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20 Novembre 2025

RAGIONI E SENTIMENTI/1

Non solo Jane Austen: in ognuno di noi convivono razionalità ed emozione, in un intreccio indissolubile che ci rende ciò che siamo: inevitabilmente umani.

Questo il tema del nostro Magazine, presto in prestito a “Più libri, più liberi”, per celebrare la meravigliosa complessità di mente e cuore.

Il primo racconto protagonista è “Fili di seta” di Luigi Volpe, una fiaba delicata e feroce che evoca, con immagini potenti e una sensibilità rara, il modo in cui ragioni e sentimenti si sfiorano e si feriscono.

Luigi Volpe, “napoletano atipico”, scrive da sempre, e da sempre nasconde ciò che scrive (o quasi). Scrive con l’intento di cercarsi, di misurarsi con l’amore, con la perdita, con la resilienza e la speranza, cercando di tenere insieme tutti i pezzi di sé che, come poli simili, tendono ad allontanarsi.

FILI DI SETA

Il primo filo oscilla quando lo tiro, e la vibrazione mi passa dalle zampe al ventre. Forse io e la ragnatela siamo la stessa cosa, ma con densità diverse.

Ho scelto questo angolo perché arriva sole al mattino e ombra al pomeriggio. E perché su quel lampione dove trema la luce c’era una farfalla chiara, che danzava nel cono giallo finché l’aria non si stancava. Stavo fermo e la seguivo con la testa senza muovere il corpo, per non rompermi, per non rompere la meraviglia.

Il glicine si arrampica fino a qui. Il vento arriva dal cortile con l’odore del bucato steso.

Nessuno si è mai preso cura di me. Noi ragni facciamo così: nasciamo, cambiamo pelle, andiamo via. Mia madre è rimasta il tempo necessario ad insegnarmi i nodi: tirare, fermare, aspettare; e che l’amore vuol dire anche lasciar andare. E, mentre lo diceva, mi lasciò. Mio padre non l’ho conosciuto. Ho imparato guardando il vuoto fare e disfare. 

Inventario di giorni: due moscerini diventati sassolini, un’ala di falena con polvere di notte, una goccia di rugiada scivolata dalle zampe.

Oggi il pergolato sembra respirare. Le foglie si toccano come gente che si chiede scusa.

Il tirante di sinistra vibra: tre colpi lunghi, uno corto. Non è il vento, ma qualcosa che pesa. Mi porto al centro, dove i raggi s’incrociano. Le zampe anteriori sono pronte, le posteriori tese, il corpo sospeso a un niente. La mia legge è semplice: chi tocca rimane, chi rimane paga. Me lo ha insegnato mia madre, è l’unico modo che conosco per sopravvivere.

Quando la vedo non la vedo. È una sfocatura bianca che lascia scaglie come neve sottile. Scivola dentro come quelle frasi dette a metà, con le parole che s’impigliano da qualche parte tra le labbra e il cuore.

«Ti ho preso» dico, prima di capire a chi somiglia.

Lei sbatte le ali due volte, poi smette.

«Non ci vedo più come prima» dice. «Ho sbagliato angolo».

«Succede».

«Succede quando voli stanca e non hai più niente da cercare».

La guardo. Le scaglie sono polvere bianca. Sull’ala intravedo un disegno che conosco: un arco, tre puntini, una virgola. È lei. È quella del lampione. 

«Ci siamo già incontrati?»

«Può darsi» sussurra. «Ho girato tanti cortili. Voci di bambine, un cane sull’erba, un uomo che aggiustava le antenne. Non ricordo più le distanze, le traiettorie».

«Sotto al lampione. Una volta ti ho seguita con gli occhi per tutta la notte. Tu non sapevi che c’ero. E io… io non sapevo di essere io».

Sorride come può sorridere una farfalla, con un angolo d’ala che trema.

«Allora ti ho fatto bene» dice. «La luce serve se qualcuno se la ricorda».

«Io mi ricordo tutto. Anche la fame che ho adesso».

«Si sente. Ti vibra addosso. Fa un rumore pulito, come quando stiri i fili nuovi. Hai lavorato bene qui. Si vede che ci credi».

Le zampe mi prudono. La procedura è sempre la stessa: immobilizzare, inoculare, attendere. È solo un calcolo, un metodo. Ma è ciò che mi serve per sopravvivere giorni, settimane, mesi.

«Hai fretta?» chiedo.

«No. Solo stanchezza. È diversa. Non va via».

«Io ho la sete che morde. Anche lei è diversa».

«Lo so. Si capisce da come tieni il centro. Ti tira verso di me e tu lo contrasti. Sei bravo a non cadere».

«Sono bravo a non morire».

«È una bravura importante» dice. «Io invece ho smesso di tenere il conto. Ho fatto la mia parte. Finestre, fiori, campi di cicoria, il fiato caldo delle estati. Ho acceso e spento, non ricordo quante volte».

«E adesso?»

«Adesso vorrei riposare, senza fare male a nessuno. Ma è un desiderio ridicolo per una come me. Lasciamo polvere d’ali ovunque andiamo. Qualcuno le ama, qualcuno le odia. E io non ho più scuse».

«Non sei un cibo qualunque».

«Nessuno lo è. Ma quando serve, si può diventare qualsiasi cosa».

Una raffica muove la pergola. I fili laterali vibrano come funi tese al maestrale. Il centro resiste, è la parte che so fare meglio. Sul bordo dell’ala vedo una riga mangiata. Forse dal tempo, da un ramo o dalle spine. Non importa. Tutto mangia qualcosa.

«Se ti libero, cadi» dico. «Non ce la fai a tenerti».

«Forse non subito. Ho ancora aria. Ma non voglio consumarla per te. Preferisco mischiarla al vento. È più onesto».

«Onesto?»

«Sì. Il vento non fa finta di volermi bene. O mi regge o mi porta via. Tu, invece, sei gentile. E questo mi confonde».

«Non sono gentile. Ho fame».

«Appunto. E proprio per questo ti dico grazie. Non mi hai ancora strappato, mi stai parlando. Mi sembra quasi di valere qualcosa che non sia solo zucchero».

La mia legge preme, come un dente che vuole uscire. Ho zoppicato tutto l’inverno per non rifare la rete più piccola. Ho trovato veli di altri dentro la mia fame e li ho mangiati. Sono rimasto mesi con la schiena vuota. E nessuno mi ha dato due fili in prestito.

«Io non posso permettermi di provare sentimenti» dico. «Non ho riserve. Ho solo questa tela tesa».

«Sai, a volte i fili tesi servono a tenere anche quello che non si vede».

«Tipo?»

«La storia che ti racconti quando tutto sembra perso. Non lo fai con la pancia. Lo fai con una cosa più lenta e più testarda».

«Io non ho storie. Faccio solo i conti con la fame».

«Eppure te ne ricordi una: stavi sotto al lampione, restavi immobile a guardare la luce invece di cercare prede. Ti ho visto, sai. Il gelo ti spingeva via ma tu restavi. Allora non facevi conti, resistevi per qualcosa che non si mangia».

Il filo centrale scivola di un tocco: il glicine ha tirato, o il cuore ha spostato il peso. I miei palpi tremano. Penso alla mia regola: cattura, morso, attesa. Nessuno ti giudica se la mangi, mi dico. Perché se non lo fai non resti in piedi».

«Ti fa male?» le chiedo.

«No. Ho visto di peggio. Tira solo un po’. E questa seta è bella. Si capisce che ci tieni».

«Ci tengo a non cadere».

«È una buona cosa a cui tenere».

«Se ti addormento, non soffri» dico. «Almeno credo. Non l’ho mai fatto senza mangiare dopo».

«Fai quello che devi. Solo, se puoi, abbi cura del primo minuto. Quello in cui il corpo decide se restare o andare».

«Non lo decido io».

«Nessuno decide veramente» dice piano. «Bisogna tenersi l’un l’altro e vedere chi cede».

«Ma non posso prometterti che vivrai».

«Non voglio che tu prometta. Fammi solo la cosa giusta. Io proverò a essere leggera».

Ricordo la voce di mia madre: se una cosa vuole andare, non la tenere per te; tieni il centro e apri un varco. Mi avvicino piano, filo su filo, finché avverto l’odore di polline vecchio. La tocco una sola volta. Il veleno scende come un pensiero che si scioglie e io misuro il tempo come ho imparato con le gocce: una, due, tre. Sento il suo battito diventare lento, ma senza sparire. Dorme.

Taglio due giri e apro un varco. Mantengo la seta legata al suo ventre, come una cintura. La guido con un filo solo, verso il lato dove il vento sale dal cortile, e aspetto che l’aria arrivi, come un respiro.

«Sei pazzo» dico a me stesso. «Questo non ti salva. Ma ho scelto di farlo lo stesso: taglio il terzo giro. Il suo corpo scivola di poco, poi il vento la prende. Mantengo il capo di seta con tutte le zampe, come un pescatore che non vuole perdere la lenza. Ma io non so pescare. So solo mantenere.

Quando i fili tesi iniziano a cantare, lascio. Lei fa una curva lenta e si posa sul bordo di una foglia di glicine. Dorme o finge, non importa. È intera.

Resto al centro di un vuoto. Non ho mangiato. Ho perso filo. Le mie zampe tremano el’odore di zucchero mi resta addosso.

Il mattino è scivolato via dai muri del cortile. Non ho voglia di rifare la tela, adesso. Lei muove appena un’ala. Una scaglia si stacca e vola verso di me come un fiocco leggero. La prendo col palpo, senza pensarci. La scaglia resta appiccicata e la porto al nodo centrale, dove il filo ha un suono più chiaro. Ce la schiaccio sopra come un francobollo, e il suono cambia.

«Se torni, troverai un posto» dico a nessuno. «Se non torni, avrò comunque un suono nuovo».

La sera arriva a strisce, passando tra le foglie. Un moscerino si lascia convincere dalla luce della cucina, entra, sbaglia parabola. Ma non ci conto più. Appoggio la testa sul raggio più freddo e ascolto. Si sentono passi che rientrano, una sedia spostata, un cucchiaio contro una tazza. La fame mi graffia lo stomaco, ma stavolta la lascio fare.

Mi addormento a pezzi, con due zampe sul centro per non scivolare. La scaglia sul nodo ha l’odore delle margherite. Mi sembra una bandiera piccola e inutile, eppure mi tiene sveglio quel tanto che mi basta per sorridere. Se i ragni sorridono, io lo faccio.

Quando apro gli occhi, la farfalla è lì, sul bordo della stessa foglia. Non vola. Apre e chiude piano le ali come porte che non vogliono svegliare nessuno.

«Ci sei?» chiedo.

«Ci sono» risponde. «È da tanto che non provavo un sonno così. Mi hai portato dove l’aria era leggera. Grazie».

«Non so se ho fatto bene».

«Hai fatto ciò che hai sentito. Non è male, non è bene. È solo più vero».

«Morirò di fame più in fretta, così».

«E io morirò più lontano. O più tardi. O adesso. Non lo so. Ma ora non avverto dolore. E questo mi basta».

«Non basta mai».

«A volte sì».

Restiamo in silenzio, come due solitudini che si riconoscono. Lei guarda verso il cortile: una donna scuote una tovaglia, volano briciole, passa un bambino con una palla.

«Ti ricordi la luce?» le chiedo.

«La ricordo guardando te. Il modo in cui tieni i fili. Anche quando non serve, li tieni bene. È una forma d’amore anche quella.

«Ma l’amore non si mangia, non ti toglie la fame.

«Neanche la paura. Eppure ti ha tenuto vivo un inverno intero.

Sorrido, come fanno i ragni. Sento la fame allargarsi come un lago profondo. Non ho niente da offrirle, solo il suono dei miei fili di seta.

«Ascolta» dico. «Ho cambiato il nodo centrale. C’è una scaglia tua».

«Lo sento» dice. «Ora è un suono più caldo».

«Se vuoi, quando vai, portati anche questo vento».

«Non comando al vento».

«Nemmeno io».

Un colpo d’ala. Solleva il corpo lentamente e si stacca dalla foglia. Per un attimo sembra un pizzico di luna. Se ne va senza rumore. Senza voltarsi.

Resto con la rete e la sua scaglia al centro. Appoggio la bocca al nodo e assaggio un granello di polvere. Non sa di zucchero, ma di qualcosa che non troverò mai più in nessun insetto.

La fame non smette. E io non le chiedo di farlo. Le dico solo di aspettare ancora un po’. Rifaccio due giri, stringo i tiranti, sistemo i raggi come fossero dita che preparano un accordo. Non so quanto resisterò. So che oggi ho scelto di seguire un suono invece cheuna legge. E che questa cosa, inspiegabile anche per uno come me, mi tiene più saldo del filo.

L’imbrunire si slabbra sui muri, poi si ritira. L’aria si fa più sottile e i fili diventano freddi.

Le mie zampe perdono la presa. Una alla volta le riporto al centro. Sento la sete salirmi nella testa e rimanere lì. Potrei rifare la rete piccola, potrei scendere a cercare briciole vive. Non lo faccio. Resto qui. Ascolto. Ogni tanto il glicine tocca la tela e il nodo suona, con dentro la sua scaglia. È un suono debole, fragile. Mi ci stendo, poggiando il viso sopra.

Penso a mia madre, che se ne andò dopo avermi insegnato a resistere e a sciogliere nodi, e a un padre che non è rimasto. Non li giudico. A volte l’amore è questo: lasciar andare. A volte è restare e tenere il centro per qualcuno che non c’è più.

Quando la fame fa il giro largo e torna, non la caccio più. Le tengo un posto, qui, accanto a questi fili che cantano. Se devo morire, voglio morire al centro, non al bordo.

La notte si è stesa sul pergolato. Mi si chiudono gli occhi. Il mio corpo è vuoto. Prima di cedere, passo due zampe dietro il nodo, come ad abbracciare qualcuno.

«Se torni, io sono qui» dico piano. «Se non torni, io resto qui lo stesso».

Ho fatto come mi ha insegnato mia madre: ho lasciato andare. Ma sono rimasto.

Il primo filo canta quando lo tiro. E adesso, insieme al suono, sento un battito che non è la fame. Un battito piccolo e ostinato. Mi fa male e mi fa bene. E mi basta. Anche se finisce.

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