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25 Aprile 2020

Quarantena sociale precaria: le avventure di Mauro Eliah al tempo dell covid: episodio II

di Marco Ehlardo

Capitolo II: La malattia dei ricchi

Il resto della squadra, in questo periodo, non sta ferma. Non tutti, almeno.

Gli “improvvisi impegni inderogabili” di Mohamed si sono ormai condensati in uno solo: non uscire da casa per nulla al mondo. Comprensibile e condivisibile. Peccato, però, che quel paio di volte in cui gli ho chiesto di fare cose a casa al computer, mi ha risposto che era dovuto scendere per improvvisi impegni inderogabili. C’è una sola cosa che Mohamed teme più di ogni virus: il lavoro.

Vladimir si divide tra mille impegni: le consulenze al telefono con i richiedenti asilo, le visite settimanali negli appartamenti, la preparazione dei ricorsi con Ornella, il nostro avvocato. Anche volendo, non riuscirebbe a trovare un minuto libero per ammalarsi.

Anna sta a casa con me, ma la vedo meno di prima. Sempre al telefono. La chiama mezzo mondo. L’altra metà, lo chiama lei. Comincio ad essere un po’ geloso del fatto che riceve più telefonate e più richieste di aiuto di me. L’ho conosciuta che era un piccolo seme di cui prendersi cura. Ora è divenuta una foresta equatoriale nella quale sono io, sempre più spesso, a rifugiarmi.

Io ed Anna abbiamo sempre pensato, data la nostra condizione estremamente precaria, che chi lavora con gli ultimi finisce per diventare, quantomeno, un penultimo. Ma, in momenti come questi, ti rendi conto di quale differenza faccia, per la vita delle persone, essere penultimo o ultimo.

La vita dei migranti è diventata una vita sospesa, ancor più di prima. Sospese le audizioni nelle commissioni; sospese le notifiche degli esiti delle audizioni; sospesi molti lavori, ad esempio quelli di collaboratori domestici e badanti; sospesi i lavori nei campi, ma in tal caso, spesso, per scelta degli stessi migranti, mancando ogni condizione di sicurezza.

Non li vedi più nemmeno chiedere denaro fuori dai supermercati, o spazzare le strade, o vendere qualunque cosa per le vie o ai semafori. Non ho la più pallida idea di come stiano facendo a sopravvivere.

La cosa più difficile, all’inizio, è stata convincerli a restare a casa. Per chi una casa ce l’ha, o ce l’ha ancora, ovviamente.

Un ragazzo del Burkina Faso, che mi chiedeva insistentemente un appuntamento in ufficio, quando gli ho detto che dovevamo restare a casa a causa dell’epidemia, mi ha risposto: “io non ho paura, questa è la malattia dei ricchi”.

E, a dimostrazione di questa teoria, mi ha raccontato come, nel suo Paese, ad ammalarsi sono stati solo ministri ed imprenditori, a causa dei loro frequenti viaggi in Europa. La povera gente, dunque, secondo questa teoria, sarebbe immune al virus.

Con lui ho avuto gioco facile. Mi è bastato contestargli che lui all’estero c’è già. Che, ammesso e non concesso che il virus colpisca i ricchi, di certo non evita i poveri che vivono negli stessi luoghi. E poi, oltre quale soglia di reddito il virus comincerebbe a colpire? E che fa, prima di infettarti ti chiede la dichiarazione dei redditi? In tal caso, sai quanti milionari italiani risulterebbero immuni…

La discussione più feroce, naturalmente, l’ho avuta con una delle donne in accoglienza. Nigeriana, 24 anni, fervente cristiana, con un talento unico per ridurmi il fegato in briciole.

La prima domenica di quarantena mi chiama per dirmi che vuole andare in chiesa. Le rispondo che le funzioni nelle chiese sono sospese. Mi dice che lei va in una “chiesa di ghanesi” a Castel Volturno. Le rispondo che saranno sospese le funzioni anche lì. Insiste che non è così. Ai primi pezzi del mio fegato che vanno in necrosi e si staccano, le dico che se le funzioni in quella “chiesa di ghanesi” non sono sospese, mi desse l’indirizzo che ci mando l’esercito. O, peggio, direttamente Salvini. Mi risponde che posso mandarci chi voglio, tanto dio li protegge da qualsiasi cosa. Le rispondo: bene, a che serve tutto questo affannarsi a trovare cure e vaccino se loro hanno già trovato la soluzione? Non capisce. Chiudo dicendole che se esce di casa per andare a Castel Volturno, le taglio tutte le erogazioni economiche, e le faccio comprare solo pane ed acqua. Attacco.

Mi richiama la sera. Ha preso una multa. Dove? Come? Sul bus, tornando da Castel Volturno. Cerco il numero dell’ospedale. Reparto trapianti di fegato.

Marco Ehlardo (1969) è nato a Napoli, città dove vive e lavora. Impegnato da oltre quindici anni nel settore sociale, è stato project manager di un programma di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati e di numerosi altri progetti e servizi per migranti. Esperto di migrazioni e asilo, è autore per le testate Vita No Profit e Comunicare il Sociale. Svolge incontri e seminari sul tema per associazioni, giornalisti e scuole. Per Edizioni Spartaco ha pubblicato “Terzo settore in fondo. Le avventure semiserie di un operatore sociale precario” (2014) e “Fratello John, sorella Mary. Le nuove avventure semiserie dell’operatore sociale precario Mauro Eliah” (2016).