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Libro della Settimana

23 Luglio 2015

“Questa vita è una guerra” di Tamara Ferrari

tamara piccolaRubrica: AVVENTURE SEMISERIE DI UNA INVIATA
dell’autrice del libro Il Confine Sminato. Cronache da Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Sud Sudan, Bosnia ed Erzegovina, Italia.

TRA IL SERIO…

Tamara racconta:

“In Iraq col fotografo Michele Bolzoni abbiamo dormito una notte in un orfanotrofio disabitato ad Al-Qosh. Alle 22 non c’era più luce, in compenso il vento era così forte che sembrava che fuori ci fosse gente che urlava… sembrava di stare in un film di vampiri, per fortuna la notte è passata in fretta!”.

… E IL FACETO!

Tamara racconta:

“Sempre in Nord Iraq abbiamo preso un taxi per arrivare da un villaggio cristiano dove avevamo assistito a una Via Crucis a Erbil. Quando siamo saliti sull’auto, dentro era tutta piena di cuori: statuine dorate a forma di cuore sul cruscotto, enormi cuscini a forma di cuore rossi sui sedili, un cuore appeso allo specchietto retrovisore. L’autista, un giovane iracheno, appena è partito ha messo a tutto volume la colonna sonora del Titanic: “Benvenuti sul mio Titanic” e ha cominciato a correre come un pazzo. Vedendoci preoccupati, ha continuato: “Non dovete avere paura, io guido da anni, anche a mani legate”. E si è attorcigliato entrambe le mani con la cintura di sicurezza procedendo a velocità folle. Quando siamo arrivati a destinazione, ha parcheggiato la macchina, l’ha spenta e ci ha detto che doveva mostrarci una cosa: una fiancata della macchina era tutta graffiata. «C’è scritto: I love you in arabo» ci ha spiegato: «È per la ragazza di cui sono innamorato. Sono pazzo di lei, l’ho conosciuta nella sua città in Norvegia, non la vedo da quando sono tornato a casa, otto mesi fa»”.

LE PUNTATE PRECEDENTI

Tamara racconta:

Quella volta in Sud Sudan:

“In Sud Sudan con il fotografo Giuseppe siamo rimasti bloccati due giorni in un «hotel» della capitale Juba. Le camere erano due piccoli container messi uno di fronte all’altro. Il container non aderiva perfettamente a terra e così di notte le due ‘camere’ si riempivano di rospi. Abbiamo dormito tra i rospi!”.

Quella volta in Afghanistan:

“In Afghanistan, la prima notte che ho passato a Herat mi sono persa nella base degli italiani. Eravamo arrivati al pomeriggio, ci hanno portati nelle nostre ‘stanze’ a depositare i bagagli e da lì alla sala stampa. Quando ne siamo usciti era buio e io mi son confusa. Siccome la ‘casetta’ della Folgore era uguale a quella dove ero ospitata io, sono entrata e mi sono diretta a quella che pensavo fosse la mia stanza. Ho aperto la porta e mi son trovata davanti un soldato mezzo nudo. ‘Scusa’, gli ho detto. E lui: ‘Prego’. Sono uscita fuori imbarazzata e sono finita dritta dagli americani, che cercavano di convincermi a restare con loro perché erano più ‘simpatici’ degli italiani. Li ho salutati e mi sono imbattuta in uno spagnolo, che si è offerto di aiutarmi. In quel momento sono arrivati due carabinieri italiani che facevano il giro di perlustrazione notturna e mi hanno accompagnata nella mia stanza. Il giorno dopo tutta la base si interrogava su chi fosse la giornalista dai capelli scuri lunghi che si era persa nella notte…”.

Quella volta a Gaza…

“La foto di copertina del libro “Il confine sminato” è stata scattata a Jenin, in Cisgiordania, dove il fotoreporter Maki Galimberti e io ci trovavamo perché il governo israeliano da cinque giorni ci vietava di entrare nella Striscia di Gaza. Alla fine siamo riusciti ad averla vinta e abbiamo oltrepassato il valico di Erez, dove oltre a controllare i passaporti e zainetti, ci hanno fatto le radiografie per controllare che non portassimo niente nascosto addosso. Oltrepassato il “muro” controllato dagli israeliani, c’è un chilometro di terra sterrata dove quando cammini ti senti “sotto fuoco”: dietro ci sono i soldati israeliani, davanti quelli di Hamas. In quel chilometro è vietato fare foto, ma il cameraman dell’Unicef tirò fuori la telecamera e un soldato sparò col mitra (e non verso l’alto). Appena arrivati sul lato palestinese, venne lanciato un missile contro Israele e ci costrinsero a uscire dalla Striscia. Da quel momento con Maki diciamo che quello che abbiamo fatto a Gaza è stato un safari!”.

Quella volta in Libia…

“In Libia Ahmet ed io abbiamo camminato per 80 chilometri sotto il sole, in sette giorni. Una media di 10 chilometri al giorno, mangiando scatolette di tonno. Ci si lavava di notte, dietro qualche masso, con una bottiglia d’acqua, e ogni volta che si andava al bagno (dietro qualche masso) si bruciava la carta igienica per evitare che il giorno dopo la carta se ne andasse a spasso per il deserto trascinata dal vento”.

Quella volta in Siria…

“In Siria la fortuna ha voluto che venisse con noi Fabio L’Arena che ha una associazione culturale a Roma. Eravamo entrati con visto regolare, e c’erano persone che ci controllavano 24 ore su 24. Ma Fabio si era portato appresso una valigia piena di nasi rossi da pagliaccio e palloncini, ogni volta che scendevamo dalla macchina lui apriva la valigia magica e venivamo circondati da bambini che ridevano e anche da grandi. Si faceva una così gran confusione che noi giornalisti riuscivamo a lavorare indisturbati.

L’ultima notte a Damasco hanno sparato sotto il nostro albergo, dove per entrare dovevi passare i metal detector come in aeroporto. Vedevamo gli uomini dei checkpoint sulla strada che cercavano qualcuno con le torce, sentivamo gli spari. Pur essendo al nono piano ci siamo rifugiati nel corridoio, per paura che qualche proiettile potesse arrivare fino a noi”.

Quella volta in Afghanistan:
“A Kabul, in Afghanistan, con la fotografa eravamo diventate amiche di uno degli autisti di Emergency. Il giorno che siamo andati all’orfanotrofio, sulla via del ritorno si è fermato in una strada affollata ed è sceso dalla macchina senza dirci niente. Stavamo cominciando a pensare che eravamo intrappolate in macchina (in caso di esplosione), quando è arrivato portando in mano dei gelati. Ci aveva offerto il gelato. Ovviamente non abbiamo potuto rifiutare e, dopo giorni in cui avevamo fatto attenzione a tutto quel che mangiavamo, siamo state costrette a “gustarci” il gelato con la consapevolezza che l’avremmo pagata cara. Io ne ho provato un po’ e quando è partito ho fatto finta che mi fosse caduto addosso. La fotografa è stata male già quella sera…”