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  • Mi chiamano Princesa, come il sogno di un cantautore genovese spento cinquant’anni fa dall’ennesima sigaretta e annegato in un bicchiere di troppo. Sui documenti c’è scritto Alejandro Fernandes. Ma non è il mio vero nome. Io non sono brasiliana. Non è facile cambiare i dati anagrafici. L’ufficio apposito, il Crg, Cambio rapido generalità, non è aperto a tutti. Grazie

    a un cliente che conta, a me è riuscito di trovare la giusta maniglia. Il tuo vecchio nome scompare per incanto e neanche domineddio, con tutto il rispetto, può più ripescarlo. Questo sogno lo covavo da tempo, forse dalla nascita, ma ho cominciato a realizzarlo solo quando mia madre si è ammalata. Un anno e mezzo fa. Improvvisamente, quegli strani squilli nel mezzo

    della notte. Silenzio al cellulare, poi... «Sei tu Princesa, vero?». «Chi è? perché continui a chiamare?». «Princesa, io...». «Cosa vuoi? Lasciami in pace!». E la notte successiva, di nuovo: «Sei sempre tu, Princesa...?». So a chi appartiene questa voce. Certe notti resto seduta in vestaglia sul bordo del letto, sola, a riflettere. Ho avuto paura per la mia salute, ecco

    tutto, e pensare aiuta a farmi scivolare addosso il dolore accumulato L’ultimo controllo risale a venerdì scorso, l’esito è stato negativo. Comunque, una bella paura. Questa non è vita che posso continuare. Ritorno con la mente a quel padre che non ho conosciuto e che per questo ha segnato per sempre la mia vita. Un conflitto irrisolto di Elettra, il mio, che ha fatto

    cortocircuito con la sindrome di un Edipo senza nome. Prima di morire la dolce mamma ha confessato: mio padre è scappato due volte in vita sua. Quando era ancora giovane, assieme a lei ha abbandonato il paese siciliano dove era nato e vissuto fino ad allora. Quando ha avuto me, è stato sommerso dai sensi di colpa, una colpa per me rimasta oscura. Sul punto

    di esalare l’ultimo respiro, la dolce mamma ha sibilato qualcosa riguardo a una fabbrica di materiale per la pesca, ma le ultime sillabe smozzicate non le ho colte. Qualcosa però l’ho afferrato. Mio padre: alto funzionario dei servizi segreti. Ecco chi mi telefona. Qui sotto, in strada, staziona spesso una vettura, la vedo anche adesso, una Kyoto a idrogeno che dicono essere

    in dotazione proprio dei servizi segreti. Vuole capire se sono veramente io: ma giuro che non lo scoprirà mai; neanche lui può risalire alla mia vera identità. Il mio nome è stato cassato per sempre. Esiste solo una vecchia cartella clinica. E farò in modo che scompaia. Di lavori ne ho provati a bizzeffe. Sono stata pizzaiola in un ristobar di viale delle Province, ma le

    mie mani sono troppo femminili per schiaffeggiare e plasmare la pasta lievitata; ho sfacchinato come portacravatte facendo la spola tra le botteghe di San Claudio e i Due Macelli, eppure quella eleganza non si sposa alla mia complessione fisica da ginnasta spartano; ho provato con lo studio, iscrivendomi alla facoltà di Fisica, però il solo assillo

    che sa stuzzicarmi la mente è il fisico. Il mio. Un ibrido. La dimostrazione vivente di quello che dice Platone nel Simposio. Un tempo i generi degli uomini erano tre: c’era anche l’androgino. O, se preferite, oggi, il transessuale. A me piace leggere. Filosofia, romanzi, giornali, di tutto. A scuola – ho frequentato il liceo classico prima che lo abolissero – ero un drago. E mi piace tenermi

    informata. Se potessi mi darei alla politica. Conosco i segreti di quel mondo e non escludo di entrarci un domani. Ce ne sono già di trans in Parlamento. Non mancano ancora resistenze nei nostri confronti, non tutti ci accettano, ma almeno non facciamo più schifo. È questo mondo, questa Italia in ginocchio, a fare schifo. È d’accordo anche la mia amica Katia, una congolese

    ventiseienne dal culetto ballerino. Oggi mi ha lasciata lungo viale della Moschea. Mentre la Golf a idrogeno gt 21 valvole di Katia ripartiva tossendo, ho raggiunto un angolo d’ombra sotto quelle fronde di platano che coprono un tratto di pista ciclabile. È il mio essere a metà fra gli elementi che mi porta a cercare riparo, silenzio e frescura tra gli alberi. È questo platano

    centenario che disegna, con la sua ombra, i passi mutili e sincopati del mio destino. Non ho mai cercato veramente l’amore di mio padre, abituata come sono a setacciarlo nel vizio degli uomini. Ma incomincio a essere stanca. Questa non è vita che posso continuare. Oggi mi è venuta incontro una singolare forma di amore. Una vecchia paralitica veniva accompagnata

    lungo il marciapiede opposto a quello dove sedevo io. Il fogliame a piombo delle piante nascondeva solo in parte il viso del suo cavaliere. Un giovane atletico, il naso aquilino, i capelli folti e neri, gli occhi di un grifagno buono, le dita affusolate. Un chitarrista, ho sintetizzato, o magari un ex calciatore di prima divisione. La mano destra portava avanti la sedia a

    rotelle senza incertezze, la sinistra massaggiava delicatamente il collo dell’anziana. Un badante, ho immaginato sulle prime, italiano però. Una figura fascinosa, con una punta di mistero. Era evidente che svolgeva quel compito non per retribuzione, ma come singolare atto di solidarietà, mosso da un sentimento che confina con l’amore. La signora vestiva elegante,

    ingioiellata. Come mai una donna di quella pasta poteva girarsene tranquillamente in una strada semideserta, patria di drogati prataioli, borseggiatori in borghese, ciclisti in affanno e trans inquietanti come me, accompagnata solo da un giovane, per quanto aitante? Ho stretto gli occhi e allungato il collo per guardare meglio. E ho capito. Un crocefisso

    pendeva dal collo del ragazzo. Un prete di strada. Uno di quelli che vivono per gli altri, che praticano virtù, donazione, carità, sorrisi, che legano bene con tutti i miserabili delle periferie, che vestono, prima che la tonaca, maglioni grigioscuri, jeans leggermente consunti, con un accenno solo di colletto bianco, e a volte neanche quello. Mi sarebbe piaciuto, ho pensato per un attimo,

    farmelo amico, scambiare con lui due chiacchiere, niente di più. Ho ricevuto un’educazione cattolica, da piccola frequentavo l’oratorio. Ma poi ho mollato tutto. Sono un’agnostica, ai confini del peggiore epicureismo. Con la religione ho comunque qualcosa in sospeso. Che devo chiarire. O che forse non chiarirò mai. Quella strana coppia mi aveva talmente intrigata che

    stavo per attraversare, con la scusa di chiedere da accendere o chissà cosa. Però ho rinunciato. Sfrecciano con flussi inaspettati le macchine sul viale della Moschea. Una vecchia Peugeot 306 rosso pompiere ha sterzato bruscamente, tra il mio décolleté in finta pelle di caimano asiatico e le transenne da marciapiede a bande bianco-rosse. «A stròòò... A mignòòò...».

    Un attimo, e la carrozzella bicefala non c’era più. Mi sono incamminata nella direzione dove pensavo che fosse finita. Nulla. Davanti a me solo asfalto, cemento e strisce di vernice bianca. Ai lati, solo alberi. Più in alto, il frinire dei grilli di Monte Antenne. Sono entrata in un bar, l’unico che mi suggerisse un loro passaggio. Il locale era vuoto. Un televisore gracchiava qualcosa.

    Mi sono avvicinata. La smorfia di Norma Desmond mi ha presa in pieno. Ho riconquistato l’uscita. Sotto il solito platano, due clienti attendevano impazienti. Le loro auto avevano il motore acceso. In mezzo alla strada, una carrozzella. Vuota. Sapevo che la vecchia e il prete erano da qualche parte: l’aria cominciava a imbrunire, e l’amore non muore mai

    sul viale del tramonto.

    La proprietà transitiva

La proprietà transitiva

Introduzione di Fabio Stassi

Pubblicazione: 24 settembre 2015

Collana: Dissensi

ISBN: 9788896350492

Disponibilità: Buona

Prezzo: 11.00 

Gli uomini sorridono, stanno imparando a conoscere il pregio della lentezza; fra poco torneranno ad amare la poesia.

Alessandro Giacobbe ha un animo ribelle. È convinto che le persone giuste possano fare la differenza, cambiare le cose, aiutare a migliorare la vita propria e quella degli altri. Non è uno sprovveduto, non è un ingenuo, conosce il dolore e ha imparato a difendersi. Il padre l’ha abbandonato quando era piccolo, ha visto la madre consumata da un male incurabile, sa cosa vuol dire essere disprezzato, dileggiato, usato, braccato, umiliato. Alessandro Giacobbe sta diventando calvo, ma non è solo per questo che ama trucco e parrucche. È un trans e crede che Utopia sia Rivoluzione: «È come aggredire il cielo con le scale o il mare con le orme dei passi. E se il respiro è finalmente libero e pieno, la vita – questa vita – senza Utopia diventa irrespirabile». Questa idea lo porta lontano. Nel 2040 diventa Presidente del consiglio di un’Italia in ginocchio, che affonda a causa di governanti corrotti e affaristi senza scrupolo.

Eppure, per riscrivere la storia di una nazione e del suo nuovo premier, si deve partire nel 2010 da un paesino della Sicilia, San Bartolomeo. Povertà e morti bianche sono le armi con le quali don Raìsi domina il destino di uomini e donne. La sua fine è già scritta: dovrà essere ucciso durante la processione della Bella Madre. Solo che il manipolo di cospiratori che ha messo a punto il piano è preceduto da un altro assassino. Il cadavere del mafioso viene trovato evirato e incaprettato nella cucina di casa sua. Il mistero sarà risolto trent’anni dopo, quando i tempi sono ormai maturi per un profondo cambiamento. L’alleanza tra ambienti del Vaticano, che si avvia a celebrare con Giovanni xxv il Concilio Vaticano III, e il movimento politico liberalsocialista, porterà al potere Giacobbe, pronto ad abbandonare il marciapiede e scegliere l’impegno politico.

L’introduzione a La proprietà transitiva, Cambio d’abiti, è firmata dallo scrittore Fabio Stassi.

Gli autori

Nelson Martinico (al secolo Giuseppe Elio Ligotti) vive tra Roma e il Trapanese. È autore Bompiani.

Federico Ligotti vive tra Roma e l’Umbria. Giornalista, è esperto di comunicazione nel settore enogastronomico.

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Recensioni

“La proprietà transitiva” libro del giorno a Fahrenheit Radio Rai3.

 

“La proprietà transitiva” recensito da Daniele Abbiati su Il Giornale

Recensione La proprieta transitiva Il Giornale

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelson Martinico e Federico Ligotti ai microfoni di Isoradio per parlare del romanzo “La proprietà transitiva”: ascolta

Federico Ligotti ospite di Isoradio
Federico Ligotti ospite di Isoradio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La proprietà transitiva” recensito da Gianluca Veneziani sul quotidiano Libero:

Libero. Intervista Nelson Martinico. La proprietà transitiva

 

 

 

 

 

 

 

 

“La proprietà transitiva” recensito da Il Giornale di Sicilia:Il Giornale di Sicilia

 

 

 

 

 

 

 

Dall’ora 02:03:00 intervista a Nelson Martinico e Federico Ligotti autori del romanzo La proprietà transitiva:

Foodie in Town|13 puntata|30 nov 2015 by Dj Bianco on Mixcloud

 

“La proprietà transitiva”: romanzo di utopia rivoluzionaria. Intervista agli autori Nelson Martinico e Federico Ligotti

“La proprietà transitiva” recensito da Luca Maciacchini