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  • Ho un’istruzione. «Eccovi armato per la lotta» mi dice il professore salutandomi per l’ultima volta, «chi trionfa al liceo, farà strada nella vita». Quale strada? Un vecchio collega di mio padre, di passaggio a Nantes, è andato a trovarlo e gli ha raccontato che un loro compagno, uno di quelli che aveva i voti più alti, era stato trovato morto, sfracellato e coperto di sangue,

    in fondo a una cava di pietre dove si era gettato dopo tre giorni che era rimasto senza mangiare. Sicuro non è quella la strada da prendere, non penso proprio; in ogni caso, meglio non a capofitto. Far strada nella vita vuol dire far carriera, fare come Ercole al bivio. Come Ercole al bivio. Non ho dimenticato la mitologia.

    Dai! è già qualcosa. Mentre attaccavano i cavalli alla carrozza, il preside mi è venuto incontro per stringermi la mano come se fossi uno dei suoi più cari alumni. Ha detto proprio alumni. Distratto dall’idea della partenza, non ho capito subito. Il signor Ribal, il professore di terza, mi ha dato di gomito: «Alumn-us, alumn-i» mi ha suggerito sottovoce,

    insistendo sul genitivo e facendo finta di aggiustarsi i pantaloni. «Ah, ho capito! Alumnus... significa “allievo”, giusto». Non mi va di rimanere in debito di lingue morte con il preside; mi dà il latino, gli rendo il greco: «Χάρις τᾠ μοῦ παιδαγωγῶ» (che vuol dire: grazie mio caro maestro). Contemporaneamente prendo una posa da tragedia, ma scivolo; il preside cerca di tenermi ma scivola anche lui;

    in tre quattro abbiamo rischiato di cadere come tessere di un domino. Il preside (impavidum ferient ruinae) riprende per primo l’equilibrio e torna verso di me pestando i piedi un po’ a tutti. Mi parla, in questo momento supremo, della mia istruzione: «Con questo bagaglio qui, ragazzo mio...». Il facchino pensa che si tratti dei miei bauli: «Ne avete altri?». No, solo uno piccolo, ma ho anche la mia istruzione.

    Eccomi in viaggio. Posso muovere le gambe e le braccia, piangere, ridere, sbadigliare e gridare se ne avrò voglia. Sono padrone delle mie azioni, della mia parola e del mio silenzio. Lascio la culla dove per diciassette anni i miei bravi genitori mi hanno tenuto fasciato, solo per tirarmi su di tanto in tanto e prendermi a cinghiate. Non posso crederci! Ho paura che la carrozza si fermi, che mio padre o mia madre

    mi raggiungano e mi riportino all’ovile. Ho paura che come minimo un professore, un mercante di lingue morte, venga a piazzarsi accanto a me come un gendarme. Ma no, c’è solo un gendarme lassù sull’imperiale, che porta un cappello alla Napoleone, le buffetterie color omelette e delle spalline color formaggio. Sti gendarmi qui arrestano solo gli assassini e, quando arrestano gente onesta,

    so che non è un disonore difendersi. Si ha il diritto di ucciderli come a Farreyrolles! Dopo vi ghigliottinano, d’accordo; ma siete meno disonorato così, con la testa mozzata, che non per aver spinto vostro padre contro un mobile, per evitare di essere menato. Sono libero! libero! libero!... Sento il petto che si gonfia, l’orgoglio che mi prende... i formicolii alle gambe e il cervello che va a mille.

    Mi sono stretto in me stesso. Oh! mia madre direbbe che sembro rachitico o gobbo, che ho gli occhi stralunati, i pantaloni sgualciti, il gilè sciupato, i bottoni slacciati! – È vero, li ho fatti saltare io per grattarmi il petto; lì sotto, sento battere forte il cuore – mi è capitato di paragonare i battiti di quel giorno ai calci che un nascituro dà nel grembo di una donna... A poco a poco, l’eccitazione si placa,

    i nervi si distendono e mi resta tutta la stanchezza dei postumi di una sbronza. La malinconia scende sul mio volto, come quella nuvola che lassù nel cielo rotola e copre il sole con la sua maschera di cotone grigio. L’orizzonte che attraverso il finestrino mi minaccia con la sua immensità, la campagna che si stende vuota e silenziosa, tutto questo spazio e questa solitudine mi trasmettono a poco

    a poco un’emozione straziante... Non so esattamente quando hanno portato la diligenza sui binari, ma all’improvviso mi sento rapito da una specie di timore religioso di fronte a questo cammino aperto dal muso di rame della locomotiva e sul quale corre la mia vita... E io, il fiero, io, il temerario, mi sento sbiancare e mi viene quasi da piangere. Il gendarme se ne accorge

    e mi osserva – su, un po’ di coraggio. Fingo di essere raffreddato per spiegare gli occhi lucidi, tossisco per nascondere il singhiozzo. Questo mi accadrà più di una volta. Coprirò sempre le emozioni più intime con la maschera dell’indifferenza e la parrucca dell’ironia... Ho avuto come compagna di viaggio una bella ragazza dal seno prosperoso e il sorriso seducente, che mi ha messo a mio

    agio pepando la conversazione e carezzandomi coi suoi grandi occhi azzurri. Ma durante una fermata, ha teso la mano verso una fioraia; aspettava che le offrissi un bouquet. Sono arrossito, ho abbandonato il vagone e sono saltato su un altro. Non sono abbastanza ricco per comprare delle rose! Ho appena ventiquattro soldi in tasca: venti soldi d’argento e quattro soldi,

    di soldi... però al mio arrivo a Parigi devo riscuotere altri quaranta franchi. È una lunga storia. Pare che il signor Truchet di Parigi debba dei soldi al signor Andrez di Nantes che è in debito con mio padre per un certo signor Chalumeau di Saint-Nazaire; così, da tutte queste spiegazioni, viene fuori che all’ufficio delle Messaggerie di Parigi riceverò dalle mani del signor Truchet la

    somma di quaranta franchi. Fino ad allora, ventiquattro soldi! Ventiquattro soldi, diciassette anni, spalle da lottatore, voce stentorea, denti da cane, pelle olivastra, mani gialle come limoni e capelli che sembrano bitume. Insieme a quest’aspetto da selvaggio, una timidezza terribile che mi rende infelice e goffo. Ogni volta che mi trovo faccia a faccia con chi è più vecchio, più

    ricco o più debole di me, quando, insomma, mi parla qualcuno con cui non potrei battermi per ricacciargli l’ironia in gola, a pugni, mi prende un timore infantile e un imbarazzo da femminuccia. Quella buona donna di mia madre me l’ha detto così spesso, che ero brutto a cominciare dal naso, che ero imbranato e maldestro (non sapevo nemmeno fare degli 8 innaffiando), al punto che ho perso ogni

    fiducia in me stesso di fronte a chiunque non sia uno del collegio, professore o compagno. Penso di essere inferiore a tutti e mi sento sicuro solo del mio coraggio. Ho di che mangiare grazie alle provviste di mia madre. Non toccherò i ventiquattro soldi. Preso dalla sete, mi sono intrufolato nel vagone ristorante e, da dietro i passeggeri, ho preso una caraffa e mi sono riempito

    il mio bicchiere di cuoio. L’ho comprato quando volevo fare il marinaio, l’avventuriero, lo scopritore d’isole. Devo sforzarmi parecchio per saltare al collo di quella caraffa e rubarle l’acqua. Mi par di essere uno di quei poveri che tendono la mano verso una scodella alle porte delle città. Quasi mi soffoco bevendo, anche il mio cuore soffoca. È un gesto che mi umilia.

    Il diplomato

Il diplomato

Cura, traduzione e postfazione di Enrico Zanette

Pubblicazione: 24 settembre 2020

Collana: Dissensi

Pagine: 320

ISBN: 9788896350881

Disponibilità: Ottima

Prezzo: 16.50 

Un classico (mancato)

Se sono povero, è perché l’ho voluto; non dovevo fare altro che vendere ai potenti la mia giovinezza e la mia forza.

Poche sostanze per vivere, ideali eversivi per la testa e la voglia bruciante di cambiare le cose. Jacques Vingtras (alter ego di Jules Vallès) ha appena completato gli studi liceali, ora il mondo è ai suoi piedi. Basta latinorum, è giunto il momento dell’azione, della Rivoluzione. Non resta che salutare i genitori, dire addio a doveri e convenzioni imposte da scuola e famiglia, e partire per Parigi. È la metà dell’Ottocento ma se si chiudono gli occhi potrebbe essere oggi: Vingtras è mosso dall’ardore della sua età. Cerca, trova e frequenta i compagni squattrinati della bohème, con i quali bazzica bettole e teatri, e progetta di radere al suolo il sistema sociale, di sovvertire le istituzioni, di rompere gli schemi, convinto di essere invincibile, addirittura immortale: «Abbiamo diciotto anni, facciamo un secolo in cinque; vogliamo salvare il mondo, morire per la patria. Ma intanto ci divertiamo come una scolaresca di ragazzini». E poi arriva la prima batosta: la rivolta del 1851 viene repressa. I compagni sono dispersi e Jacques passa le giornate tra grotteschi colloqui di lavoro, dubbi esistenziali e lavori precari. Nel 1853 sfuma l’attentato a Napoleone iii. La miseria diventa l’unica compagna delle sue giornate, trovare un modo per sbarcare il lunario un’ossessione. In un’escalation di esperienze deludenti, si frantumano le sue speranze e i suoi sogni. Ma dalle ceneri si plasma la coscienza dell’insurgé, l’uomo che sarà tra i protagonisti nel 1871 della Comune di Parigi.

Enrico Zanette è dottore di ricerca in storia e insegnante, fa parte dell’associazione storiAmestre, di cui cura il sito. Sua la monografia Criminali, martiri, refrattari. Usi pubblici del passato dei comunardi, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2014.

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Recensioni

«Leggere Jules Vallès è stato magnifico, è perfetta sintesi tra l’esperienza personale e l’esperienza universale, verità autobiografica e finzione si fondono». Elisabetta Favale recensisce IL DIPLOMATO su Linkiesta.it

Felice Piemontese recensisce IL DIPLOMATO sulle pagine di Il Mattino

 

 

 

 

 

 

«Il libro, intriso di umorismo e rabbia, diventa una denuncia sociale, una lotta contro le menzogne e le raccomandazioni e il diplomato stesso diventa portavoce di tutti i ribelli». Marianna Zito recensisce Il DIPLOMATO

IL DIPLOMATO recensito da Daniele Abbiati per Il Giornale


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