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  • LA GABBIA- Atto unico-

    All’accensione della luce, Chef è seduto su una poltrona da solo, con in mano un bicchiere di Cognac. Ne sorseggia ogni tanto. È elegante nel vestire e nei modi ma in una maniera vagamente eccentrica. Sul palcoscenico c’è un’altra sedia con un tavolino. Tutta la scena è sistemata dentro un quadrato di rete metallica, come una sorta di pollaio, con una

    porticina sul fondo. Dopo un po’ entrano ’O scemo, trasandato e rozzo, e Manaferma, un ragazzo che vuole essere già uomo. Portano Dino Bertone, uomo sui quaranta piuttosto anonimo. Ha un cappuccio sulla testa. A un gesto di Chef, gli viene tolto da ’O scemo. CHEF (rivolto a Dino): "Siediti. Non ti preoccupare, siediti. Stai tranquillo. Non stai bene? Sembri sconvolto... Stai

    quieto. Vuoi un bicchiere d’acqua? (Dino fa cenno di sì) CHEF: "Uè, (agli altri due con forte accento napoletano) un bicchiere d’acqua. Subito! (i due escono) Ma che hai? Perché mi guardi così? Non aver paura. Stai quieto, ti ho detto. Che t’hanno fatto in faccia? Hai una macchia vicino all’occhio". (Dino passa la mano. La macchia si toglie) CHEF: "Ah, niente, niente. Era solo sporco.

    Ma che t’hanno fatto? Ti hanno buttato a terra? Dimmi! T’hanno picchiato? Gli ho detto che dovevano stare fermi. (all’esterno) Dopo facciamo i conti con voi. Ma tu che hai fatto? Ti sei sbattuto? Sei scappato?" (Dino fa cenno di sì) CHEF: "Perché?" DINO: "Perché?" CHEF: "Eh, perché?" DINO: "Perché ho capito subito che volevano farmi del male". CHEF: "Eh, che esagerazione. Non li

    hai neanche visti e già hai capito? Ma questo è pregiudizio. Ti sei sbagliato. Hai visto? Nessuno ti vuole far male. Hai avuto una paura inutile". DINO: "Non ho detto che ho avuto paura. Ho detto che ho capito. Perciò ho tentato di resistere". CHEF: "Non hai avuto paura? Allora sei uno tosto. Sei forte! Bravo. Meglio. Meglio. Così non perdiamo tempo. Siediti ora". (Dino siede.

    Arriva il bicchiere d’acqua portato dai due scagnozzi del capo, ’O scemo e Manaferma) MANAFERMA: "L’acqua!" (Chef prende il bicchiere, lo porge a Dino. Poi si gira e colpisce Manaferma dietro la nuca, talmente forte da farlo cadere a terra in avanti. ’O scemo e Manaferma escono) CHEF: "Bevi. Bevi... Che è? Ripigliati. Non vuoi niente di più forte? Che so, un whisky?

    Una vodka? Me la faccio mandare da San Pietroburgo..." DINO: "Grazie, no. Sto a posto così". CHEF: "Sicuro?" DINO: "Sì". CHEF: "Se cambi idea parla, non fare complimenti. (pausa) Avevi qualche appuntamento importante? Ti abbiamo fatto perdere qualche impegno di lavoro?" DINO: "Davvero vi interessa?" CHEF: "Certo. Per chi mi hai preso? Io non ho niente

    contro di te. Tu devi stare bene". DINO: "Allora perché mi avete fatto rapire?" CHEF: "Chi ti ha fatto rapire? Io? Ma non è vero. Già ti ho detto che questo è pregiudizio. Io volevo solo un appuntamento. Devo parlarti. Dopo te ne vai bello bello a casa". DINO: "Un appuntamento? Con le pistole puntate dietro la schiena? La benda sugli occhi? Gli schiaffi? E allora

    quando rapite la gente che fate?" CHEF: "Scusa, ma tu che pretendi? Cosa volevi, un invito? Con il mio indirizzo e magari una copia la mandavo pure ai carabinieri? Non so se mi conosci ma ti comunico che io sono latitante!" DINO: "Non lo sapevo." CHEF: "E poi, pure se avessi mandato l’invito a casa tua, tu saresti venuto?" DINO: "No". CHEF: "Perciò, questa era l’unica maniera. Scusa,

    ma era l’unica maniera. Per gli schiaffi, comunque, già ti ho detto che ci saranno conseguenze..." DINO: "Lasciate stare, guardate. Non importa". CHEF: "No, no. Devono fare quello che dico io..." DINO: "Non mi hanno fatto niente. Sto bene". CHEF: "Non è questo. Se non fanno come dico io, poi pensano di poter fare come dicono loro. E questo non può essere... Qua dentro

    camminiamo strisciando pure quando stiamo in piedi. Come i soldati. Come il Vietnam. Ti ricordi, Apocalipse Now? È come se stessimo nella giungla... Allora? Ora stai meglio?" DINO: "Sì, grazie. Sto bene. (pausa) Dove siamo?" CHEF: "A casa mia." DINO: "E dove si trova?" CHEF: "Perché? Vuoi chiamare un taxi? Non ti preoccupare, stai più sicuro qua che a casa tua..."

    DINO: "Ah, su questo non ho dubbi." CHEF: "E pure tua moglie e tua figlia." DINO: (alzando la voce) "Che volete da noi?" CHEF: "Eh, come sei sensibile. Ti ho solo detto che state più sicuri, ora. Non ti voglio fare niente di male. Anzi, forse sarà un bene per te. Chi lo sa?" DINO: "Non capisco neanche di cosa state parlando." CHEF: "Io ti apprezzo e sai perché? Perché dai del voi. E questo

    è rispetto. Mi accorgo, però, che non ci siamo presentati. Tu sai io chi sono?" DINO: "No. Non conosco la vostra faccia. Non vi ho mai visto e, se mi lasciate andare, vi giuro, non vi avrò mai visto nemmeno dopo". CHEF: "E, se ti lasciavo andare subito, perché ti avrei fatto portare fino qui? Ti facevo una telefonata, no? Comunque: mi chiamano lo Chef. Non mi hai mai

    visto? Però avrai letto il mio nome, su qualche giornale". DINO: "Non leggo mai la cronaca". CHEF: "Perché?" DINO: "Perché penso che sia fatta per far vivere la gente nella paura e poterla comandare più facilmente". CHEF: "Ma tu sei un grande. Fai bene. I giornali sono tutti corrotti. Mio cugino se l’è comprato uno, dico proprio la redazione. Perché diceva che per trovare qualcuno

    che parlava bene di noi, lo dovevamo solo pagare!" DINO: "E come potete dargli torto? Vi meravigliate?" CHEF: "No, mica di questo. Mi meraviglia sempre come sia facile convincere la gente. Dopo tutto quello che abbiamo fatto, bastano due o tremila euro e fanno quello che vuoi!" DINO: "Vi approfittate della povertà della gente." CHEF: "No, non della povertà,

    dell’avidità." (Pausa)

    Teatro fuorilegge

Teatro fuorilegge

La gabbia. Infanzia di un socialista. L’appostamento
introduzione di Giulio Baffi

Collana: Dissensi

Pagine: 158

Disponibilità: Buona

Prezzo: 11.50 

Io ti ho liberato da una gabbia! La gabbia non è questa o quella di legno, ma i rapporti umani, le relazioni, gli obblighi familiari. Tutte le azioni che compi perché non puoi tirarti indietro, perché è così che vogliono gli altri. Chi ama non è più libero. Devi abbandonare questa follia. Che significa amare, se poi tutta la vita non è altro che una sequenza di privazioni, di desideri repressi, di desertificazione di se stessi? L’inganno dei sentimenti è l’illusione che rovina l’uomo. L’equazione assurda del sentire il bene per qualcuno e sentirsi verso di lui in obbligo. Corde strette, legacci alle mani e ai piedi. Blocchi che non ti consentono di camminare, di gesticolare, di parlare, di respirare persino, senza interrogarti se quello che farai sarà un bene o un male per i tuoi familiari. Quante volte hai sentito il peso dell’amore?

«Un atto unico» scrive Giulio Baffi nell’introduzione «deve aggredire il palcoscenico… ci prova e ci riesce Tony Laudadio nei suoi tre racconti in un tempo, scritti per il teatro». Teatro fuorilegge è fatto di tre testi potenti, di grande impegno civile. Divertenti e leggeri, che trattano temi di stretta attualità. Il comune denominatore sta proprio in quella parola del titolo: fuorilegge. Fuorilegge come un teatro che risponde anche a un desiderio di azione e di intervento sulla nostra vita quotidiana; fuorilegge come i protagonisti. E la rottura degli schemi, delle regole, molto ha a che vedere con un’altra parola, che ricorre stavolta nei testi: libertà. Un bisogno dell’anima così travolgente che riesce a mettere a nudo i sentimenti più biechi di un essere umano e che può portare alla deriva: attenzione, quindi, a non confondere quel nobile anelito con la spietata ricerca dell’affermazione di se stessi sugli altri. La Gabbia indaga nel mondo della camorra; Infanzia di un socialista racconta il sogno di un bambino tradito da se stesso adulto; L’appostamento mette insieme quattro poliziotti e un criminale: «percorsi vagamente fantastici» li definisce Baffi «momentaneamente autobiografici, ironicamente concreti, drammaticamente plausibili».

Recensioni

Recensione per “Teatro fuorilegge“: LeMondeDiplomatique gennaio2011.pdf