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  • Rientrato in sacrestia dopo la celebrazione della messa domenicale, avevo liquidato il piccolo Camillo con una caramella zuccherata di colore rosa da mangiare subito e una seconda, gialla, da conservare per il pomeriggio. Giannetto, l’altro chierichetto, stava in piedi con aria assente, indossando l’unica veste di cui disponevo per agghindare i miei giovani aiutanti.

    Gli toccai una spalla esile e sussultò, riemergendo dal proprio mondo impenetrabile. Il suo ritardo mentale, che si annullava compiendo i gesti consueti dell’eucarestia, riaffiorava nella quotidianità. Si lasciò sfilare la tonaca informe, compatibile con la corporatura di qualsiasi ragazzetto dagli otto anni in su e, rimasto col maglione a collo alto, accolse nel palmo della

    mano sudicia le sue due caramelle appiccicose, quale compenso per il servizio svolto, come sempre, con perizia. Le orecchie a sventola s’imporporarono per lo sfregamento sul tessuto grossolano. «Salutami Renata» dissi, incitandolo a raggiungere sua madre, in attesa davanti alla chiesa. Non si sarebbe unito agli altri ragazzini che stavano inseguendo il pallone pieno

    di bozzi nel tratto di prato oltre la siepe. Giannetto sarebbe rimasto ai bordi a contemplare la scena, lontano e inaccessibile, fino a quando sua madre lo avrebbe convinto a prendere la strada di casa. Tutto sommato la funzione era stata partecipata. Pochi giorni prima era stato ammazzato un noto squadrista reggiano in un agguato

    e si profetizzavano incursioni armate e sabotaggi in tutta la regione da parte dei neonati Gap, i Gruppi di azione patriottica. Dopo il proclama di armistizio dell’otto settembre, queste nuove sigle aleggiavano a mezza voce dentro i bar o tra i banchi dei mercati paesani, come se il solo pronunciarle potesse evocare quell’idea di libertà che avevamo smarrito.

    I rastrellamenti fascisti, a seguito dell’imboscata partigiana che aveva causato un conflitto a fuoco nel faggeto vicino a Rubiera, rendevano guardinga la popolazione, ma la giornata di sole, sommata alla voglia di condivisione, aveva attirato i fedeli alla liturgia più del mio improvvisato sermone sui nefasti effetti della paura. Guardavo uscire i ritardatari attraverso la porta

    socchiusa della sacrestia quando intravidi Vittorio Legnani, con la moglie Wilma al seguito, avvicinarsi rasentando il muro della navata. Conoscevo la ragione della loro visita e mi finsi indaffarato per non apparire avido. Vittorio entrò quasi di soppiatto e, stringendomi la mano con trasporto, mi lasciò scivolare nel palmo la con- sueta banconota rosa

    da cinquecento lire accuratamente ripiegata, come se dovesse nascondere quel gesto perfino a Wilma, ferma in attesa appena oltre la soglia. Assecondai la sua discrezione riponendola nella tasca senza nemmeno guardarla. Sarebbe finita nel fondo delle offerte che, sostentato il sottoscritto e compensata modestamente la mia perpetua, avrebbe

    permesso alle famiglie bisognose del paese di tirare avanti ancora una settimana. «Come vanno le cose?» domandai alle persone forse più abbienti della provincia. «Tira aria di tempesta» accennò Vittorio rigirandosi il cappello tra le mani. Portava baffi curati e indossava un cardigan con bottoni di madreperla. «Con queste leggi razziali sempre più stringenti, comincio a temere per la

    sorte di mio cognato». Sapevo che sua sorella Rebecca era sposata a un ricco uomo d’affari di origini croate, di discendenza ebraica, anche se agnostico. Non ne ricordavo l’impronunciabile cognome, ma avevo impressi nella mente la figura longilinea, i capelli brizzolati e le eleganti mani da pianista. «Non oseranno toccare

    un uomo in quella posizione» tentai di rassicurarli. «Non lo so» intervenne Wilma. «Non sono più sicura di nulla, ormai». Ero stato, per la benedizione pasquale, nella residenza di Rebecca e mi era parsa un castello. Credevo che la bellezza potesse mettere la coppia al riparo da qualunque pericolo, anche dai nazisti. Una sorta di “ama il prossimo

    tuo”, declinato in chiave elitaria. «Sono tempi bui» troncò Vittorio. «Ma ci affidiamo alla divina provvidenza». Gli strinsi di nuovo la mano, accennai un saluto a Wilma, che pareva farsi più minuta ogni domenica, e pensai, guardandola guadagnare l’uscita, che si sarebbe consumata di preoccupazione, fino a sparire del tutto.

    Rimasto solo, appesi il piccolo camice nell’armadio simile a un catafalco e, mentre mi sfilavo la tonaca, lo sguardo cadde sul bastone da passeggio di mio padre, nascosto nell’anfratto tra il muro e il mobile. Erano trascorsi sei mesi da quando se n’era andato eppure ogni mattina mi aspettavo di trovarlo seduto in cucina, a fumare la mezza cicca

    che sempre tentava di spegnere prima che lo sorprendessi ad avvelenarsi i polmoni. Un ometto dall’aspetto ormai precario, provato dalla malattia. Più che i ricordi sereni o le foto ingiallite, a renderlo ancora presente erano i piccoli oggetti di vita, come le sigarette nascoste nei luoghi più impensati, e i riti quotidiani

    che faticavo ad accantonare. Quando nel ’29 fui ordinato sacerdote, da qualche mese una pleurite si era portata via mia madre a cinquantatré anni soltanto. Mio padre, tornato devastato nel fisico e nello spirito dalla Grande Guerra, mi aveva seguito nelle due precedenti parrocchie assegnatemi da novizio, usufruendo della modesta pensione da reduce

    e impegnandosi in piccoli lavori di falegnameria in cui ritrovava un po’ della serenità perduta sul Carso. Solo quando la curia mi riportò a casa, a reggere la parrocchia di Robbianeto, mio paese natale, nella campagna a sud del tratto di via Emila che unisce Modena a Reggio Emilia, ritrovò il suo equilibrio nell’abitazione che condividevamo.

    Sala con cucinino, due stanze da letto, il bagno con una vasca di ghisa dallo smalto ingrigito. Vi si accedeva dalla sacrestia tramite una scaletta. Ora ecco il bastone di mio padre, a cui doveva affidarsi durante le sporadiche passeggiate, appoggiato lì chissà quando, a testimonianza che mai nessuno scompare completamente dalla nostra vita.

    «È permesso?» la figura abbondante del dottor Allegri si delineò, preceduta dal naso regolare e due baffi neri e folti, il collo perfettamente rasato stretto nel colletto inamidato della camicia un po’ sgualcita. «Dottore!» lo accolsi con enfasi, quasi fosse un’apparizione celeste considerata la sua assenza durante la celebrazione.

    Il medico era pigramente credente, come la maggioranza dei fedeli che ogni sacerdote annovera tra le pecore del suo gregge. Quando partecipava alla messa, passava in rassegna con un rapido sguardo amichevole l’accolita di parrocchiani suoi pazienti, come in una spiccia visita di gruppo basata sull’osservazione e una stretta di mano.

    La domenica però coincideva con un impegno che svolgeva con assidua dedizione. Era solito fare visita, a Viano, alla moglie di un ambulante, impegnato ogni mattina festiva al mercato di Campogalliano. Si recava dalla signora di buon’ora, perché spesso lo intravedevo dall’altare sgattaiolare in chiesa

    dopo l’epiclesi, rasentare il muro e sistemarsi nell’angolo dietro al confessionale, cercando di tacitare con cenni discreti gli inchini deferenti dei devoti che ne tradivano l’entrata furtiva. «Qual buon vento?» lo ricevetti, scostando l’unica sedia della sacrestia e sgombrando l’attaccapanni dal mio soprabito per far posto al suo cappello di feltro.

    A quarant’anni suonati, ero felice come un bambino per quattro chiacchiere con una persona colta come il medico condotto, al quale dovevo eterna gratitudine per quanto si era prodigato durante gli ultimi mesi di vita del mio vecchio. «Vento di burrasca...» borbottò, sedendosi faticosamente.

    «Lidia Zanchetta» e la sua giovialità si dissolse di colpo. «Lidia» ripetei, predisponendomi al gravoso argomento di conversazione. Conoscevo Lidia da tempo. Quando ancora il suo cognome era Armellini, prima di sposare Fosco Zanchetta. Prima della nascita delle figlie, che erano la sua gioia e il suo cruccio insieme.

    «È venuta da me in settimana» proseguì. «Piena di contusioni? Non mi dici nulla di nuovo». «Stavolta era per Tea...». Sospesi il riordino dei paramenti e mi voltai perplesso: «La piccola era ferita?». «Un livido sul braccio e un bernoccolo. Lidia dice che è caduta tentando di salire la scala interna della loro baracca, ma non me la bevo».

    Nel rimorso che proveremo

Nel rimorso che proveremo

Pubblicazione: 15 dicembre 2023

Collana: Dissensi

Pagine: 256

ISBN: 9791280955081

Disponibilità: Ottima

Prezzo: 16.00 

Salii nella penombra ed entrai nella camera rischiarata dal lume a petrolio. Penetravo l’intimità di un focolare, quasi come un ladro. Odore di corpi dormienti, striscianti segreti e quieta disperazione.

Dopo l’otto settembre del 1943, in un’Italia divisa tra l’avanzata dell’esercito alleato e la rappresaglia fascista, un parroco di campagna nella provincia emiliana si trova tra l’incudine della neonata Repubblica sociale e il martello dei combattenti partigiani. Da entrambi deve guardarsi e contemporaneamente preservare la parrocchia, aiutando i devoti che si affidano alla sua tutela. Uniche armi, il buon senso e una fede ormai vacillante. Per scongiurare lo smarrimento, i suoi principi religiosi subiranno un processo di umanizzazione. Dalla figura sfocata e lontana del Dio che l’ha chiamato a servirlo, si rifugerà nella pietas verso i miseri, i diseredati, gli empi, con i quali si sente affine nelle fragilità e accomunato nello strazio e nel terrore di chi deve aggrapparsi a una speranza fatta di nulla, orfana di un credo arresosi agli orrori del conflitto. Padre Sebastiano non avrà abbastanza coraggio per assicurarsi un posto tra gli eroi della guerra né sufficiente fervore per esserne annoverato tra i martiri ma si sporcherà le mani, spinto a volte dalla fermezza, altre dalla vigliaccheria.

Così gli stretti confini di Robbianeto si dilatano oltre le pagine del libro fino ad abbracciare una umanità varia e dolente: un medico disincantato ma incrollabile, una moglie calpestata, un ragazzo che si prostituisce, un partigiano che cerca una tomba, un fascista tormentato, un agnello sacrificale, una Maria Maddalena, paradigmi dell’abisso spirituale e della resurrezione, ricondotti alla loro unicità di persone che si sforzano di sopravvivere nel bene e nel male. Ogni vita una storia, ogni nome un capitolo, ogni pagina un fremito al cuore e un gancio in pieno viso.

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Recensioni

“Da un partigiano in cerca di una tomba ad un fascista pentito, da un ragazzino che si dà alla prostituzione a un medico cinico: il piccolo mondo inventato da Malagoli racchiude un universo di anime smarrite.” Alessandra Farro su Il Mattino.

“L’intero romanzo si attesta su un orizzonte morale dove bianco e nero, bene e male tendono a confondersi e il futuro ha la consistenza del nulla.” Isabella Fantin su SoloLibri.net.

Intervista a Piero Malagoli su Satisfiction, per la rubrica Le Tre Domande del Libraio, a cura di Antonello Saiz.

Intervista a Piero Malagoli su MattinaLive, morning show in onda su Canale 8.

“Nel rimorso che proveremo è un libro elegantissimo, che riporta indietro nel tempo in un’epoca triste e angosciosa, e che fa quasi toccare con mano il logorio mentale e nervoso di chi quel periodo lo visse in prima persona, rimanendo schiacciato nelle morse del meccanismo di disumanizzazione messo in moto, e alimentato, dalla guerra.” Alessandro Oricchio su TheBookAdvisor.

“La storia da lui immaginata, ambientata in un borgo rurale emiliano da lui chiamato Robbianeto (nome di fantasia), si svolge dopo l’8 settembre 1943 quando inizia la Resistenza che porterà alla Liberazione ma ci sono ancora i tedeschi in Italia, un periodo di confusione, d’incertezza, di sbandamento “in un’Italia divisa tra l’avanzata dell’esercito alleato e la rappresaglia fascista”.” Daniela Domenici su Daniela e Dintorni.