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  • Sono piantato su questo sedile, in fondo al terminal per l’ultimo volo della notte. Peccato non essersela presa comoda, col ritardo che hanno appena annunciato. Ci stava un ristorantino. Un piatto di tiella, oppure i ciceri e tria, prima di salutare la Puglia. O almeno una bella focaccia barese, perché no. Invece sono qui, ragnatele nello stomaco e occhi fissi sul

    tabellone delle partenze. Con i neuroni che funzionano al mimino, stesso bisogno di riposo del personale dell’aeroporto. Al minimo, ovvero quanto basta per girare intorno a questa storia, ma larghi, larghi e lenti. Chissà se ha davvero un senso oggi. Uno insegue una vita che non c’è più e resta con un niente tra le dita. Succede e questo pare proprio un caso

    da manuale. Bari aeroporto, ecco ciò che rimane della domenica. Evidente che mi presenterò a casa a notte fonda. Dovrò infilarmi subito a letto, con la preoccupazione della sveglia. Insopportabile il viaggio di ritorno se la mattina dopo tocca lavorare. Però potrebbe andare peggio. Potrei addormentarmi qui, perdere la chiamata al gate. Potrei dimenticarmi

    ed essere dimenticato, almeno fino a domani. Pessima prospettiva. Magari è per tenermi sveglio che mi aggrappo a Leda e non la mollo. Leda, ecco. Lei si chiama Leda. Nome da nonna. Da zia rimasta zitella. Come Fosca, che quando ero bambino si presentava per il pranzo della domenica col vassoio delle paste. Ignoravo tutto del suo passato.

    Per salutare provava sempre a baciarmi sulle guance. Io sospiravo, strizzavo gli occhi, non vedevo l’ora di rimanere solo. Controllo su un sito che si occupa dei nomi diffusi in Italia, vantaggi dello smartphone. Di Leda oggi non ce ne sono molte, un tempo erano di più. Mai una volta che ne abbia incontrata una. Leda, nome mitologicamente impegnativo.

    Era la moglie di Tindaro posseduta da Zeus, che in quella circostanza non si fece toro, ma cigno. Fu lei a partorire la bellissima Elena, che si vuole rovina di Troia, come se a scannarsi non fossero stati gli uomini. Allungo le gambe, osservo un capannello di ragazzi intorno a un distributore automatico di vini del Salento. Si stanno scolando un rosso che passa di mano in mano.

    Niente bicchieri, sorsi lunghi dalla bottiglia. Per il cavatappi come avranno fatto? Invidia. Non per il vino, figurarsi. Ieri sera anch’io non ho scherzato col bere, dopo la conferenza a Bitonto. Soddisfatto com’ero per aver parlato in pubblico senza gaffes, per aver persino rimediato qualche applauso. Una bella tavolata, tante chiacchiere sulla letteratura

    e Negramaro che scendeva come acqua. Non per il vino, li invidio, ma per quello che sono. Giovani, più o meno come lo sono stato io. Pronti a scialare tutto, passioni e occasioni. Pronti a partire con un cenno di intesa: qualsiasi cosa questo significhi. Hanno appena abbandonato il vetro vuoto sul bordo di un cestino, un trofeo in bella vista. Faranno il bis?

    Domanda che è un palese tentativo di depistaggio. Per scansare altre domande, sulla mia giovinezza che non c’è più. E su questa storia che ancora non so. Un guizzo. Ieri sera, il dopo cena assieme all’amico libraio. La discussione quasi un pretesto per tirare tardi. Ciò che leggevamo noi da ragazzi e che ora non si legge più. Alvaro, Moravia, Vittorini. Io snocciolavo

    gli scrittori, lui scuoteva la testa. Non che siano fuori catalogo, spiegava, solo che sono usciti dal cono di luce. Pavese comunque no, Pavese vende ancora. Conversazione inattuale, così come inattuale mi sento ora. Uno dei diversi modi per sentirsi inattuale. Più o meno piacevoli, più o meno prudenti. Inattuale come Leda. Il suo nome e la sua storia. Magari è per questo che mi si è

    appiccicata addosso. Perché all’inattualità mi sono rassegnato e nemmeno mi dispiace, funziona come la coperta con cui ci si tiene al caldo, la coperta per stendersi sul divano. Pensieri così, in questo aeroporto tanto moderno che sembra lo abbiano inaugurato ieri, non come quello che troverò all’arrivo. Ogni aeroporto ha la sua attesa. Alla fine hanno dato il via

    all’imbarco e io mi sono messo disciplinatamente in fila, alle mie spalle i ragazzi della bottiglia. Rumorosi ma sempre preferibili al tipo attempato davanti, in guerra col mondo intero per questo ritardo, vai a sapere con chi se la rifarà e come. L’aereo ha rullato e preso velocità. Si è staccato dal suolo ed è stato colpo di cesoia, taglio netto. Per qualche istante mi sono illuso di aver lasciato

    un altro me stesso a terra, nell’aeroporto vuoto, solo per i corridoi di vetro e acciaio, davanti ai banchi dell’accettazione ormai abbandonati. Solo e costretto a risparmiare parole che non può più infliggermi: su Leda, sulla sua vita, sul dubbio che è tarlo che scava. Io invece mi dedico alle parole di un libro, per di più un libro che non stuzzica le mie ansie. Scelto apposta per

    questo e per questo tenuto nella tasca esterna del trolley. Un Simenon, figurarsi, La casa dei fiamminghi: che poi in queste pagine non ci sono solo le nebbie umide del Nord e la pipa del commissario, c’è anche il racconto non banale sulla gente che vive di qua e di là da un confine, ma questo è un altro pensiero, che non avevo messo in conto e che comunque tengo a bada.

    Mi sono già infilato in questa atmosfera, l’umido nelle ossa, le luci fioche che si specchiano sul fiume, i marinai che si dedicano all’uggia e all’acquavite. Mi sento persino a mio agio. È un pezzo che proprio tra i morti cerco il senso della vita, della mia vita. Mi sforzo di ascoltarli, più di quanto in effetti faccia con molti vivi. E loro mi ricambiano con qualche storia che a volte è più

    di una storia. Leda, per esempio, ha a che vedere con ciò che non abbiamo ancora risolto. Intendo noi uomini. Le questioni che per quanto si sia fatto e disfatto restano in sospeso. Ripongo il libro, scruto fuori dal finestrino. Il buio della notte e sotto un’esplosione di luci, una città che ancora non è la mia città. Per la testa transita una canzone di David Bowie, Space oddity.

    Parole che conosco a memoria, queste sì, parole che sussurro e mi ritornano in italiano. «Qui è Maggiore Tom a Torre di Controllo» così fa David Bowie. «Sto uscendo dalla porta e sto galleggiando nello spazio in modo molto strano e le stelle sembrano molto diverse oggi» così prosegue e io con lui, fuori il buio, fuori le luci della città, parecchio in basso. «Qui è il Maggiore Tom,

    il pianeta Terra è blu e non c’è niente che io possa fare». Questa volta il Maggiore Tom ha preso un volo di linea. Arriverà a casa, malgrado il ritardo. E non è detto che non ci sia qualcosa che possa fare, non è affatto detto. Per sé e per il pianeta. In fondo è proprio questa la storia di Leda. La questione delle questioni. Solo che per stanotte non voglio più saperne. Mi sembra che

    tutta la vita non abbia fatto altro che discutere con me stesso. Ora basta. Tanto lo so che con Leda mi troverò bene.

    NULLA VA PERDUTO. Vita straordinaria di Leda Rafanelli

NULLA VA PERDUTO. Vita straordinaria di Leda Rafanelli

Pubblicazione: 2 dicembre 2022

Collana: Dissensi

Pagine: 248

ISBN: 9788896350065

Disponibilità: ottima

Prezzo: 15.00 

È fiume la sua vita, che a volte sa farsi più placido, accogliente. Meno irruento ma più largo. È mare in cui si mescolano le diverse acque.

Imprevedibile, appassionata, autentica. Sempre controcorrente, ma anche al centro dei grandi eventi che hanno segnato il ventesimo secolo.

«La mia vita è un romanzo, anzi, lo sono le mie vite. E io sola ne sono l’autrice».

È Leda «Djali» Rafanelli, insieme anarchica e musulmana – tra le prime italiane ad abbracciare l’Islam – ma anche scrittrice, poetessa, giornalista, veggente, amante di molti.

Paolo Ciampi – autore di biografie che sono romanzi o forse di romanzi che sono biografie – propone ai lettori la storia di una donna dimenticata ma capace di parlare ai nostri tempi. Protagonista di grandi battaglie in un’epoca in cui tutto sembrava possibile, Leda ha attraversato il futurismo e altre avanguardie, ha avuto a che fare con personaggi quali Marinetti e Carrà, ha respinto l’amore di Mussolini quando quest’ultimo era ancora un socialista rivoluzionario, capendo prima di tutti gli altri di che pasta era fatto.

Ciampi racconta dando voce anche a se stesso perché molte sono le questioni che Leda pone direttamente. Quale libertà, quale responsabilità, in tempi dove ha gioco più facile l’indifferenza? E quanto ci manca oggi quel «noi» su cui contava Leda?

«Nella mia Vita libera – ostacolata solo dalla fatalità della lontananza – solo i Compagni, solo gli Anarchici, non mi hanno mai deluso. Dai più illustri ai più umili, tutti sono stati per me Luce, Calore, Vita, e solo unita alla schiera dei ribelli, dei refrattari, degli Individui che vanno contro corrente, sono rimasta IO».

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