi venne il tempo del Giudizio.

Accadde che Saverio Benincasa, il figlio minore del mastro ferraio, si ferì una gamba. Non smetteva di sanguinare e la moglie del mastro chiamòmia madre. Era un martedì di giugno ed io avevo finito la scuola. La seguii fino alla camera di Saverio. Pallido, madido di sudore, urlava dal dolore. Mia madre disinfettò e fasciò la ferita con bende pulite. Disse: «Se il sangue non si ferma o la carne intorno dovesse gonfiarsi e arrossarsi molto, bisogna che chiami un dottore». La moglie del mastro non disse nulla. A me non diede nulla, neanche un biscotto. Il giorno dopo, chiamò nuovamente mia madre e lei le disse: «Deve portare Saverio in ospedale. Deve vederlo un dottore». Ma anche questa volta, la moglie del mastro non disse nulla e nulla continuò a darmi. Non chiamò più mia madre. Quando si decise a portare Saverio dal dottore, la gamba stava già in cancrena. Il medico le disse che avrebbe dovuto farlo visitare prima. La madre di Saverio urlò che era colpa di mia madre. «Tutta colpa di quella strega se mio figlio ha perso la gamba!» fece, la rabbia nel petto e nella voce, e il medico volle saperne di più. Volle conoscere la strega che curava con le erbe e con le litanie che sapevano di antico e di luna e di notti stellate. 

Il dottore si chiamava Luigi Rua. Bussò alla nostra porta e si presentò così: «Sono il dottor Luigi Rua, medico chirurgo dell’ospedale di Val d’Erba». Mia madre gli sorrise e lo fece accomodare, mentre io mi spaventai e mi aggrappai alla sua gonna. Lui non si levò neppure il cappello. Eppure, in casa, gli uomini devono levarsi il cappello. Me lo diceva sempre mia madre: «Quando sarai grande ed entrerai nelle case altrui, dovrai levarti il cappello. È buona educazione». Io non le rispondevo. Non riuscivo ancora a immaginarmi grande e col cappello sulla testa. 

Il dottor Rua volle sapere di Saverio e anche degli altri ammalati. Il tono della sua voce era ruvido, le parole precise, misurabili, così diverse da quelle a cui ero abituato.

«Le persone credono a quello in cui voglio credere» gli rispose mia madre. «Spesso funziona. Il cuore a volte ammala il corpo, a volte lo guarisce. E la mente sa come governarlo. È un meccanismo complesso ma straordinario, non crede?»

Il medico corrugò la fronte. «Io preferisco la scienza. Solo la scienza è governata dalla ragione. Il resto è superstizione. Stregoneria».

«O forse magia … Magari preferisce chiamarla miracolo? Lei non crede nei miracoli?»

«Solo in quelli della scienza».

«Lei crede allora solo a ciò che si può spiegare? Che si può vedere? Io per lei sono spiegabile?»

«Certo che lo è! Lei è una donna affetta da albinismo che sfrutta questa sua condizione facendosi passare per guaritrice».

«Io non sfrutto nulla. Non chiedo niente in cambio. Non rifiuto la scienza medica. Intervengo solo quando il cuore è malato di dispiacere. Il dispiacere avvelena il corpo. Le persone credono, sa? Credono anche a ciò che non si vede. Credendo, guariscono».

«Fesserie!»

«Lei allora non crede all’amore?» Il medico fece uno sbuffo in aria con la mano. «Lei, l’amore, riesce a vederlo? Riesce a spiegarlo? E solo perché non ci riesce ne nega l’esistenza?» insistette mia madre.

Il dottor Luigi Rua urlò che ne aveva abbastanza. Disse che avrebbe sporto denuncia e avvertito le Forze dell’Ordine.

«Quale ordine?» gli rispose mia madre e si fece una risata. Io, invece, continuavo a tremare aggrappato alla sua gonna.

Non venne nessuno ad arrestare mia madre. Nessuno in divisa s’interessò a lei. Forse il dottor Rua aveva barato. O forse non c’era nulla da denunciare. Arrivò, invece, il silenzio. Un silenzio pesante da togliere il respiro. Lo accompagnava l’ombra del sospetto. Entrambi, silenzio e sospetto, ci chiusero le porte, sbattendocele in pieno viso. Ora sapevo com’era fatto il Giudizio. Nelle tasche del mio grembiule nessun biscotto e nessuna caramella più. Sulle labbra di mia madre nessuna litania, nessuna parola che sapeva di antico e di luna e di notti stellate. I suoi occhi del non colore dell’acqua si fecero tristi. «Vedi», mi disse, «a volte l’inspiegabile fa una tale paura che bisogna combatterlo e distruggerlo».

Gli chiesi come si potesse distruggere un qualcosa che né si riusciva a spiegare né a vedere o toccare.

«Con l’indifferenza» mi rispose. «Se lo neghi o lo rifiuti, allora è come se non esistesse. Ma tu non farlo: non negarlo o rifiutarlo mai. Non combatterlo».

Avevo otto anni e mia madre era il mio mondo. 

Era la fata che nascondeva le ali sotto lo scialle. Era l’inspiegabile che faceva paura. Era la diversa che praticava l’amore e credeva – e riusciva a far credere – che ogni emozione, ogni dolore, ogni perdita, avesse un senso nascosto. Lei instillava la fede. Nella fede stava la cura.

Oggi lo so. Oggi so che la ragione non sempre lo è, ragione. Non sempre è infallibile. Non sempre offre risposte. So che, nel continuo scontro tra la razionalità e le emozioni, mia madre incarnava il conflitto e sfidava le leggi dell’ordinario. 

So che mia madre sapeva fare miracoli. Lo so perché ero io il suo miracolo più grande.

Etichette: Antonella Perrotta, Jane Austen, LA GUARITRICE DI LUCE, più libri più liberi, Ragioni e sentimenti, Spartaco Magazine