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  • Acquaragia

    Ogni volta che vado dal ferramenta per comprare attrezzi o accessori per il fai da te, puntualmente, pur non avendone bisogno, compro anche mezzo litro di acquaragia. Ha l’odore della mia infanzia. In corso Carlo Alberto, al civico 84, c’era un palazzo con un cortile che per metà era coperto da carrette, calessi, ruote di legno, cerchi di ferro e pezzi smontati da questi mezzi di trasporto

    ormai estinti. Lì dentro passavo la maggior parte dei miei pomeriggi d’estate. Il silenzio naturale delle controre veniva rotto dai mannesi che battevano sull’incudine con martelli dai manici lunghissimi. Strette tra le dieci dita incrociate a pugno, facevano partire le mazzuole dal fondo della schiena, le braccia piegate all’indietro. Dopo aver disegnato un tondo in aria,

    colpivano il metallo rovente modellandolo. La ruota di carretta era composta da diversi elementi. Al centro c’era ’a semmoja, il mozzo, volutamente realizzato in ottone poiché, dovendo girare sull’asse che era di ferro, garantiva maggiore resistenza nell’attrito, si consumava con meno facilità. Poi c’era ’o miulo, la prima parte in legno in cui venivano raccolti ’e raje,

    i raggi. Questi a loro volta terminavano a due a due in altre forme di legno ricurve che, unite, formavano l’intera circonferenza. Intorno era posto il cerchione ricavato da una barra di ferro pieno dritta all’origine, poi piegata dandole forma ma circolare. Le due estremità venivano immerse nel carbon fossile di una forgia e percosse con tre martelli contemporaneamente,

    sincronizzati, fino a quando il cerchio si chiudeva. Era un heavy metal ensemble. Ho sempre pensato che chi ha inventato il termine heavy metal abbia avuto in un’altra vita parenti che facevano i mannesi di mestiere. Chi costruiva carretti, sciaraballi, calessi e anche carri funebri veniva chiamato così. Io ero identificato in paese come il nipote dei mannesi. Una musica indefinibile

    si espandeva in quello spazio all’aperto che diventava un auditorium: echi striduli, vibrati, ferrosi, un impatto sonoro ancestrale, da ricondurre a una delle forme più arcaiche di musica modale. Ognuno dei musici tirava fuori un suo suono. Mio nonno anticipava il colpo con un lamento prolungato. Partiva quando il manico di legno di faggio era dietro la schiena

    e finiva appena la testa del martello colpiva il bersaglio. Zio Ciccio ci metteva molta più voce, lui che a volte nemmeno lo si capiva quando parlava. In quel gesto tirava fuori un acuto così deciso, sentenzioso, autorevole, che ai miei occhi appariva come un capo indiano. Francuccio, il più giovane, era quasi melodioso. A suo modo emetteva un gemito che sembrava quello di

    uno strumento a corda. Era un chitarrista in erba, ma con talento. Il giorno dopo aver terminato il cerchione, iniziava la fase di assemblaggio: bisognava infilare e far aderire perfettamente la parte in ferro alla ruota di legno. Questo era davvero un rito da pellerossa. Il cerchione era realizzato con un diametro più piccolo rispetto al disco della ruota di legno. Sistemato a terra,

    veniva ricoperto da trucioli e rimasugli, spruzzato con acquaragia, quindi incendiato in modo che il metallo ardendo si dilatasse. Quando il cerchio era incandescente, mio nonno e gli altri due, il viso infuocato dal calore, lo sollevavano con delle grosse pinze e velocemente lo posizionavano sulla ruota affinché combaciasse al millimetro.

    Era poi raffreddato con ripetuti secchi d’acqua. A opera finita, i tre si piegavano in due sulle ginocchia per la fatica, quasi ringraziassero con un inchino un pubblico immaginario dopo l’esecuzione. Mentre si asciugavano la fronte dal sudore, uno della compagnia, a turno, mi mandava a comprare una decina di Peroni da un quarto al Bar del

    Mignuozzo. Mi avviavo di gran carriera ma quando mettevo piede nel locale rallentavo il passo, specie se dal jukebox si propagavano le note di una canzone che ancora oggi mi emoziona, Non si può morire dentro di Gianni Bella. Una volta recapitate le bionde ai mannesi, venivano stappate assolutamente senza apribottiglie: un colpo secco sugli scanni da lavoro

    e la fresca bevanda spumeggiava invitante. Birra per tutti tranne che per me. Il mio premio erano barattoli semivuoti di vernice a olio e acquaragia per diluirla. Già a dieci anni l’odore dell’acquaragia mi mandava fuori di testa. Ormai adulto, lessi un articolo su carta stampata che parlava di una nuova moda in America: i giovani sniffavano benzina dai

    serbatoi delle moto e dalle auto. Pensai che in qualche modo ero stato un precursore di quella pratica. Dell’acquaragia mi piacevano anche le due parole di cui è composta: acqua, simbolo di limpidezza; ragia, sinonimo di imbroglio. L’inganno della purezza. L’odore era tossico, dava vertigini, e allo stesso tempo gradevole e allettante. La lattina, laccata di bianco

    lucido, aveva un tappo di plastica rosso. Lo svitavo e annusavo socchiudendo gli occhi. Non so se mi sballasse e per questo, avvinto quasi dagli effetti di una droga, mi addormentavo ogni pomeriggio, su una panchina all’ombra, nel palazzo dei mannesi. Fatto sta che quell’odore, pure a distanza di tempo, lo avrei riconosciuto da lontano per quanto mi procurasse trasporto e desiderio.

    Il lanciatore di donne e altri racconti

Il lanciatore di donne e altri racconti

Con album dei Letti Sfatti da ascoltare e scaricare con QR Code

e Una nota di Peppe Lanzetta

Pubblicazione: 28 novembre 2019

Collana: Dissensi

Pagine: 104

ISBN: 9788896350805

Disponibilità: Ottima

Prezzo: 14.00 

«Quando il rock è poesia» – Francesco Donadio, Classic Rock Magazine


Ascolta in anteprima il brano
Una strada dei Letti Sfatti

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Le nuvole, indifferenti e inafferrabili, si allontanavano leggiadre come donne consapevoli di attirare le occhiate dei passanti ma che mai avrebbero ricambiato quello sguardo.

L’heavy metal della sua infanzia erano i rintocchi dei martelli nella bottega di mannese del nonno: echi striduli, vibrati, ferrosi, come le distorsioni di Hendrix. Quei giorni odoravano di fagioli, bolliti nel retrobottega della merceria della madre, un profumo misto all’aroma di caffè. Un tempo che sapeva di estate, di terra e sudore, di galoppate selvagge in sella a una vecchia bicicletta senza freni. «In certi momenti l’immobilità di quei colori riaffiora, è una pianta rampicante che velocemente si fa strada, e io resto pietrificato come una colonna quando penso a quante cose non torneranno». A quante persone non torneranno. E l’amore. Malinconico come una ballad, dirompente come un assolo di chitarra elettrica, profondo e vellutato come il tocco di un basso, Il lanciatore di donne e altri racconti è un libro composto come musica, da leggere come uno spartito. Jennà Romano ci mette se stesso come sul palco: ogni battuta è una scena, ogni rigo è uno spaccato di vita vissuta, il refrain sono i ricordi popolati di volti cristallizzati, un pezzo palpitante della sua sensibilità di artista. Nove storie che trovano, nella scrittura di Romano, due forme per esprimersi: canzoni e racconti.

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Recensioni

«…credo che oltre al senso disperato della vita del suo amato Piero Ciampi, ci sia qualcosa di pasoliniano nello sguardo retrospettivo di Jennà. Il vuoto della scomparsa delle lucciole. Lo sguardo retrospettivo di chi ha perso la madre troppo presto ed è morto a 10 anni». Prima recensione per “Il lanciatore di donne” su aitanblog

«Un libro che offre tanto in poche pagine, un libro da scoprire, da leggere e ascoltare». Recensione su Modulazioni Temporali

«Jennà Romano  libera la sua anima in un libro che è uno spaccato di vita vissuta, un percorso a ritroso nel tempo di ciascuno di noi, in un mondo dove è difficile fermarsi a pensare, dove si ha paura di guardarsi allo specchio e chiedersi “perché?”, lui ci spinge a fermarci, ad annusare, a respirare, a ricordare chi eravamo e chi vogliamo essere», scrive Giustina Clausino su Differentemente

«Non è impulsivo Jennà Romano, non c’è volontà di disorientarci confondendo i confini tra realtà e finzione, nessuna enfasi, solo “il mare calmo della sera” su cui galleggiano i pensieri, i suoi, diapason che arriva fino a noi, a me, e resta». Nuova recensione per IL LANCIATORE DI DONNE a firma di Elisabetta Favale su Linkiesta

«Un racconto nel racconto, canzoni che confluiscono in parole e parole che si perdono nella solitudine delle sue note». Daniele Sanzone  per Il Fatto Quotidiano recenscisce il libro + album di Jennà Romano

«Una prosa “ritmata”: mentre leggevo questi racconti avevo in testa una chitarra acustica, leggera, lì a darmi il ritmo della lettura, ad accompagnarono. Tutto è perfettamente equilibrato come una canzone dove il ritornello è la vita stessa». Paola Calefato recensisce IL LANCIATORE DI DONNE E ALTRI RACCONTI.

«Il lanciatore di donne è una ballata malinconica, è una chitarra elettrica che fa vibrare le corde del cuore»,Loredana Cilento su Millesplendidilibriblog

«…una raccolta di nove storie in cui a farla da padrone è il mondo dello scrittore, animato da persone come Ciro Gionni o il compagno Palmiro che hanno attraversato la sua esistenza e ora sono ricordi e suggestioni». Il Lanciatore di donne recensito su Una Banda di Cefali

Intervista a Jennà Romano nel corso del programma Mattina 9

Il Lanciatore di donne recensito su Cronache di Caserta

 

 

 

 

 

 

 

Il lanciatore di donne recensito su Il Roma

 

 

 

 

 

Il lanciatore di donne recensito su Classic Rock

 

 

 

 

 

 

 

 

«A tutti quelli che non hanno un ombrello per ripararsi quando serve, ai morti vivi troppo presto, quando mai guariti, agli uomini in panne che vivono per quello che sono, vivi e vinti per sé, che altro non gli si può chiedere. A tutti coloro che non hanno mai smesso di battere il tempo». Erika Di Giulio recensisce IL LANCIATORE DI DONNE

IL LANCIATORE DI DONNE sulla rubrica di approfondImento letterario di Rai 3 IL LEGGILIBRI

Jennà Romano intervistato a D&M Italia

IL LANCIATORE DI DONNE recensito da Roberta D’Agostino