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  • ATTO PRIMO- Scena I-

    Mattina. La luce del sole penetra nel salotto e nella sala da pranzo dei Dante. La loro casa anni ’50, che pare un ranch, si trova sulla scogliera a Malibu, e guarda verso il Pacifico. La scena è costituita da due locali contigui, separati da una parete con un’ampia apertura senza porta. Spazi vasti, soffitti alti e luminosi. Più arretrata, per tutta la lunghezza delle due stanze, c’è una serie di bovindi

    connessi tra loro che danno sul cortile dei Dante e sull’oceano. L’area da pranzo, sulla destra della scena, occupa all’incirca un terzo dello spazio. Come si apre la scena, si vede Jonathan, un ex sceneggiatore di Hollywood, seduto in vestaglia al tavolo. Sta sorbendo il suo caffè e cerca di leggere il giornale con l’ausilio di una spessa lente d’ingrandimento.

    Mancano due giorni al suo settantesimo compleanno. La salute di Jonathan – un uomo basso e tarchiato, discendente da una famiglia di lavoratori d’Abruzzo – sta peggiorando con l’avanzare del diabete. Una recente operazione chirurgica col laser non è riuscita a scongiurarne la progressiva cecità. In bell’ordine, nel salotto fornito di camino, ci sono un piano, un

    televisore dal grande schermo e mobili confortevoli. Catherine (Kate), che indossa una veste da casa, sta rassettando: svuota portacenere e raccoglie bicchieri mezzo pieni lasciati lì dalla sera prima. Ha 65 anni, l’aria distinta, è bionda, si muove lentamente ma con un aspetto ancora giovanile CATHERINE (di buon umore, canticchia la

    Marsigliese mentre pulisce e riordina. La conversazione andrà avanti fra le due stanze): "Da-da, da-dat-da-dah..." JONATHAN (con aria di frustrazione ripone la lente d’ingrandimento e rumorosamente posa la tazza di caffè sul piattino): "Devi proprio farlo? Gesù". CATHERINE (ad alta voce): "Tra un minuto sono da te". JONATHAN: "Tutto ’sto canticchiare. È come se

    Charles De Gaulle stesse guidando un reggimento di mangiarane a passo d’oca su per il mio viale per prendere possesso della veranda". CATHERINE (ignorandolo, ad alta voce): "Un minuto, Jonathan. Sto mettendo in ordine". JONATHAN: "Così pare". CATHERINE (continuando a canticchiare): "Mi piacevano quei film di guerra degli anni Quaranta. C’era tutta quella purezza,

    il male che ogni volta veniva sconfitto". JONATHAN (ad alta voce): "Sei vecchia... Un fossile... Non sei al passo coi tempi". CATHERINE: "Claude Rains... Era così viscido. Con quei meravigliosi baffetti da brivido. I grandi cattivi se ne sono andati tutti. Ora fanno i poliziotti in tv. Le spalle. E i presentatori possono ambire alla presidenza degli Stati Uniti".

    JONATHAN (mettendo da parte il giornale con aria di frustrazione): "Altro caffè". CATHERINE (esce verso destra passando accanto a Jonathan con un vassoio di piatti, poi rientra, tornando in salotto con un flacone di spray per i vetri delle finestre e uno straccio): "Per piacere, Jonathan. Un minuto, ti ho detto". JONATHAN (a se stesso, allontanando da sé in modo brusco tazza e

    piattino): "Maledizione!" CATHERINE (ad alta voce): "A che ora pensi che arriveranno, caro il mio festeggiatino?" JONATHAN: "Ma che ne so?" (sbatte il pugno sul tavolo, e per sbaglio colpisce tazza e piattino che cadono per terra e si rompono) "Maledizione!" CATHERINE (accorrendo): "Che è successo?" JONATHAN: "Sto diventando cieco, ragazzina. Il tuo

    «festeggiatino» non ci vede più". CATHERINE (raccogliendo i cocci): "Il dolore è aumentato, vero?" JONATHAN (muovendosi a tentoni intorno al tavolo, scorato, spinge via diverse pipe): "Dove sono le mie sigarette?" CATHERINE (trovandole sotto il giornale, gliene porge una e gli rimette davanti pacchetto e accendino): "Qua..." JONATHAN (mettendosi in bocca

    la sigaretta, individua l’accendino sopra il pacchetto, con la mano cerca il punto in cui la sigaretta termina, poi accende ed esala il fumo): "Un altro giorno in paradiso". CATHERINE (uscendo verso destra coi cocci in mano): "Sai se Dickie si è informato sugli orari di arrivo?" JONATHAN: "Meglio che lo fai tu. Lo sai qual è la battaglia da combattere con quel genio.

    Si scorda tutto". CATHERINE (ritornando nella stanza con una tazza di caffè, la posa sul tavolo. Apre una bustina di dolcificante, ne versa il contenuto e aggiunge un poco di panna. Dopo aver mescolato, mette tutto davanti a Jonathan): "Scusa, tesoro, che hai detto?" JONATHAN: "Ho detto: fallo tu. L’orario. Ma dov’è il mio primogenito? Dov’è il mio orgoglio e la mia gioia?"

    CATHERINE: "Si è rimesso a correre. Dice che da quando è qui si è fatto dieci miglia ogni giorno. Stamattina si è alzato di nuovo prima delle sei". JONATHAN: "Affascinante. Un pianista di talento che baratta la propria carriera concertistica per un paio di Nike Trainers". CATHERINE: "Hai ragione. Ora chiamo io... Ma no, tanto lui torna tra poco. Lo aspetto". JONATHAN: "Prendi

    il telefono" CATHERINE: "Ma no, aspetto". JONATHAN (irremovibile): "Prendimi quel maledetto telefono, Kate! Per favore". CATHERINE (esce verso destra e ritorna con un cordless e lo posa davanti a Jonathan): "So il numero". JONATHAN (si accende un’altra sigaretta con la cicca della precedente, poi spegne il mozzicone. Per tutta la rappresentazione continuerà a fumare.

    Di solito la pipa, e quando è più nervoso le sigarette): "Fammelo per favore". CATHERINE (compone il numero): "Vorrei non aver dato a Dickie la camera da letto in fondo. In quella in mezzo c’è ben poca intimità per Bruno e Aggie. (passandogli il telefono) Ecco, sta suonando". JONATHAN: "Sì! Buongiorno!... È un nastro, Kate." CATHERINE (distratta, tra sé e sé):

    "Comunque magari gli andrà bene. È un po’ piccola. Jonathan, hai notato che Bruno non si porta mai più di una valigia?" JONATHAN: "Quando uno ci ha provato così tante volte a guarire, come tuo figlio Bruno, prima o poi impara a viaggiare leggero, a farsi una valigia e a partire. Ci scommetto che, nella sua qualità di attore sbronzo, ormai sarà abilissimo nel

    ricordarsi anche dei documenti legali: mandati, citazioni... (al telefono) Sì, grazie... Il volo di mezzogiorno da New York?... Scusi, io non... Sì, è quello. È in orario? Perfetto. Grazie. (mentre Catherine riaggancia il telefono) Il volo è in orario". CATHERINE: "Magnifico!" JONATHAN: "La tua rutilante riunione di compleanno va come previsto". CATHERINE: "Hai

    fame?" JONATHAN: "Ho appena pensato una cosa. Dica un po’, signora mia: non avrà mica chiesto ai nostri figli di venire qui, convocando questa piccola festa per i miei settant’anni, per cercare consenso all’idea di piazzare un vecchio sciancato cieco e diabetico in qualcuna di quelle affascinanti case di riposo statali su Western Avenue?" CATHERINE: "Sei

    un vecchio sciocco, Jonathan. Non trovo affatto divertente il tuo sarcasmo". JONATHAN: "Uova. Mangerò delle uova". CATHERINE: "Uova e basta?" JONATHAN: "Ora che ci rifletto, fanculo le uova. Non ho fame. Dov’è il mio cane? Fa’ entrare Rocco". CATHERINE: "No, Jonathan". JONATHAN: "Va bene, allora come ieri. Appena scottato. Uno solo". CATHERINE: "Pane

    tostato?" JONATHAN: "Va bene, sì, pane tostato. Fa’ entrare il cane". CATHERINE: "Dopo, non ho ancora finito di pulire". JONATHAN: "Adesso". CATHERINE (si decide a confessare): "Non posso... Rocco è con Dickie. È andato a correre con lui." JONATHAN: "Cristo! Questo è un terribile passo falso!" CATHERINE: "Lo so, lo so. Non volevo farti arrabbiare... Era lì, quasi

    già fuori dal cancello, Jon. L’ho chiamato. E lui mi ha gridato che da quando è qui a casa sono usciti insieme ogni mattina. Dickie dice che al cane piace fare un po’ di esercizio". JONATHAN: "Kate, lo sai anche tu quello che gli piace fare a quel cane. Vede una cosa, si allontana, e la inghiotte. Che sia un bastardino, un pollo, o magari una di quelle papere di Sinclair.

    Gesù, quelle papere! Te le sei scordate quelle maledette papere? Vuoi che lo sceriffo venga a farci un’altra visitina?" CATHERINE: "Calmati, perdio! Non ti agitare! Basta che ci parli quando ritorna." JONATHAN: "È giusto quello di cui Sinclair ha bisogno per avviare una bella procedura legale del cazzo. Quel puzzone vendicativo, quel ruzzolamerda... Gesù!"

    CATHERINE: "Ma Jon, lo sai che a Rocco ormai sono rimasti soltanto metà dei denti. L’ultima volta il veterinario glieli ha contati e me l’ha detto. È un po’ stagionato per rappresentare una vera minaccia." JONATHAN: "Come me? Anch’io sono un po’ stagionato per rappresentare una minaccia? I bull terrier uccidono. Un bull terrier di dodici anni senza denti,

    cardiopatico e senza cazzo uccide. Aggiungici le deficienze intellettuali di quella checca di tuo figlio, ed è come se avessi accostato un fiammifero acceso alla benzina". CATHERINE: "Bada a quello che dici! Stai parlando di nostro figlio". JONATHAN: "Va bene, mia signora..."

    Don Giovanni

Don Giovanni

traduzione e postfazione di Francesco Durante

Collana: Dissensi

Pagine: 81

ISBN: 9788896350027

Disponibilità: Buona

Prezzo: 10.00 

«Come Bukowski, Dan Fante è un autentico fuorilegge della letteratura» - Los Angeles Times

Quando mi taglieranno la gamba, il dottore mi troverà una di quelle spille deiweight watchers, quelle che si attaccano al bavero con su scritto: «Ho perso venti libbre, chiedetemi come». Non c’è niente di buono a esser vecchio e cieco, ragazzo mio. Non invecchiare. E non diventare cieco.

Lo scrittore Jonathan Dante, gravemente ammalato, festeggia i settant’anni nella villa di Malibu. Al suo fianco, con la moglie Catherine, i due figli Dick e Bruno, la nuora Agnes e la nipote Dalia. In famiglia le tensioni sono pesanti: tra il padre e i due figli, tra Dick e Bruno, tra Agnes e il marito, tra la stessa Agnes e il cognato… Ne emerge un durissimo ritratto di famiglia, toccante e amaro ma percorso da una potente vena ironica e dalla speranza di un padre che, negli ultimi anni di vita, cerca di recuperare il suo rapporto con i figli. La commedia, scrive Francesco Durante, potrebbe essere letta «come un curioso ma a suo modo fedele contributo alla biografia di John Fante». E Dan Fante ha dichiarato spesso che essa nasce anche dall’esigenza di una sorta di risarcimento nei confronti del padre, per rivelarne «la vera natura senza tacere dei suoi errori ma anche restituendogli integra una dignità di uomo che non coincide con quella del personaggio che tanto è piaciuto ai media nel periodo della ritrovata fortunapost mortem». Oltre a essere un omaggio a John Fante, Don Giovanni è una critica feroce al sogno americano.

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Recensioni

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“È scomparso Dan Fante, scrittore e commediografo figlio di John” su Cultora

Recensione per “Don Giovanni“: repubblica 22agosto2009.pdf

Recensione per “Don Giovanni“: repubblica 19settembre2009

Recensione per “Don Giovanni“: ilcentro 29settembre2009

Recensione per “Don Giovanni“: corrieredellasera 25ottobre2009

Recensione per “Don Giovanni“: Don Giovanni_FuoriLeMura_24genn2011