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  • Albion Park in un intenso mattino primaverile. Una pazza giornata di marzo, di ghiaccio e di fuoco. I piedi di Thomas battono un ritmo da tamburo sul viottolo. Ogni pelo, ogni setola sul suo mento è dritta. Una navicella spaziale di neuroni ardenti... Lui fa il bibliotecario, sta andando al lavoro, semiaccecato dal sole, dal freddo e dai ricordi. Una volta veniva

    qua assieme a Darren, dopo la scuola (avevano sei, o forse sette anni, la prima volta che erano scappati dalle loro mamme?). E il padre di Darren, Alfred, era il guardiano del parco... Era, e lo è ancora. È ancora al suo posto. C’è un che di epico in questo; quasi cinquant’anni di servizio... Alfred White che difende la fortezza. Thomas sente qualcuno alzare la voce,

    un po’ più in là. Allora scorge Alfred dietro una fila di platani, una figura svelta con un pesante cappotto da militare. La sua coppola familiare, con la sottile frangia di capelli bianchi, a media distanza, vicino alle inappuntabili aiuole. È l’unico pezzo di prato in cui non è consentito calpestare l’erba; uno dei compiti principali del custode è allontanare i trasgressori.

    Thomas nota che la donna con cui Alfred sta parlando è nera. Ci sono due bambini; lei ne tiene uno per un braccio. «È il mio lavoro, signora, sto facendo il mio lavoro...». La voce dell’autorità, quella dell’infanzia di Thomas «Aspetti un attimo. Sto cercando di dire...». «Può spostarsi dall’erba, signora? Glielo chiedo gentilmente...». «Quelli come lei non ascoltano

    mai!». «Non deve gridare, signorina». «Ma io non stavo gridando...». «E poi finirete sopra i tulipani». Ora la bambina comincia a piangere, un suono acuto che sembra arrivare da un regno infantile fatto di dolore e di perdite, lontanissimo da quelle liti da adulti. La piccola cerca di trascinare la madre tirandola per un braccio. «Mamma, mamma, mamma, lo vedo!».

    «Sta’ zitta, Carly, sto parlando a quest’uomo!». «Mamma, mamma, voglio...». «STA’ ZITTA!» Dall’altro lato della donna, Alfred non si lascia sfuggire l’occasione. «Se tutti camminassero qua sopra, non rimarrebbe più erba». Incalzata da entrambi, all’improvviso la donna crolla. «Vaffanculo! Ti dico, sei FUORI DI TESTA!». Un uomo alto e nero si avvicina in fretta, con

    un pallone da basket viola, e si avvicina ad Alfred con fare minaccioso. Sembra come minimo trenta centimetri più alto, e con sessanta centimetri di spalle in più. (Era davvero minaccioso? Si chiede dopo Thomas. Si può dire che volesse minacciarlo? No, era solo alto. E nero, naturalmente, anche questo conta) «Qual è il problema?» domanda l’uomo, abbastanza gentile.

    «Mi spiace, signore, ma non si gioca a pallone, qua». «Non stiamo giocando a pallone. Perché Carly piange?» domanda alla moglie, che si è calmata un po’. «L’ha fatta arrabbiare, l’ha fatta». Lei indica Alfred. «Carly ha perso l’aeroplano di Dwayne. Ed è convinta che si trova nell’aiuola» «Allora, che problema hai, amico?» domanda il padre, accigliato, mentre sovrasta

    Alfred, «qual è il problema?». La bambina piange più forte. Dwayne le mette le dita nelle orecchie. Alfred sembra pallido e vecchio, vicino a loro. «Nessuno mi ha parlato di un aeroplano perduto» dice, insicuro, guardandosi attorno. «Questo parco è di tutti» precisa il nero. «Infatti!» ora è Alfred a rianimarsi, «e le regole sono per tutti. Ho chiesto a voi altri di non calpestare

    l’erba». Ora agita energicamente il dito. Lo sguardo della donna cambia. È rabbia, oppure un lampo di gioia? «A voi altri?!» grida, «non è razzismo questo?». Un attimo di silenzio. I due uomini evitano di guardarsi negli occhi. Quella parola fluttua tra di loro come una bomba inesplosa. «Faccio questo lavoro da cinquant’anni» attacca Alfred, ma il resto si perde.

    «JOHNNY!» urla lei, «chiama la polizia e denuncia questo bastardo! Usa il cellulare! Dai, fallo!». Ma Johnny ridacchia, e se ne va. «Mi stai prendendo in giro» dice alla moglie. «Dai... e piantala» dice bruscamente alla figlia. «Non frignare, Carly, hai capito?». Ma poi si ferma per un istante, voltandosi a fissare Alfred, e dicendo qualcosa con gli occhi: questo è anche il nostro

    parco. Thomas ritiene che sia ora di annunciare la sua presenza. «Ciao, Alfred» grida, di modo che Alfred sappia che c’è anche lui. Per un momento il vecchio si limita a fissarlo, poi alza la mano in un debole, mezzo cenno. Riesce a sorridere, ma ha il volto davvero paonazzo. «Quell’uomo è un ignorante» annuncia la donna nera, chiamando i figli con un gesto da regina.

    Il ragazzino non si muove, allora lei gli grida: «Dwayne! Cammina! Muoviti!». Intimidito, Dwayne fa quel che gli viene detto. Se ne vanno via, una bella famiglia, ben vestita, giovane, appariscente. La madre abbraccia i bambini con le sue virtuose braccia, loro recalcitrano ancora e indicano l’aiuola dei fiori. «Vedi come va?» domanda Alfred, senza fiato. Ha bolle

    di saliva agli angoli delle labbra. «Con questi non la spunto, qualunque cosa faccia. E poi il linguaggio... le donne sono pure peggio degli uomini. Trasformerebbero questo parco in una giungla. Ci sono i cartelli. Non sanno leggere». Ora se ne sono andati, si sente sicuro a dirlo. Thomas fa per protestare ma non gli viene niente. È solo una cosa generazionale, dice tra sé.

    Non è mai esistito, per loro, il silenzio di cortesia. «Tutto bene, Alfred? Non hai un bell’aspetto». «Chiamare la polizia e denunciarmi. Che razza di sfacciataggine. Gli ridono in faccia, alla stazione di polizia. Ho buoni amici, là. Li conosco da anni». Alfred si ferma, ha ancora il respiro pesante, e i suoi occhi azzurro chiaro si concentrano penetranti su Thomas. «Non ho niente

    contro di loro, tu lo sai. Non mi fraintendere...». «Non l’ho pensato» dice a bassa voce Thomas, mentendo. Questo è un argomento di cui non si può parlare. Allora cambia discorso. «Hai sentito Darren?». «Calpestano l’erba. Lo fanno sempre. Gli inglesi lo sanno che non si calpesta l’erba». «Alfred, non è meglio che ti siedi un momento?». C’è qualcosa di molto strano nelle

    sue pupille. «Non sono uno che perde tempo io, come te» dice Alfred. «Ho tanti lavori da fare. Ho una lista piena. Prima di tutto i bagni. Non si finisce mai». «Sei sconvolto» cosa sbagliata da dire. «Non mi sono mai fatto mettere i piedi in testa da quelli lì». «Non penso che volessero...» tenta Thomas. Ma Alfred se n’è andato, lanciandosi di nuovo controvento come

    un guerriero. «Ci vediamo, ragazzo, stammi bene». «Ci vediamo, Alfred». Thomas lo vede allontanarsi, velocemente, un vecchio soldato che se ne va di fretta. Voltandosi a dare un’occhiata per un istante, il suo occhio è attirato da una croce di cartaccia che guizza sulla fascia rossa di tulipani, a dieci metri di distanza. Mentre guarda, la croce diventa l’aeroplano giocattolo di un bambino,

    bizzarramente in posa su una pista cremisi. Pensa di andare a prenderlo; e di rincorrere la famigliola, per appianare ogni cosa... Ma mentre si volta per cercarli, vede Alfred crollare, cinquanta metri più in là: si volta e si accascia, cadendo pesantemente all’indietro nel suo cappotto da militare, quasi fosse stato colpito in battaglia. Allora Thomas prende a correre, al rallentatore, cerca di

    correre, anche se le sue gambe sono piantate, verso il punto dove il guardiano del parco giace abbattuto, e grida: «Alfred, arrivo...». Il padre di Darren. Alfred White, il guardiano del parco.

    The white family

The white family

traduzione di Giovanni Giri

Collana: Dissensi

Pagine: 395

ISBN: 9788887583946

Disponibilità: Buona

Prezzo: 16.50 

Ecco il capolavoro di una delle migliori scrittrici inglesi, segnalata da Granta e finalista all’Orange Prize for Fiction.

A lei piaceva sempre avere un libro nella borsa. Nel caso che fosse rimasta bloccata da qualche parte. Nel caso si fosse smarrita. O forse si sentiva smarrita senza i suoi libri? Non c’era alcun motivo ma le piaceva averne uno con sé, un peso gentile che le premeva sulle spalle, tenendole compagnia nel vento, facendola sentire più solida, più resistente, meno esposta a essere trascinata via, meno sola. E più... essere umano. Forse era un pezzetto di passato, dato che i suoi libri sembravano tutti appartenere al passato, un passato lontanissimo, quando lei era magra, romantica e innamorata di... di cos’era innamorata? Della vita, che allora sembrava significare felicità, una parola del futuro, non del passato. Niente «la vita ti rovina» né «è la vita, che vuoi farci?», solo vita, speranza, poesia...

L’improvvisa, grave malattia dell’anziano Alfred costringe l’intera famiglia White a fare i conti con un passato e un presente segnati da ipocrisie, fallimenti, tenerezze e un affetto mai espresso nella giusta maniera. Razzismo, violenza, vecchiaia sono i temi cari a una narrazione che commuove, scuote, ipnotizza il lettore fino all’epilogo: la fotografia più viva e pulsante di un’ordinaria famiglia inglese. The White Family è il capolavoro assoluto di Maggie Gee, finalista dell’Orange Prize for Fiction nel 2002, il più prestigioso premio letterario britannico riservato alle donne, e nominato per l’International Impac Dublin Literary Award. Dopo Il diluvio (fra i trenta libri dell’anno 2006 scelti dalla trasmissione “Fahrenheit” di Radio RaiTre) e Anni luce, arriva finalmente in Italia il romanzo più acclamato della scrittrice inglese considerata tra i migliori autori britannici dalla rivista Granta. “Maggie Gee è davvero una grande scrittrice: intelligente, misurata, creativa, ossessiva ma sempre gradevole. Uno dei nostri migliori talenti” (Fay Weldon).

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Recensioni

• «… un romanzo spregiudicatamente contemporaneo, che abbraccia il caos ideologico ed emotivo dei nostri tempi…» (Melissa Benn, Internazionale)