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  • Sara era la quinta figlia femmina, dopo Rebecca Rachele Diana e Miriam, e la sesta in ordine di nascita dei quindici figli di Mosè Rosenberg e Malca Schachter. I genitori si erano sposati giovani – diciannove anni lui, diciassette lei – e avevano voluto una famiglia numerosa come era loro consentito dalle buone condizioni economiche. Il commercio dei tessuti

    rendeva bene; la stoffa era la regina della casa, importante e irrinunciabile ovunque: la biancheria da corredo si dispiegava in metri e metri di panno di varia pezzatura e qualità, e anche la più modesta delle contadine non avrebbe potuto metter su casa se non avesse avuto nella cassa una pezza bianca e una scura. Quella bianca serviva per le lenzuola, per le asciugamani che

    andavano ricamate, e per l’intimo; una parte veniva conservata per quando sarebbe nato un figlio. Quella scura, più pesante come il fustagno, serviva per i mantelli, i gilet, i copricapi degli uomini e le gonne delle donne. La lana completava la materia prima disponibile con cui si facevano coperte e scialli variopinti. Nelle abitazioni dei meno poveri, e più ancora in quelle dei

    borghesi agiati e dei professionisti benestanti, i filati venivano utilizzati per le tende, per la tappezzeria dei salotti e per gli abiti delle signore, spesso più dotate di danaro che di gusto. Quando arrivavano i campionari, Malca chiamava a raccolta le figlie e insieme li esaminavano; non che ci fosse bisogno del loro parere, perché le scelte delle signore ricche e appariscenti

    non coincidevano quasi mai con le loro, quanto piuttosto per accaparrarsi un tessuto particolarmente bello da sfoggiare in occasioni speciali. «Quello no, quello no!» gridava allora Mosè cercando di farsi ascoltare dalle sue donne, e sottraeva dalle mani di qualcuna la seta che rischiava di mancare al momento opportuno per le clienti importanti e facoltose. Sara partecipava

    poco a queste allegre spedizioni: il suo fisico giunonico la faceva sentire in difficoltà, e non riusciva a pavoneggiarsi come le sorelle mentre si drappeggiavano le stoffe intorno alla vita davanti allo specchio. Sara aveva fianchi pieni e un seno florido, era proporzionata e piacente, una inconsapevole sensualità aleggiava intorno ai suoi sedici anni. Crescerà,

    pensava la madre, crescerà... Ma la ragazza sentiva il peso di un corpo rigoglioso in cui non si riconosceva: le piaceva pensarsi libera da vincoli e progetti tradizionali; in città si faceva gioco dello scandalo altrui, in campagna la natura sembrava offrire sollievo alla sua inquietudine. Una mattina, uscita per una delle solite scorribande campestri, il cavallo prese

    a correre troppo su una stradaccia infangata e Sara incominciò a tremare. In altre occasioni era riuscita a reggere la guida del calessino con maggiore sicurezza, eppure non provò a fermarsi né a tornare indietro. Aveva tardato a uscire, erano ormai le dieci, sicché la corsa le dava un’eccitazione ancora maggiore, e le sembrava una giusta risposta

    all’attesa. Costeggiò – come già aveva fatto altre volte – il boschetto appena fuori città per arrivare al ruscello, che con lo sciogliersi delle prime nevi in primavera si gonfiava e rumoreggiava: le piaceva arrivare quasi sulle rive, quando le ruote del calessino strisciavano e scricchiolavano sulla ghiaia; lei scendeva e si sedeva a terra e non c’era nessuno: solo pace, tanta pace

    dentro e fuori, perché Sara si sentiva spesso spaesata. Il vento portava odore di mucche e di forno da stalle e case non troppo lontane, così lei sapeva di non essere sola; percepiva appena delle presenze, come se gli altri fossero a distanza di sicurezza: c’erano, ma non c’erano. Quel giorno, però, Sara non arrivò al ruscello. Una poltiglia di neve disciolta erbe e pietrisco

    fece scivolare il cavallo, che forse non era stato ferrato a dovere; fatto sta che in una curva l’animale slittò sulla fanghiglia e il calesse s’inclinò paurosamente: Sara perse l’equilibrio, tentò inutilmente di mantenersi a cassetta e in un attimo si ritrovò a terra, per fortuna di lato sia rispetto al calesse che al cavallo, sicché non fu travolta. Provò a rialzarsi, constatò di non essersi

    fatta troppo male, e si rese conto di essere infangata dalla testa ai piedi: scarpe vestiti mani viso, tutto era in condizioni pietose; dagli schizzi della pozzanghera si erano salvati un po’ solo i capelli. Mentre valutava i danni e pensava a come cavarsi d’impiccio, si guardò intorno: dal lato del ruscello nessuno, mentre sul limitare del boschetto, tra gli alberi, scorse seminascosto un ragazzo

    dal viso familiare. «Ehi, tu, vieni qui; vieni ad aiutarmi». Il tono era stato automaticamente perentorio: Sara era abituata a comandare più che a chiedere. «Arrivo...» rispose il giovane. «Ma... ma voi siete la figlia del vecchio Rosenberg, vero? Cosa vi è capitato?». Un po’ tutti conoscevano la figlia irrequieta di Mosè Rosenberg, il commerciante.

    «E non si vede che cos’è successo? Dai, prova a riattaccare il cavallo; il calesse è leggero, non sarà difficile raddrizzarlo. Voglio tornare a casa, io...». Sara si fermò, nella foga non si era resa conto che l’aiuto che pretendeva non poteva essere né così semplice né così rapido. Guardò il ragazzo che, intanto, stava liberando l’animale dalle briglie attorcigliate alle zampe e lo accarezzava

    per calmarlo. «Signorina, la casa dove abito è vicina; andiamo, c’è mia madre che vi aiuterà a ripulirvi; io poi torno qua con mio padre a ribaltare il calesse e a controllare meglio il cavallo». Sara comprese dal piglio deciso del suo soccorritore che non c’erano alternative e, tenendo in mano il frustino dal manico d’argento bene in vista, si avviò con aria di sfida dietro di lui. Eva stava

    sull’aia, li vide arrivare, si pulì le mani dalla cenere che stava raccogliendo in un secchio e andò loro incontro; il figlio le raccontò brevemente l’accaduto e così la donna invitò la signorina a entrare in casa, pregò il ragazzo di allontanarsi e si diede da fare per aiutare l’ospite inattesa. Tranne i capelli, che prima di uscire Sara aveva raccolto in un fazzolettone di panno

    legato dietro la nuca, tutto il resto era irrecuperabile; d’altra parte lo sporco si andava sempre più attaccando al vestito e alle scarpe, perciò non restava altro che far spogliare la giovane Rosenberg. «Signorina, dovete togliervi di dosso questa roba bagnata...». «No» la interruppe Sara con voce mista tra pianto e rabbia. «Ma che fa... questa è casa vostra, una delle case

    di vostro padre!» e nel frattempo aveva preso dalla cassa uno scialle. «Su, mettetelo addosso, è caldo e pulito» proseguì sbrigativa Eva, che non voleva dare troppa corda a quelle rimostranze. «Io andrò a casa vostra a recuperare dei vestiti puliti, e voi riposerete e vi riscalderete un po’ accanto alla stufa». Mentre la donna parlava, Sara si ritrovò sistemata

    e accudita a dovere, quasi senza accorgersene; intanto il ragazzo rientrò e la giovane sentì la madre dire al figlio: «Va’ al mercato, fa’ presto, e avvisa tuo padre di sbrigarsi a tornare perché qui c’è bisogno di lui». La stufa, grande e a elementi sovrapposti, era di terracotta e si prolungava lateralmente con un ampio ripiano sul quale nei rigidi inverni nevosi la famiglia

    spesso dormiva tutta insieme: era il cuore della casa, collocata al centro, di fronte alla porta d’ingresso. Se un intruso avesse voluto entrare sarebbe stato subito scoperto. Nel granaio, al piano superiore, cui si accedeva con una semplice scala di legno, c’erano altri giacigli di foglie secche: il caldo del tubo lungo della stufa arrivava fino al tetto. Sara, raggomitolata su un fianco,

    con la mano destra manteneva lo scialle quasi fosse una coperta e con il braccio sinistro si coprì gli occhi.

    Il tempo fa il suo mestiere

Il tempo fa il suo mestiere

La saga dei Rosenberg

Pubblicazione: 14 aprile 2016

Collana: Dissensi

Pagine: 288

ISBN: 9788896350546

Disponibilità: Ottima

Prezzo: 12.00 

In quel groviglio di ansia e timore si fece strada all’improvviso un pensiero che veniva da casa, un consiglio del padre che andava spesso ripetendo alla sua piccola tribù: «I versetti della gioia nella Bibbia sono ottocento, e se Dio per ben ottocento volte ci ha esortato a rallegrarci deve essere importante sforzarsi di farlo!». Non gli aveva mai dato troppo peso, le erano sembrate parole da vecchio, per una ragazza di sedici anni un padre è sempre già vecchio... eppure ora quella frase le era tornata in mente imprevista e prepotente, e pareva chiederle ragione della sua tristezza.

Sara è un’adolescente ombrosa e inquieta. Ha solo sedici anni quando, una mattina di fine febbraio, s’imbatte in Giuseppe, ragazzo schivo e taciturno. I due si amano. Nove mesi dopo vengono alla luce due gemelli, una maledizione per chi nasce in Moldavia. Un neonato, Tobia, viene fatto passare come figlio dei genitori di Sara; l’altro, Simone, viene prima affidato alle cure di un orfanotrofio, poi adottato da una coppia francese che lo conduce a Lione.

Sintesi felice di molti generi – romanzo, testimonianza, denuncia – Il tempo fa il suo mestiere è una saga familiare intessuta su silenzi colpevoli, rancori sotterranei, sentimenti granitici. Ai giorni nostri, a Gerusalemme, città sacra a ebrei, cristiani e musulmani, si scioglieranno i nodi di questa appassionante vicenda umana, che prende il via nel 1912 in Romania e trova il suo sviluppo negli anni Cinquanta in Italia, nell’incanto del golfo di Napoli. Due guerre mondiali sconvolgono il vecchio continente e milioni di esseri umani, durante e dopo i conflitti, devono fare i conti con tutti i peccati della Terra. «La morte era “un maestro tedesco”, ma aveva uno zelante apprendista rumeno. Ancora oggi in Romania tutto questo viene taciuto e distorto, più di quanto non venga ammesso». Così scrive il Premio Nobel Herta Müller. Mariastella Eisenberg racconta dei Rosenberg, famiglia ebrea di etnia tedesca, attraversando i tormenti del Ventesimo secolo, laddove le ragioni della storia cedono il passo ai diritti del cuore e del vissuto quotidiano. E lo fa con lo stile che le è proprio, con «l’immediatezza delle immagini, la prosa agile e mai retorica» (la Repubblica).

L’autrice

Mariastella Eisenberg è nata a Napoli da un medico ebreo rumeno di etnia tedesca, laureato a Montpellier e riparato in Italia a causa delle leggi razziali, e da una giovane pianista napoletana. Già insegnante e dirigente scolastico, dal 2004 si dedica alla scrittura e all’impegno sociale. Ha pubblicato Perché ancora i Promessi Sposi (Marimar 1989); Sara (Guida 2005); Carovita (Lettere arti scienze 2009); Chiedi alle mani (Sovera 2009); Alfabetando (L’Aperia 2011, prefazione di Luigi Trucillo); Cantico nella parola svelata (Compagnia dei Trovatori 2013, prefazione di Silvio Perrella, nota di Bruno Galluccio); Madri vestite di sole (Interlinea 2013, prefazione di Giampiero Neri, nota di Andrea Renzi); Viaggi al fondo della notte (Oèdipus 2015, prefazione di Ugo Piscopo, nota di Maram Al-Masri).

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Recensioni

“Il tempo fa il suo mestiere” recensito da Ugo Piscopo su La Repubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il tempo fa il suo mestiere” recensito da Francesco Durante su Il Mattino.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il tempo fa il suo mestiere” segnalato da Filippo Senatore suI Corriere della Sera per “Correcensioni”

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“Il tempo fa il suo mestiere” recensito da Floriana Coppola sulla Società Italiana delle Letterate

“Il tempo fa il suo mestiere”: intervista a Mariastella Eisenberg sull’approfondimento culturale di TvLuna

“Il tempo fa il suo mestiere” recensito da Cinzia Demi sul blogspot Narrabilando

“Il tempo fa il suo mestiere” recensito sul portale Informazione Corretta