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  • Lo sgarro

    L’autista nella Mercedes nera era al telefono con la moglie in lacrime; l’ultima nata non voleva saperne di latte in polvere. I finestrini chiusi attutivano i rumori provenienti da una bassa costruzione in pietra. All’interno, l’uomo boccheggiante per il cappio che lo incaprettava si dibatteva spendendo le ultime energie, mentre gli strappavano di dosso i pantaloni.

    Sforzi inutili che, anzi, acceleravano il soffocamento. Poi l’urlo, generato da un dolore lancinante. La lama del coltello aveva amputato le parti intime del tunisino, recidendo l’arteria genitale. Un fiotto cupo schizzò denso e intermittente, macchiando la gonna e le scarpe del carnefice. Il Padrone fece un cenno. Da un secchio, la donna prese una manciata di argilla

    e tamponò la ferita, arrestando l’emorragia. Poi raccolse il fallo sanguinolento e lo spinse nella bocca del tunisino. Per costringerlo a spalancarla gli strizzò il naso tra pollice e indice. Verificò la lunghezza della corda, che univa con un nodo scorsoio il collo alle gambe inarcate. Non doveva essere troppo corta, per dare garanzie di una lunga agonia.

    Il monito a chi sfidava la cosca spacciando nel suo territorio. Il Padrone, prima di alzarsi dallo sgabello pieghevole, prenotò al telefono un tavolo per due in trattoria. Controllò di non essersi sporcato, avviandosi lentamente verso le scale. Quando lo vide, l’autista accese il motore e tirò il freno a mano. Poi scese e aprì la portiera con gli occhi bassi. Odiava il sangue.

    «Carluzzo, jamu a mangiari ’nduja!». Per il Padrone si era trattato di ordinaria amministrazione. Il bimbo aspettava la mamma nella culla. Piangeva di solitudine. Quando la vide le lacrime si asciugarono, per far posto a un sorriso innocente e sdentato. La donna tolse le scarpe e la gonna, rovinate dalle macchie di sangue, sfilò il resto e rimase nuda. Entrò nel lettone, appoggiò

    il figlio sul seno abbondante e iniziò a baciarlo, parlando sottovoce mentre gli accarezzava il pisellino. Che divenne duro, pur restando piccolo e inoffensivo.

    Uno

    La berlina nera affrontava arrogante i tornanti. Il passo del Monginevro si avvicinava rapido. Il Padrone osservava le piste imbiancate dai cannoni da neve. Pochi sciatori irriducibili disegnavano inutili, effimeri arabeschi. Era settembre inoltrato. Stranezze del clima: nella città afosa giravi a mezze maniche, al valico una tramontana fredda e pungente entrava nelle

    ossa. La luce veniva meno e i tetti candidi evocavano il Natale. Carlo guidava cesellando le traiettorie. Sorpassava con precisione, incurante della striscia bianca continua, assumendo un rischio calcolato. In nessun caso ci sarebbero stati problemi. Il libretto di circolazione era vergine a qualsiasi controllo e per sicurezza farcito con quattro banconote

    da cinquanta euro. Le parole giuste avrebbero fatto il resto. Saluti, mani tese alle visiere e tante scuse. L’auto puntava su Bussoleno. L’appuntamento era fissato nella tana del lupo: la piola ritrovo dei No Tav. Nessun rischio. Carlo e il Padrone erano perfetti sconosciuti in quell’ambiente. Parcheggiarono in piazza della Repubblica, raggiunsero Il Cormorano

    a piedi. Nome curioso per una trattoria alle pendici delle Alpi, con un menu che più di terra non si poteva. Entrati separatamente, presero posto adottando un collaudato schema militare. Il Padrone sedette in fondo alla sala con le spalle al muro; Carlo si sistemò in modo da controllare l’ingresso. Nel borsello la Glock era senza sicura. In una tasca della giacca del Padrone

    sonnecchiava una Derringer a due colpi. Arma démodé, da spaghetti-western, micidiale a breve distanza. Arrivò la cameriera, con gli occhi a mandorla a fare da contraltare al marcato accento piemontese. Vitel tonné, polenta alla brace e mezzo di rosso per l’autista. Il Padrone indugiò qualche secondo, poi scelse carré di agnello accompagnato da verdure

    bollite. Per triste senso del dovere decise di bere acqua gassata. Il terzo commensale era atteso per le nove, accoglierlo con lucidità sarebbe stato meglio. Iniziarono a mangiare. Il cibo era buono e abbondante. Il vino, denso e carico di residuo, proveniva da colture biologiche. Per concime solo sterco di vacca e solfato di rame. Nonostante la mascella

    lavorasse alacremente, l’occhio di Carlo non mollava mai l’entrata. Il locale era composto di due sale. Nella prima c’era il bar e si giocava a carte sbevazzando bicerin, genepy, vermouth e grappe; nella seconda ci si riempiva lo stomaco. I militanti rumoreggiavano sconclusionati e stanchi, dopo una giornata di lotta e di mazzate. Appesi alle pareti gialle di fumo, e fuori

    tempo massimo, una decina di poster di Che Guevara. Li fronteggiava un incongruo manifesto elettorale di Benigno Zaccagnini. Pezzi di storia fragili e polverosi, che facevano il verso a desolanti trofei di caccia e ai grezzi e massicci tavoli di abete. Uno di questi era coperto da un’enorme mappa della valle, un puzzle di fogli disegnati dai compagni, tenuto insieme

    da scotch vecchio e crocchiante. Seminascosta sotto mucchi di volantini, la carta indicava vie di fuga conosciute solo dagli indigeni. In rosso erano evidenziati i paesi e i cantieri. Contorti filamenti segnavano i sentieri in punta di lapis. Due grossi tratteggi tra Saint Jean de Maurienne e la Maddalena avvertivano che lì sarebbe stato scavato il tunnel di base.

    ZeroTav

Pubblicazione: 24 ottobre 2019

Collana: Dissensi

Pagine: 304

ISBN: 9788896350799

Disponibilità: Ottima

Prezzo: 14.00 

Chi li manovrava contava su quella leva psicologica che dava impulso, con ragionevole certezza, a una reazione equiparabile al ruggito del topo. Che smuoveva il senso di giustizia, la morale, quelle forme di retorica che fanno celebrare Davide contro Golia, Orlando a Roncisvalle, i trecento spartani di Leonida. E illudono i deboli che possono averla vinta contro la storia.

Sergio Carati è un professore universitario, un intellettuale, abile nel circuire studentesse, esperto nell’iniettarsi eroina mantenendo contegno e una parvenza di dignità. Mirna Cinotti Carli è una nobiltossica. A farli incontrare non è un romantico scherzo del destino ma il Padrone, boss della ’ndrangheta, braccio armato dell’onorevole Elvio Conconi e dell’ex ministro Antonio Nussardo: in cambio dell’estinzione dei loro debiti e di un grosso quantitativo di droga, i due vengono assoldati come infiltrati nel gruppo di attivisti che si oppongono allo sfregio ambientale dei lavori dell’Alta velocità in Piemonte. La Tav deve essere fatta. È un business troppo grande per politici e malavita organizzata, un affare irrinunciabile. Così il prof e Mirna sono pedine piazzate nel posto giusto al momento giusto: dovranno spingere con un fine lavoro psicologico Giuliano, Elide e Renato – tre giovani profondamente arrabbiati che hanno perso il lavoro e la fiducia nel dialogo e nella protesta pacifica – a mettere e far esplodere una bomba a Torino negli uffici dell’impresa vincitrice dell’appalto per la Tav. Perché la strategia del terrore ha sempre funzionato e anche stavolta darà un’accelerata alle opere, con l’arresto di quei poveri illusi che continuano a protestare rallentando il cantiere. Sembra tutto calcolato alla perfezione tra killer, polizia connivente, esecuzioni. E invece…

ZeroTav è un noir puro che corre sui binari della brutalità e della ferocia, tra politici corrotti, ’ndrangheta, storia, cronaca e fiction. Il complotto perfetto, sventato da idealisti disperati. Elettrizzante.

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Recensioni

«… il romanzo offre seri spunti di riflessione, nonché il materiale per un eventuale, futuro film di successo». Luciano Albanese  su Modulazioni Temporali firma la prima recensione del noir di Mario de Pasquale

«Scritto molto bene, non ci vengono proposti banali cliché, è uno di quei libri che si legge a buon ritmo e lo si immagina facilmente su uno schermo Tv». Nuova recensione per #ZeroTav a firma di Elisabetta Favale

«Tutto sembra calcolato alla perfezione “tra killer, polizia connivente, esecuzioni”, ma la serrata e avvincente narrazione riserva diverse sorprese». Sulla pagina dell’Odg dell’Emilia- Romagna si parla di ZeroTav, il noir di Mario De Pasquale
«L’ambientazione è ampiamente descritta, i paesaggi sono veri, reali come gli astanti che si alternano in un susseguirsi di eventi che lasciano il lettore senza fiato».  Su millesplendidilibriblog la recensione di Zerotav
«Zero Tav è lo specchio dell’anima più turbolenta e masochista della società civilizzata. Un romanzo con innumerevoli spunti filosofici e di riflessione. Un ottimo lavoro di Mario De Pasquale». ZeroTav recensito su Thrillernord
«…questo è quello che racconta Mario De Pasquale con prosa bella, vibrante, densa, fluente, serrata e – tragicamente – credibile come una riuscita sceneggiatura, avvincente, potente e schietta  in questo noir duro e crudo». ZeroTav recensito su Mangialibri
«Un romanzo duro, nel quale le scene di violenza sono sventagliate con dovizia di particolari dall’inizio alla fine. ZeroTav è la narrazione di una nazione oscura, che si fagocita di istinti primitivi». Segnalazione per #ZeroTav di Mario de Pasquale sul Il Fatto Quotidiano a cura di Lorenzo Mazzoni
«Un bel romanzo, per stomaci forti ma non solo, che si fa facilmente perdonare qualche lieve incongruenza narrativa con una valida ambientazione, una suspense altissima e una buona introspezione, non disgiunte, a volte, da una giusta dose di humor nero». ZeroTav recensito su Milanonera
«ZeroTav è quindi un insieme ben riuscito di cronaca, storia e fiction, che si uniscono per mettere insieme un complotto perfetto che solo gli ideali e la disperazione possono sventare». ZeroTav recensito su La Bottega di Hamlin