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  • Come fai a riconoscere la felicità mentre la stai vivendo? e sussurrare a te stesso: ora fermati, sei felice. Cristallizza questa frazione e osservati meglio: hai parte di quello che volevi, sei in un posto caldo, e sparsi per questa città ci sono degli amici che farebbero tutto per te. Rifletti su questo momento, cerca di fissarlo nella tua memoria per sfogliarlo più tardi come si

    sfogliano delle fotografie in cerca di conforto. Non lo sai. Lo capisci dopo, solo dopo. A me sono bastati cinque minuti di visita da parte di mia sorella per capire che prima ero felice e avrei dovuto scattare quella fotografia. Ma a questo pensi sempre poi. Ora lei attende una risposta. Quando Petrìt ha chiesto se poteva sposare mia sorella io non ho detto né sì né no. I miei genitori

    erano contenti che Mimoza avesse scelto un albanese, per di più della nostra zona, per giunta cattolico, e non qualche italiano chiacchierone e poco serio. Così dicevano, forse richiamando l’immagine degli italiani che avevano invaso l’Albania durante la Seconda guerra mondiale. Mio padre ricorda ancora che, da piccolo, nella cantina di casa nostra erano nascosti due di loro.

    Sfuggivano alle barbarie naziste e rimasero per più di otto mesi. Mio padre non ha dimenticato i loro nomi: Marcello Mattolini e Andrea Vaso si chiamavano. Più volte mi ha chiesto di rintracciarli, e io gli ripetevo che era impossibile. Poi è successo, ma questa è un’altra storia. A me Petrìt non piaceva, ma non volevo esprimere alcuna opinione in proposito. Era troppo

    vecchio e troppo brutto per mia sorella, ma credo che non esista uomo abbastanza uomo per potersi sposare la tua unica sorella. Non che me lo avessero chiesto: ero solo uno sbarbatello di ventidue anni che studiava Storia portando a casa più ragazze che esami, ancora troppo giovane per prendere parte alle scelte della famiglia. E quando, ormai convolati a nozze,

    Petrìt mi ha chiesto se avevo voglia di accompagnarlo perché doveva incontrare alcuni suoi amici a Rotterdam, io intuivo cosa stesse accadendo, ma non ho aperto bocca finché non siamo tornati a casa. Entrati nel garage, Petrìt mi ha detto che doveva farmi vedere qualcosa. Lavorando con pazienza e lentezza ha smontato le portiere della macchina

    e ha tirato fuori quindici chili di cocaina e tremila euro. La roba era per lui, i soldi erano per me, ed era più di quello che guadagnavo in sei mesi portando pizze su e giù per la città. Non ho fatto neanche finta di arrabbiarmi, oramai avevo capito di cosa si occupava Petrìt. Non puoi lamentarti dopo aver vinto quei soldi con un unico viaggio, sarebbe inappropriato.

    La roba è sparita a Milano ancora prima di venire tagliata: quella città si regge sulla cocaina esattamente come l’impiccato si regge sulla corda. Petrìt ha acquistato un’altra macchina mentre i miei soldi sono finiti in una vecchia scatola di scarpe. Un mese dopo mi ha chiesto di fare lo stesso viaggio, questa volta senza di lui. Ha detto che qualcuno era andato sul

    cantiere dove lavorava come muratore a fare domande e per un po’ non poteva muoversi, non voleva dare nell’occhio. È per questo che dovevo andarci io, perché di me si fidava. Ha detto proprio così, che si fidava di me e non ha aggiunto altro. Non sono uno sprovveduto, sapevo come sarebbe potuta finire questa storia. C’era bisogno di precauzioni, di fare le cose

    per bene. Volevo tre macchine collegate tra di loro via telefono con schede intestate a gente sconosciuta. Perché tre macchine? Perché la prima controlla la strada, la seconda tampona e blocca qualsiasi tentativo di fermarci, la terza che è carica cambia direzione e sparisce. Petrìt ha fatto qualche storia. Il mio piano gli piaceva ma c’era un problema: «Più sono gli

    invitati, più piccola è la fetta di torta» diceva. «Più grande è la torta, più vicina è la prigione» usavo ripetere per convincerlo. Ma lo sapeva anche lui che senza un cambio di marcia saremmo finiti tutti male. Era il 2000, e oramai ci avevano preso le misure. La vecchia criminalità albanese, quella che scendeva a Bari e non sapeva nemmeno usare le scale mobili, oramai

    apparteneva al passato. Entravano nelle ville per rubare gioielli e orologi che poi non sapevano dove rivendere e si beccavano anni di prigione senza neanche passare dal via. Chi si occupava di prostituzione gestiva le ragazze con brutalità e quando tornava in Albania veniva freddato da un fratello o da un ex ragazzo geloso. Troppa violenza, troppa visibilità e

    quindi troppi rischi. Alla fine il conto da pagare era una pallottola o la prigione, e tutto questo per poco guadagno. Oramai il gioco non valeva più la candela, quei reati erano stupidi e costosi. Bisognava evitare i crimini che finivano sulla prima pagina dei giornali, bisognava muoversi al di sotto dei radar. Bisognava fare dei lavori che non presupponevano il portarsi un’arma addosso e

    neanche andare a fare i duri con la concorrenza. Eppure tutto questo era difficile da spiegare a persone che credevano di essere invisibili e furbe, come certi amici di Petrìt che odiavano il ragazzino che diceva loro come dovevano comportarsi. Per essere allergici ai ferri, ne portavano fin troppi addosso. Ma ci sono delle regole che valgono ovunque, questo nostro

    mondo compreso. Se vai a un appuntamento con un cacciavite addosso, gli altri arrivano con i coltelli. Se porti il coltello, loro hanno la pistola. È tutta una escalation sulla diffidenza che non può non finire con il sangue sull’asfalto, e il mio sangue sta benissimo dov’è, grazie. Lo stesso per i neri, come in gergo usavano chiamare le forze dell’ordine: se sanno che giri armato, si aspettano

    che tu spari e allora sparano per primi. Come dargli torto? Io non ci riesco, gente che rischia la vita per quella somma non può permettersi di non tornare a casa la sera, e quindi si adegua cercando di stare sempre un passo avanti a te. Se sanno che sei armato si arrabbiano, se giri in gruppo loro chiamano i rinforzi, se fai il duro prima o poi ti fregano. Sono le regole del gioco,

    e le regole del gioco bisogna conoscerle prima di giocare. Io proponevo di lavorare in silenzio ma erano tutti troppo stupidi e fieri per poterlo fare. Non mi stancavo di ripetere: se entri in una villa e porti via la tivù, ci guadagni cento euro e finisci sul Tg della televisione locale. La gente si arrabbia quando le porti via la tivù, chiede sicurezza, chiama la polizia e qualcosa succede, sempre.

    Se te ne vai in giro per la città con dieci chili di coca tutti se ne fregano: non è un loro problema, non li tocca direttamente. Poi magari hanno il figlio che si buca nei cessi della discoteca di provincia ma ci penseranno dieci anni dopo, semmai. Non è che gli amici di Petrìt fossero stupidi, è solo che non erano pronti per questo tipo di ragionamento. Alla fine il discorso sulla droga

    è molto semplice e si riduce a questo: la gente la vuole e farà tutto quello che può per averla. Fine della storia.

    Toringrad

Toringrad

Pubblicazione: 19 maggio 2016

Collana: Dissensi

Pagine: 176

ISBN: 9788896350553

Prezzo: 10.00 

Vincitore del Premio Glauco Felici Tolfa Gialli e Noir 2017

Come fai a riconoscere la felicità mentre la stai vivendo? e sussurrare a te stesso: ora fermati, sei felice. Cristallizza questa frazione e osservati meglio: hai parte di quello che volevi, sei in un posto caldo, e sparsi per questa città ci sono degli amici che farebbero tutto per te. Rifletti su questo momento, cerca di fissarlo nella tua memoria per sfogliarlo più tardi come si sfogliano delle fotografie in cerca di conforto. Non lo sai. Lo capisci dopo, solo dopo.

Drini, albanese, ex studente di Storia, dopo aver accumulato un discreto gruzzolo nel mondo dello spaccio della cocaina, a 29 anni si stabilisce a Torino dove gestisce un bar molto in voga che ha scelto di chiamare Toringrad. Ma quando il cognato Petrìt viene tradito e arrestato poco prima di Natale, gli affari di famiglia richiedono la sua presenza per portare a termine la consegna di un carico di dama bianca. Sarà un viaggio difficile e rischioso, con incursioni nel mondo del sottoproletariato italiano fatto di prostituzione, slot machine, tossicodipendenza, una trasferta che lo condurrà nella Milano del potere marcio. Ma sarà anche la ricerca del traditore, perché nessun conto può essere lasciato insoluto. I sospetti cadono sull’acquirente, Envèr. Se è stato lui, dovrà pagare con la vita. Eppure la verità non è mai scontata, come Drini avrà modo di scoprire a proprie spese. Toringrad è un romanzo ruvido e diretto come il suo protagonista, lucido e freddo imprenditore dello spaccio ma con una morale che lo induce a rimanere fedele a se stesso e al suo destino.

Darien Levani (Fratar 1982) vive e lavora a Ferrara. Già autore di romanzi premiati in Albania, sua terra di origine, in Italia ha ottenuto diversi riconoscimenti letterari tra i quali i Premi «Nuto Revelli» e «Pietro Conti». Da sempre impegnato nella promozione culturale della comunità albanese in Italia, è vicedirettore del giornale online Albania News.

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Recensioni

“Toringrad” di Darien Levani libro del giorno a Fahrenheit Radio Rai3. Ascolta l’intervista all’autore.

“Toringrad” di Darien Levani recensito da Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

“Toringrad” di Darien Levani recensito da La Lettrice rampante

“Toringrad” recensito su Cinemafreeonline

“Toringrad”: intervista a Darien Levani su shqiptariiitalise.com

“Toringrad”di Darien Levani recensito su Osservatorio Balcani e Caucaso.

“Toringrad”  recensito su Milanonera.com

“Toringrad” recensito da Noemi Veneziani per “Guida galattica per lettori”

“Toringrad” recensito su Senzaudio

“Toringrad” recensito sul blog “Appunti di una giovane reader”

“Toringrad” recensito su Culturificio

“Toringrad” recensito su Cronache di Caserta

 

 

 

 

 

 

 

Toringrad recensito su Pulp Libri