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I nostri long seller

  • Janet

    Janet cercava un amore, uno qualsiasi. Era stanca. Avrebbe accantonato pretese e litigi, si sarebbe accontentata. Negli ultimi quattro anni si era persa in un intricato labirinto di storie brevi e legami deludenti che l’avevano amareggiata e ferita. Si chiedeva come avesse fatto ad arrivare fin lì e sviluppare un autentico talento nel farsi scaricare. Undici giorni di relazione:

    il suo record personale. Undici. Ma ora basta. Il nomignolo principessa era un marchio che le veniva appiccicato addosso ogni volta che incontrava qualcuno che le piaceva. Era come se tutti gli uomini di quell’enorme spianata di cemento e mattoni meglio conosciuta come Londra fossero in perenne stato di telepatia e si scambiassero informazioni su di lei, le sue pretese, le sue

    aspettative. Fantascienza sociale, da non crederci. Eppure si sforzava di guardarsi dentro, scavava, s’interrogava. Di domande se ne era fatte, eccome. Lo specchio del bagno non ne poteva più di quegli estenuanti interrogatori. Tutta colpa del suo orgoglio. Nel profondo era cosciente di essere umorale, cronicamente insoddisfatta e schiava di una radicata attitudine alla

    distruzione dei rapporti con l’altro sesso. Non accettava però che gli altri la vedessero come una donna complessa ed esigente né si capacitava di quanto potesse risultare pesante, di come fosse ripetitivo il suo comportamento, del perché le continue conferme che pretendeva dai suoi partner portassero questi ultimi ad allontanarsi da lei,

    spaventati o semplicemente esasperati. È il destino del digiunatore forzato: profonde carenze, fame di sicurezze e l’ostinata speranza di vedersele portate in tavola come un ricco antipasto da un cameriere ammiccante; se poi hai la predisposizione a farti servire da una sequela di: 1) egoisti; 2) uomini scarsamente portati alla condivisione; 3) infedeli

    per natura; 4) maschilisti tendenzialmente solitari, o – che è molto peggio – 5) misogini all’ultimo stadio, le possibilità di riempire certi vuoti si riducono a zero. Almeno questo doveva ammetterlo: nella ricerca di uomini classificabili dall’uno al cinque della lista, lei era una vera campionessa. Lavorava come segretaria, una delle tante, presso un rinomato studio legale situato nel

    cuore della City, il MacGragor & Parker: penalisti spietati, il terrore del foro. Era il suo modo di guadagnarsi da vivere: scartoffie, scartoffie e ancora scartoffie in mezzo ad avvocati grigi come i loro completi impeccabili, orari fissi, gesti sempre uguali. Una routine lontana anni luce dalla sua vera natura, dall’arte. Janet dipingeva. Non un’imbrattatele qualunque,

    no, lei era una domatrice di tele, un’ammaestratrice di colori, una funambola della tavolozza. Ma quel circo aveva chiuso ormai. Una prova? Sarebbe bastato sbirciare nello sgabuzzino del suo piccolo appartamento a Tufnell Park. Lì erano ammassati un cavalletto e almeno otto tele bianche se si esclude un sottile velo grigio polvere che non si compra in mesticheria, è gratis,

    per tutti: lo regala il tempo. Un tempo Janet era stata a un passo dal firmamento, una stella sul punto di nascere: l’intuito, il naturale senso per l’estetica, l’attitudine alla ricerca di una bellezza del tutto originale, la magia del tocco sono cose che o ce le hai o è meglio lasciar perdere. Janet era un vaso colmo, una madre gravida di concetti sublimi. La Royal Academy of Arts di Londra

    non aveva dubbi: lei era il nuovo, che si fottessero i vari Pollock, Warhol e l’intera compagnia di rivoluzionari a stelle e strisce! Diploma in una mano e tele nell’altra, Janet era ai blocchi di partenza: gallerie, festival, contatti aspettavano solo il via. Ebbene, lo starter aveva sparato una volta, poi un’altra ancora decretando una falsa partenza e l’inevitabile squalifica.

    La competizione era finita prima di incominciare a causa della morte – tanto improvvisa quanto inaspettata – dei genitori di Janet, vittime di un assurdo incidente stradale nella campagna a sud della città, sulla via di un tranquillo weekend nel Kent, il giardino d’Inghilterra. Una pecora, una piccola pecora bianca dal muso nero, con un leggero sbuffo di vernice viola su un fianco,

    li aveva osservati avanzare in auto lungo la strada che risaliva un dosso; aveva atteso paziente e alla fine, incuriosita, aveva indugiato proprio dietro la curva dove la strada scollinava lasciandosi sulla destra una breve scarpata, abbastanza accidentata da far ribaltare più volte la vettura dopo l’istintiva sterzata del conducente. Morti sul colpo. Così si leggeva sul referto e così è la vita:

    la pecorella a pascolare tranquillamente, due cadaveri in una macchina ridotta a un rottame fumante. In quel momento Janet era a casa a dipingere quello che – lei non poteva ancora saperlo – sarebbe stato il suo ultimo quadro per molto, molto tempo. Al telefono una voce inespressiva l’aveva informata dell’accaduto. In quel momento il mondo aveva smesso di girare.

    Un dolore mai provato prima, una disperazione paralizzante e poi lì, in fondo al tunnel degli orrori, la scritta cubitale a luci viola intermittenti: futuro. Aveva provato paura, una maledetta paura del futuro, soprattutto di quello prossimo. Come si sente uno scalatore quando sulla parete che sta affrontando non trova più nemmeno una nicchia dove infilare le dita o una

    sporgenza appena adatta alla punta di uno scarpone? Pensa a volare, spiccare il più grande dei salti, le mani che mollano la presa, la schiena inarcata all’indietro, il colpo di reni finale, e buonanotte al mondo. Quel pensiero era passato, solo per un istante, forse due, nella testa di Janet dopo i funerali. Come fare adesso? Come vivere? Niente soldi, pochi parenti

    lontani, distanti, distaccati. Bollette, affitto e conti della spesa non rispettano il lutto e bussano con ferocia alla porta. La sua non era mai stata una famiglia ricca. Onesta, lavoratrice, ma non ricca. Janet aveva trascorso tre penosi giorni a sbrigare pratiche con i rappresentanti del sacro ordine della burocrazia, sballottata a destra e a manca tra avvocati e colletti bianchi;

    aveva scoperto che sul conto di suo padre c’erano un po’ di soldi, poche migliaia di sterline. Quando un lezioso impiegato aveva provato a suggerirle un sicuro investimento, se l’era quasi mangiato. Quanto sarebbero durati quei soldi? E lei, quanto avrebbe potuto resistere? Poco. Poi una mattina, mentre fissava un punto imprecisato del soggiorno lasciando volare i pensieri,

    raggomitolata sulla poltrona preferita della madre, era stata scossa da una telefonata: un funzionario di una compagnia assicuratrice la invitava a recarsi alla sede centrale per una comunicazione relativa alla polizza vita dei suoi genitori defunti. I soldi hanno un vocabolario tutto loro, sgraziato e brutale. «Premio assicurativo», quelle parole le erano

    suonate così fuori luogo che aveva sentito la collera montarle fino alle labbra ma era rimasta in silenzio, un silenzio stupito. L’aveva infastidita l’annoiata voce all’altro capo del telefono, la voce di chi vuole tagliare corto e tornare al suo lavoro, la voce con cui aveva concordato giorno e ora dell’appuntamento. Da vent’anni suo padre e sua madre pagavano regolarmente, ogni tre

    mesi, la quota concordata, e ora Janet avrebbe incassato il «premio». Si era recata la mattina stessa in banca a versare l’assegno ritirato in agenzia. Quel semplice gesto l’aveva distrutta. Ora un senso di colpa le artigliava le spalle: soldi in cambio di due vite. Si sentiva uno sciacallo mentre ripensava a quella mattina soleggiata, al momento in cui aveva salutato i genitori sulla

    porta di casa, seguendoli con lo sguardo mentre si allontanavano a bordo della loro vecchia Mini. La poltrona della madre era stata il suo rifugio nei giorni seguenti, persa nel silenzio di quella casa vuota. Ogni ricordo, pesante come un mattone, s’incastrava a formare un muro che Janet non voleva e non sapeva valicare. Poi un giorno, semplicemente era andata in bagno, si era

    lavata, vestita ed era uscita per comprare alcuni giornali: doveva cercare un lavoro, un appartamento, un posto dove non sarebbe stata sopraffatta dai ricordi. Avrebbe trovato la sua strada. E mentre si avviava verso l’edicola del giornalaio, appena a un isolato di distanza, le era sembrato che si schiudesse un nuovo sentiero sotto i piedi. Aveva trovato un lavoro pochi giorni dopo,

    senza troppe difficoltà: era giovane e carina, requisiti essenziali per una segretaria, stando almeno agli standard dello studio MacGragor & Parker. Il fatto che fosse anche intelligente e determinata era sembrato a quegli squali un trascurabile dettaglio. Per la casa invece c’era voluto un po’ più di tempo. La soluzione a Tufnell Park era stata l’ultima di una lunga serie

    passata al vaglio: era luminosa, con il pavimento in legno, e le finestre che affacciavano su un piccolo parco al quale si arrivava attraverso una tranquilla via alberata. Dopo un mese si era già trasferita. Aveva sacrificato l’arte, la sua passione, per un briciolo di stabilità, ciò di cui ora sentiva di aver bisogno. Una necessità che però giorno dopo giorno, mese dopo mese, aveva

    cominciato a logorarla. La quotidianità è uno tsunami al rallentatore: travolge ogni cosa e la tumula. A Janet aveva spento l’ardore. Qui giace l’astro mai nato, a imperitura memoria che il cielo è solo per gli angeli, e per gli uccelli. Ogni tanto provava a sistemare una tela sul cavalletto, ma poi restava lì, a osservarla immobile. Dentro si sentiva come un ammasso di roccia e pietre,

    arida come una zolla spaccata. Era stato allora che aveva cominciato a desiderare qualcosa che potesse restituire alla sua anima un po’ di calore, quel coinvolgimento che solo la pittura le aveva dato. Così aveva cominciato a cercare un amore. E aveva cominciato a non essere mai soddisfatta. Ed era diventata la principessa Janet.

    Iddu

Dieci vite per il dio del fuoco

Collana: Dissensi

Pagine: 256

ISBN: 9788896350362

Disponibilità: Buona

Prezzo: 11.00 

Un romanzo carico di tensione e ritmo

Si sentiva al sicuro nell'ascoltare l'augurio che era solito rivolgerle il pirata: "Cuci i sogni questa notte, domattina li indosserai". Si era addormentata pensando ai sentieri percorsi e a quanto le sarebbe piaciuto spingere oltre i suoi confini. Nel sogno montava un meraviglioso cavallo nero: lo lanciava al galoppo sulle scogliere tempestate dal sole e dalle onde. La mattina dopo, scesa al piano di sotto per preparare la colazione, era rimasta di stucco: appoggiata al grosso tavolo di marmo, al centro della cucina, c'era una bicicletta, una vecchia bicicletta da uomo, nera come la pece.

JANET desidera un amore
HANS è ossessionato da un disco raro
CONSUELO ha una missione
ROBERTO è in cerca di una nota
KEVIN insegue suo padre
VANESSA pretende giustizia
ANTOINE anela un rifugio
RICHARD vuole un trampolino
YUMI ambisce a un lavoro
INGRID invoca una risposta

Dai quattro angoli della Terra, spinte da una ricerca personale, dieci persone convergono a Stromboli. Ma il caso, che apparentemente sembra reggere i fili del destino, è in realtà asservito al dio vulcano, presenza costante che si insinua lentamente tra le righe e nelle vite dei protagonisti. Ciascuno arriverà a guardare in faccia il passato e a forgiare il futuro, dopo aver compreso, forse per la prima volta, lo scopo del viaggio e della propria esistenza.

Iddu è un romanzo soprendente, fatto di strade che s’incrociano, di colori e note che scivolano con la leggerezza dei sogni ed esplodono con la violenza degli incubi. Una narrazione avvincente, che non concede soste: sentimenti, passioni, amore e morte si fondono in un abbraccio che soffoca, comprime o libera lo spazio e il tempo, ribollendo al ritmo ipnotico di Iddu fino al colpo di scena e alla catarsi di un finale mozzafiato.

Andrea Vismara (1965), fotografo, musicista e dj, vive tra Roma e Firenze. Ha lavorato in librerie, biblioteche e negozi di dischi.

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