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  • In un anno la luce viaggia per quasi dieci milioni di milioni di chilometri. «Quando torni?». «Non torno». «Quando torni? Perché tu tornerai». «Se torno, sarà per vedere Davey, non te». «Tu tornerai domani. Al massimo tra una settimana». «Una settimana? Sarà più facile che torni tra un fottuto anno. O magari dieci...». In un anno la luce viaggia per

    quasi dieci milioni di milioni di chilometri. Vola dal sole alla terra in otto minuti. Attraversa l’intero sistema solare in undici ore. La luce arriva fino alla stella più vicina della nostra galassia, Alfa Centauri, in quattro anni, quattro anni freddi e abbaglianti. Ma ci sono centinaia di migliaia di stelle, nella nostra galassia. Dopo ottantamila anni di viaggio tra vapore

    interstellare, polvere e stelle, la luce ha attraversato la galassia. Ma si tratta soltanto di una galassia tra un numero inimmaginabile di altre galassie. La luce di almeno centomila milioni di galassie viaggia verso di noi, dentro di noi, oltre noi. La luce impiegherebbe migliaia di milioni di anni per attraversare l’intera porzione di universo osservabile. Ma per noi

    un solo anno è un tempo lunghissimo; guarda quanta strada ha già fatto, la luce. È il 21 dicembre. Il solstizio d’inverno, il giorno più corto di un anno a metà degli anni Ottanta. Circa il cinquemillesimo anno dalla nascita della scrittura, e il cinquecentomillesimo dal primo homo erectus. Solo che nessuno ci pensa. La gente pensa solo che tra poco è Natale. Un ventaglio

    di luce si diffonde, improvviso, sul freddo e sull’oscurità. Lungo la strada della città una porta si apre e si sentono voci, che gridano ridendo, o che gridano e basta. Due figure scure, di profilo, si abbracciano, o forse si azzuffano. «Quando torni?». «Non torno». «Quando torni? Perché tu tornerai». «... potrei stare una vita senza vederti!». «Dove vai?». «Non sono

    affari che ti riguardano. E comunque il più lontano possibile da te. Lontano, in altri continenti. Lontano anni luce, Lottie. Con te ho chiuso». Non si abbracciano, si azzuffano. Lui la spinge via, verso la luce, sbatte la porta e corre nelle tenebre. Presto tutto tornerà tranquillo.

    Darlington Road, Camden Town, Londra Nord, Inghilterra, Gran Bretagna, Europa, Mondo, Sistema solare, Galassia, Universo, Caos. Le persone che vivono, o che vivevano qui, sono Harold Segall (quarantacinque anni), Lottie Lucas (trentacinque anni) e suo figlio Davey (sedici anni). È stato Davey a scrivere questo indirizzo su una lettera a sua madre, durante una noiosa

    vacanza estiva, due lunghi anni prima. «Perché Caos?». «Be’, il Caos esiste, no?». «Bah. Però la tua lettera è arrivata senza problemi, tesoro». A dire il vero le cose non erano proprio caotiche. Harold e Lottie si erano appena sposati. Il caos era fatto soltanto di regali di nozze, e dei libri terribilmente impolverati di Harold, ammucchiati in pile barcollanti, mescolati

    alla rinfusa. Ora il caos è arrivato davvero, e Harold se ne va. Lottie è in piedi sull’ampia scalinata bianca illuminata come un palcoscenico e batte, batte il palmo della mano contro il muro, le nocche brillano di oro massiccio. I suoi occhi verde orientale sono fessure asciutte e luccicanti nell’avvampare delle guance. Davey è sveglio, nell’attico, felice che le grida siano cessate: si è

    buttato a corpo morto sul letto, come una seppia. Si gira sulla schiena e cerca di guardare dall’altra parte, attraverso il lucernario, mentre Lottie tenta di guardare attraverso l’ampio muro bianco della scala, senza vedere niente. In una fredda stanza sul retro della casa, in una gabbia per uccelli ottusamente anticata con foglie di edera dalla punta dorata, un minuscolo

    tamarino, i cui antenati vissero sulla terra trentacinque milioni di anni prima dell’uomo, ha incominciato a morire, una morte solitaria, rapida. In città il lieve riverbero del cielo sulle strade buie è un coperchio che nasconde le stelle. Ma la luce proveniente dalle migliaia e migliaia di corpi celesti continua a scorrere, incurante, sopra, dentro e oltre questi punti

    infinitesimali, dipinti su una minuscola palla azzurra, bruna e argentea, persa tra migliaia di milioni di chilometri di astri e polvere di stelle. L’unico vero fatto materiale che riguarda Lottie è la sua estrema ricchezza. Lottie sa e dimentica al tempo stesso di tenerlo a mente. Talvolta se ne ricorda, e se ne approfitta. I poveri sono del tutto consapevoli di essere poveri; lo stesso

    non avviene per i ricchi. La vita di Lottie è piacevole, in tempi normali, perché non ha bisogno di lavorare. Non prova alcun senso di colpa per il fatto di non lavorare. Suo padre ha lavorato finché per fare soldi non è morto. Era assente, prostrato dal lavoro. Lottie sa che il lavoro non migliora le persone. (Gli uomini dovevano lavorare; le donne no. Era uno dei motivi per cui le

    femministe s’infuriavano. Perché era meglio che le donne facessero le stesse cose degli uomini?) Lottie utilizza il suo denaro per acquistare cose. Questa volta si è comprata una creatura vivente. Un essere piccolissimo e doratissimo, una scimmia brasiliana lunga trenta centimetri, un tamarino, una scimmietta leonina dorata, Leontopithecus rosalia rosalia. Il giorno che arriva

    la scimmietta, suo marito se ne va. Lei rimane con suo figlio e le sue immense quantità di denaro. D’ora in avanti, la sua vita sarà molto meno piacevole. Quando Harold smise di correre – era arrivato vicino a una fermata dell’autobus – d’impulso balzò sul 24, che passava in quel momento. Le luci abbaglianti e la rabbia lo intontirono. Il litigio gli fluiva rimbombando nel

    cervello come il traffico intenso. «Dove vai?». «Brutta troia», borbottò. Poi si accorse che a parlare era stato il conducente. Era grasso, era alto, aveva la bocca distorta in un’espressione crudelissima. Fissò Harold, e arricciò le labbra. «Ascoltami, Raggiodisole, io non ho tempo da perdere, lo sai?»

    «Ehm, scusi. Stavo sognando. Mi dispiace». Harold cercò tastoni i soldi. «Charing Cross, per favore», disse alla fine. All’improvviso sapeva dove andare. Avrebbe trascorso il Natale a Bournemouth. Tutto il resto era complicato, quindi avrebbe cominciato con una cosa semplice. Almeno la telefonata del giorno di Natale alla madre, obbligatoria per legge,

    gli sarebbe costata poco. Lei viveva a Poole, come aveva fatto lui per diciassette anni della propria vita... Ripensandoci, niente telefonata. Non era pronto a rispondere alle domande. E poi sua madre sarebbe stata malignamente contenta. In realtà, a Sylvia, Lottie non era mai piaciuta. Nessuno, naturalmente, avrebbe potuto essere più malignamente contento

    di Harold, per la sua bella fuga. Ma non era pronto a vedere sua madre malignamente contenta. Se doveva esserci della maligna contentezza, allora avrebbe cominciato lui. Sul treno ad alta velocità Harold non fu malignamente contento. Si sentì piccolo e debole, sballottato da una parte all’altra nella notte inespressiva e ventosa. I passeggeri non erano

    molti. Il rumore era terribile, e gli sbandamenti lo fecero sentire sul punto di morire. Continuò a rimuginare sull’ultima scena, la voce di lei sembrava un trapano, la bocca spalancata e sgradevole. Quella cosa tremante, lucente e arruffata in quella stupida gabbia che lei aveva comprato. La scimmia era allo stesso tempo bella e repellente, perché patetica.

    Harold era pieno di rabbia e di dolore. Da qualche parte, al di fuori di lui, era arrivata la forza di dirle che ne aveva abbastanza. Quasi sempre, da quando si erano sposati, aveva immaginato quel momento, ogni volta che litigavano. Comunque, era accaduto tutto troppo velocemente. Harold trema, è tardi, e lui passa dalla paura alla confusione a un ritmo molto più

    rapido di quello del treno che sobbalza. Ha freddo, nonostante l’aria là dentro sia soffocante e caldissima. Che diavolo è successo? Cosa abbiamo combinato?

    Anni luce

Anni luce

traduzione di Giovanni Giri

Collana: Dissensi

Pagine: 411

ISBN: 9788887583687

Disponibilità: Buona

Prezzo: 16.50 

«… un romanzo elegantissimo, perché raffinato e costruito nei minimi dettagli…» - The Times Literary Supplement

È il 21 dicembre. Il solstizio d’inverno, il giorno più corto di un anno a metà degli anni Ottanta. Circa il cinquemillesimo anno dalla nascita della scrittura, e il cinquecentomillesimo dal primo homo erectus. Solo che nessuno ci pensa. La gente pensa solo che tra poco è Natale.

Dall’acclamata autrice britannica Maggie Gee, il primo tassello del grandioso progetto narrativo che prosegue con The White Family e si conclude con quel capolavoro apocalittico che è Il diluvio.

Anni luce è un romanzo sulle possibilità della felicità, una storia d’amore contemporanea, estremamente vera e sorprendente. Lottie Lucas è la persona più fortunata del mondo: è bella, è ricca, ha tre case e un figlio adolescente che adora… Ma allora perché suo marito Harold la abbandona? Per un anno cercano di vivere l’uno lontano dall’altra, dibattendosi tra le ipocrisie, le superficialità e i difetti di sempre, tra passioni, drammi, euforia e delusione, dando vita a una gigantesca tragicommedia: un ritratto ora ironico, ora sarcastico, ora feroce, spesso comicissimo della famiglia benestante inglese, paradigma della società del consumo…

Recensioni

«Maggie Gee è davvero una grande scrittrice: intelligente, misurata, creativa, ossessiva ma sempre gradevole. Uno dei nostri migliori talenti…» (Fay Weldon)