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  • In metropolitana mi sento sempre fuori posto. Ci sono tutte quelle donne con i capelli in ordine, gli abiti dai colori neutri, indossano scarpe comode, le loro borse sono imitazioni di quelle da modelle viste sui magazine sfogliati dal parrucchiere. I miei capelli mandano bagliori accesi, sono alta, i vestiti mi stanno addosso senza difetti. Gli sguardi degli uomini mi ricordano

    che resto una preda, gli occhi delle donne mi scorrono dalla testa ai piedi, con un misto di invidia e frustrazione. Ma probabilmente è tutto un film, frutto di una proiezione che parte dal mio cervello. Il treno infila una galleria e sbuca in una stazione, molte stazioni portano il nome di un uomo, un nome con cui si chiama una piazza, una via. Non ce n’è neppure una

    che nomini una donna da ricordare. In metro si sta stretti ma io vorrei ancora di più. Non lambire i fianchi, non sfiorare le mani. Vorrei appoggiare la mia fronte a ogni fronte e leggere i pensieri. Alla prossima scendo, a passo svelto raggiungerò a piedi il palazzo di giustizia, farò la fila agli ascensori, in fila con me uomini in giacca e cravatta, donne vestite sempre più spesso come

    per l’uscita del venerdì sera, tacchi a stiletto montati sotto scarpe fetish da centinaia di euro, scollature per farsi strada nelle aule d’udienza dove l’eloquio forense e la preparazione sono un noioso tributo a una giustizia che non esiste. La giustizia non può esistere secondo un ordinamento che ritiene i motivi irrilevanti. Quello che conta – cioè che si deve portare

    davanti a un giudice – sono gli interessi. Le persone invece sono fatte di carne, ossa, sangue e motivi. E quindi non avranno mai giustizia da alcun giudizio. Io difendo i miei clienti nelle cause di lavoro. Licenziati, truffati, truffatori «padroni e sotto» sono l’eredità che il mio mentore, l’avvocato Enrico Orlando, mi ha lasciato, dopo avermi insegnato tutto quello che so e

    aver inciso nella mia coscienza l’etica della nostra professione, la difesa del lavoro. Quando arrivai nel suo studio ero appena laureata, la mia laurea con lode ancora mi lascia incredula e morta di fatica. Facevo bene i miei compiti, dovevo farli bene il doppio di un maschio e tranne qualche rara volta non potevano proprio negarmi, davanti a tanti testimoni, il voto dovuto

    agli studenti bravi. È stata una battaglia; ci ripenso mentre sgomito ancora per rintracciare il mio fascicolo processuale e aprire il verbale, in attesa che ci chiami il giudice. La mia controparte oggi è una donna, questo pensiero per un attimo mi rilassa, ma è solo un attimo, non devo abbassare la guardia lo so, potrei trovarmi davanti una che ha dovuto subire anni di sottili e

    pesanti soprusi, che ha dovuto trasformarsi nella dea Kali per curare contemporaneamente figli e carriera, che ha subito il tradimento del suo uomo, la riprovazione di sua madre per essersi fatta tradire dal suo uomo evidentemente trascurato, la malcelata soddisfazione di suo padre nel vederla fallire e tornare al suo posto, un gradino sotto quella insopportabile

    capacità di riuscire in tutto, meglio di tutti. Potrei trovarmi davanti una come me. «Avvocato Di Mare?». La donna che mi sta rivolgendo la domanda mi guarda con un mezzo sorriso incredulo, è la solita reazione «Sì, collega Rosato, sono io, piacere. E sì, mi chiamo veramente Stella Di Mare». «Ah certo... ha capito subito, gliel’avranno chiesto mille volte!» mi risponde

    imbarazzata. «Un milione» chiudo secca l’argomento. «Certo, mi scusi la facezia, tra donne un attimo di relax in più ce lo possiamo concedere, vero?». Mi verrebbe di dirle: non lo so se è vero, vediamo tu quanto sei ferita. Invece ovviamente dico altro. «Così dovrebbe poter essere, sì. Allora la sua assistita, la Società metropolitane capitale, è addivenuta a più miti

    consigli?». «No, avvocato Stella... cioè mi scusi, Di Mare, uffa mi è rimasto impresso, mi scusi, mi fa andare in confusione!» stavolta arrossisce persino, scocciata dalla sua défaillance. «Stia tranquilla, davvero, capita di frequente, non mi infastidisce per nulla» le rispondo con finta e studiata benevolenza. «Dicevo, è il suo assistito che deve essere sensato

    e accettare la generosa offerta, andando poi a cercarsi un altro lavoro. E farlo con diligenza, magari, il prossimo». «Il mio assistito ha sbagliato sostanzialmente, ma il datore di lavoro suo assistito ha sbagliato nella forma, nella procedura del licenziamento, e lei lo sa... stimata collega». Mi odio per averlo detto. Ho copiato dalle decine di avvocati uomini che me

    l’hanno detto in questi anni di professione per farmi intendere l’esatto contrario, che non mi stimavano affatto. E quel «lei lo sa», formula caustica per farmi andare in panico, quante volte l’hanno usata contro di me (lo so? o sto sbagliando qualcosa? o lui è più preparato di me, più bravo di me? più forte di me). «Cara collega» ribatte lei con un tono decisamente più

    aggressivo, «vogliamo perdere tempo, appigliandoci ai cavilli, o vogliamo chiamare le cose col loro nome e ricordarci che il suo assistito scopava con una ragazza nel magazzino degli attrezzi della stazione metropolitana Leonardo da Vinci durante l’orario di servizio?». Ha fatto l’uomo, me la sono meritata, ha usato il turpiloquio come il gallo cedrone che alza

    la cresta per intimorire l’avversario in battaglia. Stazione Leonardo Da Vinci c’è. Stazione Artemisia Gentileschi non c’è. «Avvocato Rosato, stiamo oggi processando un licenziamento derivato da una procedura illegittima. Una questione quantificabile, d’interessi. I motivi non sono rilevanti» affermo, anch’io con durezza. Ma in testa mi romba il solito frustrante

    pensiero: i motivi sono così rilevanti, sopra ogni altra cosa lo sono. Anzi, per le persone rilevano solo quelli. Perché? per quale motivo? Me lo sono chiesta abbastanza? me lo sono chiesta in tempo? No. O forse non sapevo che bisognasse chiedere anche all’altro di chiederselo. E ascoltare. E ascoltarsi. Ma per ascoltare bisogna fermare tutto, rinunciare a tutto, cercare un tempo

    e un silenzio. Salgo sul treno del ritorno e dal finestrino intravedo la porta semiaperta di un locale deposito vicino all’imbocco della scala mobile che porta in superficie. Giovanni e Lucia hanno fatto l’amore in un posto come quello, in piedi, durante il turno di notte festivo di Giovanni; hanno fatto l’amore forte e non si sono accorti che la porta si era riaperta per inerzia e la

    telecamera di sicurezza riprendeva la scala mobile che saliva vuota, saliva perennemente e riprendeva pure loro due in piedi coi vestiti mezzi scesi e mezzi sollevati. Giovanni che entrava dentro Lucia, ritmicamente e ogni colpo di fianchi era una domanda, una ricerca di senso. La scoperta dei motivi.

    La pigrizia del cuore

La pigrizia del cuore

Pubblicazione: 11 gennaio 2018

Collana: Dissensi

Pagine: 144

ISBN: 9788896350652

Prezzo: 11.00 

Oggi che tradimento mi aspetta? Il tuo si è già consumato, amore smarrito, l’ho guardato in faccia, ho guardato la tua miseria e la mia delusione e a entrambi ho detto con affetto: si fa quel che si può.

Stella è una donna bella e impegnata. Avvocato esperto nelle cause di lavoro, è separata e madre di una sveglia ragazzina di tredici anni. Stella ha lottato per farsi strada nella vita, innanzitutto perché le fossero riconosciuti meriti e pregi aldilà dell’avvenenza fisica. Conosce bene il sistema giudiziario e, dall’interno, si oppone a contraddizioni e storture: per lei contano i motivi, non solo gli interessi.

Figura forte e fragile insieme, riscopre se stessa durante una vacanza sui monti della Majella, rispecchiandosi nel profilo dolente e romantico della dolce Angelina, vissuta cent’anni prima nel palazzo-castello al centro di un paese dell’Abruzzo.

Le storie delle due protagoniste s’incontrano e si fondono, tra immaginazione e realtà, nel tumulto di una passione bruciata e di un sentimento nuovo, autentico, che per farsi strada ha bisogno di più coraggio.

Al suo esordio con il genere romanzo, la poetessa Rossella Tempesta con lo stile che le è proprio fa dono ai lettori di un racconto struggente, scandito da lunghe attese, silenzi eloquenti, desideri velati, sentimenti urgenti, popolato da personaggi femminili lirici e maschili ben delineati. Senza tacere sulle violenze di cui sono vittime molte donne, ieri come oggi.

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Recensioni

La pigrizia del cuore recensito da  Elisabetta Favale su Linkiesta.it

La pigrizia del cuore recensito su n 7 Rue de Grenelle

La pigrizia del cuore recensito da Erika di Giulio per Medea Megazine

La pigrizia del cuore recensito da Paolo Polvani su Odysseo

La pigrizia del cuore recensito su La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

La pigrizia del cuore recensito su Latina Oggi

 

 

 

 

 

 

 

La pigrizia del cuore recensito sul blog Mille Splendidi Libri e non Solo

La pigrizia del cuore recensito da Roberto Russo su blog graphe.it

La pigrizia del cuore recensito su Il Corriere dell’Irpinia

 

 

 

 

 

 

 

 

La pigrizia del cuore recensito su Una banda di cefali

La pigrizia del cuore recensito su Mypoblog