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  • LA FEBBRE

    Aveva quel modo di scoprire le carte, spizzandole millimetro per millimetro. Accarezzava il bordo con la punta delle dita e in certi momenti ci parlava. «Eccola, eccola, la perzechella mia» sussurrava. Gli bastava un piccolissimo particolare, un lembo di colore, un dettaglio quasi impercettibile, per indovinare la figura. Riconosceva subito se

    quella era davvero «la perzechella sua», la carta buona, come una piccola pesca, come una ragazzina stuzzicante e maliziosa, la carta che lo avrebbe fatto vincere, cedendo alle sue lusinghe di giocatore professionista. Oppure se si trattava di una infame traditrice, che gli avrebbe fatto fare una figura di niente. Ma questa era solo un’ipotesi lontana. Perzechella vinceva

    sempre. Perzechella: lo chiamavano così, con lo stesso vezzeggiativo con cui lui chiamava le quaranta carte del mazzo di napoletane. Gli uomini del paese giocavano tutti i pomeriggi di tutti i santissimi giorni nel bar della piazza. Il traffico di gazzose e birre era intenso come quello delle bestemmie. Vecchi e giovani si affollavano su panche e sedie intorno

    a tavolacci di formica verde addossati in fondo alla sala, vicino al deposito. L’alternarsi di briscola e scopa aveva una stabilizzante fissità, come la disposizione dei giocatori. Il proprio posto si conquistava per tenacia e resistenza, stando a lungo fermi, immobili, in silenzio a studiare le mosse di quelli che avevano le carte in mano. Bisognava restare seduti o in piedi, ignorati

    o tollerati. Si poteva accendere una sigaretta a quello che la teneva sospesa tra le labbra da oltre un’ora, portare qualche birra a quello che vinceva e pagava per tutti. E, appena c’era un vuoto, farsi avanti, sperare di essere ammessi a giocare. Si veniva rimpiazzati da qualcun altro solo in caso di morte ed eccezionalmente di malattia. Eccezionalmente

    perché i maschi veri, quelli che giocavano lì, contadini, commercianti, muratori, non avevano mai febbre o raffreddore o mal di schiena che impedissero loro di uscire. Perzechella, quando perdeva, sacramentava: «Sangue di quella terra!». Anche le imprecazioni erano un fatto individuale, ognuno aveva il proprio personale paradiso e inferno da invocare, ma le più

    bestemmiate erano le Madonne dell’Arco, di Pompei e di Montevergine. Poi c’erano le maledizioni per i morti e spesso per i vivi. Le peggiori. Le vincite venivano accolte con un lieve modificarsi delle linee del viso, un labbro tirato, un’esclamazione accennata tra ciglia e sopracciglia, la mascella rilassata. Se il bottino era alto si sputava a terra. Perché le vittorie troppo elevate, quelle

    inaspettate, facevano paura più delle sconfitte. Loro erano uomini abituati a perdere, mica a vincere, nella vita. Per questo se ne andavano al bar dalle due alle otto di sera. Le bestemmie accompagnavano Perzechella sulla strada del ritorno, mentre camminava con le mani infilate nelle tasche del cappotto nero. Aperto o sbottonato a seconda del tempo, non se

    lo sfilava mai. Via via che si avvicinava a casa, le parole nella testa diventavano dense e forti. Arrivava, ed era già ubriaco di rabbia. Teresa stava lavando i piatti, dando le spalle al tavolo di legno apparecchiato a metà. Aveva già fatto mangiare i bambini per lasciarlo cenare da solo: si doveva far bastare gli avanzi del pranzo, un po’ di pane, del formaggio e un bicchiere

    di vino. Rincasava e non salutava, Perzechella. Camminava e disseminava rumori, il cigolio della porta, il tintinnio della catenella per bloccare l’ingresso – tornato lui, non poteva entrare o uscire più nessuno – lo sciacquone del bagno, l’acqua che scorreva nel lavandino, i passi pesanti, la sedia spostata e infine le posate. I due figli, non sempre, non tutte le sere, riuscivano a

    rivolgergli ciao smozzicati e spezzati. Si facevano trovare assorti nei compiti o nei giochi: salutare il padre li lasciava sull’orlo di un baratro fatto di paura e rispetto, scavato da un silenzio pieno di minacce, riempito qualche volta dalle parole in piena dei genitori quando litigavano. «L’Orco, l’Orco...», per i due bambini non era la coda di una filastrocca o l’inizio di una fiaba. «C’è l’Orco, c’è

    l’Orco...», era la voce della madre che avvertiva dell’arrivo del padre, mettendo recinti di frasi e carezze a protezione dei figli. Mentre versava il vino, Perzechella guardava la treccia di Teresa, nera, lunga fin giù alla schiena. Un cavallo indomabile, con quella treccia fremente di vita, anche quando stava ferma. Lei lo diceva a tutti, che aveva sposato un Orco. Alle vicine, a quelli che

    passavano a vendere stoviglie per strada, al prete, ai parenti lontani che venivano per qualche funerale, ai santi attaccati alle pareti della cucina, ai gatti che riposavano sul marciapiede, alle tartarughe che sonnecchiavano nell’aiuola. Parlava con tutti, tranne che con lui. Se non per arrabbiarsi. Gli sbatté il piatto davanti, con un rumore che fece eco

    nella testa di entrambi. «Sangue di quella terra!» rispose Perzechella, a metà tra una frase pensata e una frase detta. La Diavola, lui invece la chiamava così ma senza farne parola con nessuno, perché non valeva la pena nemmeno di nominarla, la Diavola, che lui aveva vinto a carte un’alba di dieci anni prima e ora era sua moglie. Era diventato maggiorenne da qualche giorno, il padre

    della Diavola era il più vecchio del tavolo, anche se non arrivava a cinquant’anni. Stavano giocando dalla sera prima. E quel disperato, che avrebbe irreversibilmente segnato il destino di Perzechella, aveva perso tutto: i soldi che aveva addosso, le monete antiche che aveva provato a collezionare, le lenzuola del corredo della moglie, la casa no, perché stavano in

    affitto. Tutto. Da scommettere gli era rimasta solo la figlia. Unica femmina. «Non la trovi, una così bella. Di faccia, di gambe... Non ce n’è una migliore, guardati intorno. Sa fare tutto. Ti può servire. E poi tu, quando te ne andrai in giro, potrai fare quello che vuoi con chi vuoi tu». Gli altri fissavano i disegni che l’uomo tratteggiava nell’aria. Con le dita accennava al viso,

    alla treccia, indugiava sulla pancia, sulle gambe. Infine aveva sventolato la mano come a dire: «Un capolavoro di femmina». Per quelli che stavano al tavolo, la bellezza era qualcosa di sfuggente, le femmine vere assomigliavano a quelle appese alle pareti del bar, che pubblicizzavano un liquore o una bevanda con le cosce per aria e le scarpe con i tacchi. Ma era roba

    che apparteneva a un altro mondo. Nessuno aveva mai visto da vicino una donna così. «Allora, la vuoi?» chiese risoluto. Abilità e probabilità, queste sono le carte, pensava. E comunque stava facendo un buon affare. Teresa era troppo ribelle per un padre come lui. E per qualunque uomo. Dandola in moglie a Perzechella si sarebbe persino vendicato, di questa e di tutte le notti

    piene di carte, uomini e sconfitte. «La voglio» rispose Perzechella senza pensare. Probabilità, abilità e soldi, queste sono le carte, rifletteva guardando le monete e le banconote che aveva accumulato quella sera. Più ne hai, più sai rischiare. E più ne hai, più hai potere. Un matrimonio poteva essere comunque una comodità, il vecchio aveva ragione. I figli di Perzechella

    giocavano a carte sin da quando erano piccolissimi. Sembrava una predisposizione genetica di Ninetta, la femminuccia, che Teresa non era riuscita a strappare, anche se ci aveva provato. La bambina aveva imparato a contare con le carte del padre quando lui non c’era, e a scrivere ricopiando i semi e le figure. Assegnava i compiti a Nicolino, suo fratello, che di calcoli

    e di numeri ancora non voleva saperne. E nemmeno di parole, che gli uscivano sempre confuse e balbettanti. Ninetta distribuiva i fogli, faceva ricopiare i disegni e poi dettava gli esercizi, usando bastoni denari coppe e spade. Proprio come i maschi, con le carte ci sapeva fare. Teresa voleva che Ninetta imparasse, e presto, a difendersi. Per gli uomini le carte erano

    femmine, puttane da sbattere sul tavolo o sul letto, buone solo se facevano vincere. Queste cose sua figlia doveva saperle. Meglio se a spiegargliele era suo fratello e non un estraneo. Ma quello forse non era il fratello giusto, e non solo perché non sapeva contare: non conosceva né il rischio né il piacere della sfida. A Teresa, invece, piacevano solo i numeri

    del Lotto. Novanta, per undici ruote, un respiro ogni venerdì, un sospiro ogni sabato. Il Lotto non era solo un gioco, era futuro, scritto lì a caratteri segreti, in quell’abaco fatto di lettere e numeri. Ogni venerdì, l’ultimo giorno della settimana in cui si poteva puntare, si svegliava sempre con una storia da raccontare. Una volta i numeri glieli aveva dati un angelo, un’altra

    il diavolo zoppo, un’altra ancora una persona troppo importante che non poteva rivelare. Erano tutte bugie, ma lo sapeva solo lei e solo nel momento in cui le venivano in mente, poco dopo si era già convinta che erano verità. Così come era sicura dei suoi numeri vincenti. Lasciava i bambini e usciva di casa per andare a giocare.

    Le giocatrici

Le giocatrici

Lotto. Slot machine. Bingo

Collana: Dissensi

Pagine: 160

ISBN: 9788896350393

Prezzo: 10.00 

Quanto giocano le donne? E, soprattutto, come, dove, perché giocano le donne?

  • Novanta, per undici ruote, un respiro ogni venerdì, un sospiro ogni sabato. Il Lotto non era solo un gioco, era futuro, scritto lì a caratteri segreti, in quell’abaco fatto di lettere e numeri.
  • «Ho perso il lavoro, ho perso la memoria, ho perso il conto di quanti soldi ho perso. Gli oggetti sono come i gettoni che cadono – tu tu tu – sono pezzi di cose accadute e adesso sono là, nella vaschetta. Solo che i gettoni della slot li raccolgo, li cambio e metto i soldi in borsa. I ricordi no, li faccio cadere e non mi decido a raccoglierli».
  • È prova provata: al Bingo non vincono i giocatori ma i tavoli. Si tratta di indovinare quello giusto evitando sempre i posti vicino alle colonne e agli angoli. Se il gioco è fatto di mille variabili, la fortuna a sua volta si diverte con mille scarti e opzioni.

Teresa è una scommessa persa: per pagare un debito di gioco, suo padre l’ha fatta sposare con Perzechella, uomo freddo e calcolatore che vince a carte, stravince al Lotto e nasconde i soldi nella fodera del suo paltò. È la fine degli anni Settanta: una quaterna secca sognata, non giocata ma estratta, scatena la febbre di una intera comunità messa a confronto con le leggi del destino. Niente a che vedere con la compulsività delle slot machine, lo straniamento fisico e mentale che vivono oggi i giocatori, la vicinanza all’universo della malavita, il vortice di negatività in cui si precipita dopo aver perso tutto: brucia, brucia il bar Las Vegas, rifugio infernale di Anna, che ora ha solo gli occhi, la bocca e il cuore pieni di cenere. Intanto si accendono le luci della sala Bingo dove donne sole vivono nell’attesa di riscattarsi dal passato, girare pagina, rincorrere un amore che vola sulle ali di una farfalla. Solo che ancora una volta bisognerà misurarsi con il caso, la buona e la cattiva sorte.
Frenesia, speranze, illusioni e sconfitte: Le giocatrici è un racconto declinato al femminile, quello di Marilena Lucente, che esplora il fenomeno del gioco, un mondo popolato di figure inquietanti e dolci al tempo stesso. Si vince e si perde, ci si incontra, ci si detesta, si piange e si ride, si scopre che farcela da sole è impossibile perché «il desiderio, l’amore, la morte: sono questi i tre fottutissimi giochi della vita».

 

L’autrice

Marilena Lucente (1967), pugliese, vive a Caserta dove insegna e collabora con giornali e riviste. Tra i suoi testi di narrativa, Scritto sui banchi e Di dove sei (Cargo 2005 e 2008). Per il teatro ha pubblicato la drammaturgia Napoli 1647. Rivoluzione d’amore (Caracò 2012). È autrice di saggi pedagogici e per la scuola. Per la trasmissione radiofonica Fahrenheit RaiRadioTre ha curato un ciclo di audio documentari Fahrescuola (marzo 2013).

 

 

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Recensioni

“Le giocatrici” recensito da La Lettrice Rampante, leggi qui

“Le giocatrici”recensito da Maria Grosso su Il Manifesto, leggi qui

“Le giocatrici” recensito da Francesco Durante su Il Corriere del Mezzogiorno- Corriere della Sera:

Corrie della Sera- Corriere del Mezzogiorno 4 maggio 2013 Francesco Durante su Le Giocatrici

 

 

 

 

“Le giocatrici” recensito su Il Mattino:

[NAZIONALE - 52] IL_MATTINO/CRONACA_NAPOLI/18 ... 20/

 

 

 

 

“Le giocatrici” recensito su Il Mattino Caserta:

Il Mattino recensione di Nadia Verdile

 

 

 

Le giocatrici recensito su “Mangialibri”

Le giocatrici recensito sul blog “La biblioteca di Eliza”

Le giocatrici recensito su Linkiesta