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  • LA PALLA DEL NEGRO di Maurizio de Giovanni

    Dopo che furono passati cinquantacinque minuti, Héctor Adolfo Enrique detto El Negro intercettò il pallone, che vagava inutile nella trequarti. Diede un’occhiata attorno, mentre le maglie bianche si disponevano diligenti, ognuna al suo posto; per quanto riguardava le maglie blu, non c’era bisogno: bastava individuare quella di taglia più piccola. Gli ordini erano

    stati chiari: non perdete tempo a inventare, ad arzigogolare soluzioni ingegnose. Non perdete tempo: trovatelo, e datela subito a lui. Héctor El Negro sapeva che lui gli sarebbe venuto incontro, lo avrebbe indovinato anche se lo avessero bendato. Lui faceva così: in qualsiasi parte del campo, lo trovavi più vicino degli altri, come se avesse già visto la partita e se la ricordasse a

    memoria, come se la palla gli avesse parlato, senti un po’, allora mettiamoci d’accordo: io rimbalzerò due volte, la seconda volta un po’ storta perché c’è una zolla, e cadrò esattamente là; fammi trovare il tuo piede sinistro, e io ci sarò. Héctor El Negro sapeva che quel piccolo, immenso figlio di una furba puttana aveva bene in mente dove la palla sarebbe andata. Una volta,

    in allenamento, gli aveva detto: scommetto una birra che metto il pallone su una bottiglia di Coca Cola, piazzata dietro al palo, fuori dal campo; e che la calcio senza far cadere la bottiglia, e la palla gira ed entra nella fottuta porta. Proprio così, mentre gli altri correvano e sudavano attorno al campo, per irrobustire i muscoli che servivano all’unico fine di dare la palla a lui.

    El Negro aveva sorriso, aveva scosso il capo e aveva detto: voglio vedere, questa la voglio proprio vedere. Ma niente birra, Pelusa. Io con te non scommetto, se hai un pallone in mezzo ai piedi. E, manco a dirlo, la bottiglia era rimasta in piedi e la palla si era fermata giusto cinque centimetri dietro la linea di porta. El Negro non ebbe bisogno di aspettare: gli bastò vedere tre maglie

    bianche preoccupate convergere in un punto del campo a tre metri da lui, per circondare la camiseta blu di taglia più piccola. E, naturalmente, gliela diede. Un innocuo appoggio di tre metri, a cinquantacinque metri dalla porta, a cinquantacinque minuti dall’inizio della partita; cinque e cinque fanno il numero che c’era sulle spalle della camiseta. Il numero dieci.

    Quell’appoggio era l’assist per il gol più grande della storia del calcio. Non era una partita qualunque, proprio no. E non perché fosse il quarto di finale del Campionato del mondo di México Ottantasei, proprio no. I due popoli erano diversi per natura, i ricchi europei biondi e colti, e gli indios furbi e bruni; ma non era questo il punto. Il punto era in due grosse isole e un pugno di scogli

    in mezzo all’oceano, un posto sconosciuto e inutile, nella follia di una decina di militari e in una questione di principio. I presupposti di un casino politicomilitardiplomatico, che aveva fatto decine di morti quattro anni prima; e che aveva fatto rimanere un ragazzo di ventidue anni dalle gambe storte e dal testone riccio davanti alla televisione in bianco e nero, a occhi sbarrati

    a guardare il ritorno in nave di tante casse piene di ragazzi argentini morti. Il ragazzo non aveva capito le ragioni, e non le avrebbe capite nemmeno se si fossero messi in dieci a spiegargliele parola per parola; l’unica cosa che gli era chiara era che quei ragazzi della sua età erano stati uccisi dal popolo ricco, biondo e colto d’oltremare. E che lui non ci poteva fare niente, se non vendicarsi

    con la sua arma, quella che il padreterno gli aveva regalato in enormi quantità: il talento di capire prima la strada che la palla avrebbe fatto. Cinque minuti prima che El Negro gli desse il pallone, su uno spiovente vano in mezzo all’area bionda, il piccolo indio, che la mamma chiamava Pelusa, ci era andato lo stesso, anche se il portiere avversario era alto quasi due metri e in

    più poteva usare le lunghe braccia e le mani guantate. Ci era andato perché in fondo non si sa mai, magari gli scappava. E trovandosi da quelle parti era saltato, con le forti gambe storte a fare da molla, ed era anche saltato alto: ma, pur calcolando i folti capelli e la perfetta scelta del tempo, avanzavano ancora le mani dalle dita lunghe e i tentacoli da polipo di

    , l’ultimo biondo difensore. E che giustizia c’è, alla fine, pensò Pelusa, se alle regole di una natura matrigna si aggiunge quella degli uomini che dice che lui può usare le mani e io no? Se ci hanno rubato le nostre isole, tanto più vicine alla nostra terra che alla loro? E Pelusa mascherò nel gesto del salto il piccolo pugno sinistro in mezzo ai capelli, e tanta grazia ci mise che nessuno se ne avvide

    a velocità normale, nemmeno Shilton, che da terra guardò la sfera magica rotolata lenta in fondo alla sua rete. Solo l’occhio ristretto a fessura di Fenwick, biondo stopper senza fantasia, malfidente e sospettoso, aveva visto il pugno di Pelusa sfiorare palla e capelli. E protestò e protestò, ma l’arbitro si era convinto ormai, e indicò il centro del campo mentre Pelusa pensava che

    a rubare ai ladri di isole non è peccato. Questo solo cinque minuti prima che El Negro desse palla alla piccola maglia blu in mezzo alle bianche. Cinque minuti prima della prima veronica, con la quale Pelusa si girò nella giusta direzione e inquadrò il suo obiettivo. Inclusa la suddetta veronica avrebbe toccato il pallone dodici volte, prima di entrare nel Mito; sempre con la stessa scarpetta.

    Ecco, ce l’ha lui, disse il cronista argentino.

    Per segnare bisogna tirare in porta

Tredici storie per tredici calciatori
a cura di Marco Ottaiano

Collana: Dissensi

Pagine: 192

ISBN: 9788896350140

Disponibilità: Buona

Prezzo: 13.00 

«Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in 90 minuti» - George Bernard Shaw

Sotto gli occhi ridotti a due fessure, Fenwick strinse le labbra. Vieni, bello; vieni dalla mia parte. Vieni qui, che ti azzoppo. Tu sei la volpe, io sono il grosso setter che ti azzannerà. Chiedi in giro, nano, come finiscono sempre le cacce alla volpe, nello Yorkshire. Pelusa capì che non c’era altra strada che tentare la sorpresa. Era una vita, che tentava la sorpresa. Tutto il suo calcio era basato sulla sorpresa. Ti aspetti che tiri di destro? e io metto il sinistro dietro la gamba, e calcio come se avessi usato l’altro piede. Ti aspetti che io tiri forte sul palo più vicino? e io tiro piano piano, sull’altro palo. Ti aspetti che vada all’esterno, cercando il mio piede? e io me ne vado all’interno e ti faccio una rabona sotto il muso. Ti aspetti che passi la palla a un compagno vicino? e io cerco quello libero, più lontano. La sorpresa, pensò Pelusa. Che ti aspetti, Fenwick? Che io ti eviti? E invece eccomi qui, Fenwick: vengo proprio tra le tue fauci. Vediamo che fai.

Dichiarazioni d’amore, storie di passione, ricordi ancora brucianti: il calcio è anche questo per i suoi tifosi. Per segnare bisogna tirare in porta è una raccolta di racconti ideati da scrittori, giornalisti, artisti, personaggi televisivi e radiofonici. I protagonisti sono miti e meteore del rettangolo verde, da Zoff a Rivera, da Lalas a Di Bartolomei, da Sergio Volpi a Lavezzi, da Mancini a Sandro e Valentino Mazzola, da Pulici a Héctor Adolfo Enrique detto El Negro fino a Pelusa Maradona, da Boninsegna a Pep Guardiola. Calciatori che hanno fatto sognare, calciatori che sono stati anche uomini fuori dal campo e che hanno segnato l’immaginario collettivo sul gioco più seguito al mondo. Del resto, la raccolta porta in epigrafe una significativa frase di George Bernard Shaw: «Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti». E ancora, come scrive Marco Ottaiano nella prefazione: «Ognuno di noi ha il diritto di avere il suo mito calcistico ma quel mito, per essere tale, dobbiamo vederlo in tutta la sua grandezza. E per farlo ci occorrono occhi da ragazzino».

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Recensioni

• «… gli autori erigono i loro piccoli, personalissimi altarini ai propri idoli del calcio, in un amarcord agrodolce, con ironia, affetto, divertimento, entusiasmo, a volte con struggente nostalgia: tutti sentimenti riflessi in quel magico rettangolo d’erba capace di contenere gioie e dolori, miseria e nobiltà» (Fabrizio Coscia, Il Mattino)

• «…una palestra di democrazia, ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, da Sartre a Pasolini in tanti hanno ribadito che il calcio è una cosa seria» (Peppe Pace, Roma)

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