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  • Il mare increspato del porto si scorgeva appena sulla faticosa salita del quartiere di Le Panier. Pochi, a quell’ora della notte, osavano addentrarsi nel budello di lame nascoste nel buio, pupille gialle da gatti, corpi riversi a terra in pozze di vomito. Lui camminava, un passo zoppicante dietro l’altro, senza esitare. La gente di Le Panier non avrebbe mai riconosciuto, in quel volto

    dai lineamenti sottili, negli occhi chiari come squame di pesce, nei capelli lisci e biondi con la riga laterale disegnata con precisione geometrica, il ragazzino che aveva giocato anni prima in quelle strade. Invece lui non aveva dimenticato nulla, non c’era angolo di quel luogo che non ricordasse, nonostante il continuo peregrinare nel mondo. Il rumore del bastone

    che usava per puntellare i passi rintoccava preciso come un vecchio orologio, attirando sguardi curiosi, incerti se aggredirlo per l’eleganza del suo cappotto e la raffinatezza delle scarpe, o seguirlo per capire dove fosse diretto. Quando imboccò il più buio dei vicoli, quello dalla fine del quale non proveniva luce alcuna, quando lo fece senza indugiare un attimo, i molti occhi che lo avevano

    pedinato diressero lo sguardo altrove, dimenticandosi di lui. Una porta, la più logora e antica, dal legno scricchiolante e nido di molti insetti, si aprì nel momento in cui la sua piccola mano guantata vi si appoggiò. All’interno l’odore delle spezie era così forte che faceva assomigliare quel posto alla stiva di una nave mercantile.

    «Venerabile, entrate, vi prego». Un anziano dalla carnagione pallida, vestito alla maniera dei berberi del nord Africa, con un ampio mantello color sabbia e uno strano copricapo arancione di forma conica ben calcato in testa, lo accolse con quello che sembrava essere un sorriso. «Si dicono molte cose di voi, mi domando quali siano vere. Vi fate chiamare Venerabile,

    eppure mi risulta non abbiate mai fatto parte della massoneria. Pare che siate originario di Marsiglia, che apparteniate a una famiglia di agiati mercanti che decisero, apparentemente senza motivo, di vendere tutto e lasciare la città». Gracchiò il vecchio con una vocina stridula. L’uomo dai capelli biondi non replicò e si addentrò nella stanza guardandosi intorno.

    C’erano alambicchi, provette e piccoli fuochi che illuminavano pallidi l’ambiente, quanto le fioche lampade a olio poste negli angoli. Le ombre trasformavano quegli oggetti in mostri tremolanti sulle pareti di mattone rosso, rivelandone l’anima. «Si dice anche» proseguì il vecchio, «che durante la guerra di secessione americana eravate con i sudisti e che comandavate

    un gruppo di feroci indiani. È vero?». L’aria era così pesante e gonfia di profumi che ad aprire le labbra si aveva l’impressione di essere imboccati a forza. «O anche che, durante la rivolta comunarda di Parigi, avete aiutato i rivoltosi a... be’, a farsi ammazzare». L’anziano accennò una risatina, seguita da alcuni colpi di tosse. Il Venerabile dilatò le narici perfette e corrucciò lo sguardo

    alla ricerca del motivo per cui era lì. L’altro capì subito: «Ho già completato l’opera, bisogna solo fissare il coperchio e portarla via» disse, le mani sempre in movimento come ragni inquieti. Alle sue spalle il Venerabile scorse una grossa cassa all’interno della quale si intravedevano delle bottiglie. Ne prese in mano una. Era di vetro verde, grande mezzo litro,

    con la firma Mariani in rosso sul tappo. Una etichetta gialla con scritte nere recitava: Vin Tonique Mariani a la Coca du Perou. Le plus agreable et le plus efficace des toniques et des stimulants. «Davvero non sapevo che il Pontefice apprezzasse questo tonico» continuò il vecchio. «Ne ho analizzato un po’, essenzialmente è un bordeaux frizzante con l’aggiunta di foglie di coca.

    Il vino dà il sapore e la coca quella sensazione stimolante che, a quanto risulta ai nostri amici in Vaticano, il Papa apprezza molto. E tutto questo per ben cinque franchi la bottiglia! Niente male come guadagno per il signor Mariani, no? Prevedo un successo senza precedenti per questo tonico nei prossimi anni. Anche se, più che nel campo medico, in quello ricreativo, direi».

    Il Venerabile passò un dito sulla pellicola che avvolgeva il tappo e che garantiva l’integrità del prodotto. Il vecchio si affrettò a rispondere al gesto come se fosse una domanda. «Non dovete temere, la contraffazione l’ho eseguita personalmente, è impossibile rendersi conto che il tappo sia stato sollevato, e parimenti impossibile capire

    che il vino sia stato adulterato con il veleno». L’anziano dal naso prominente si aggiustò il cappello e si mosse verso un pentolone che emetteva un debole brontolio alla fioca fiamma che lo riscaldava. Sollevò il coperchio e disse: «Guardate... guardate!». All’interno c’era quella che sembrava acqua portata a ebollizione. «Avvicinatevi, senza inspirare troppo

    vapore però, non ve lo consiglio. È priva di odore, vero? Ebbene, vi assicuro che è anche priva di qualunque sapore! Questa sostanza è detta manna di San Nicola. Una semplice miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio che, sapientemente manipolata, diventa un infallibile veleno». Sembrava quasi ipnotizzato mentre frugava con un mestolo di legno

    nel pentolone. «È certo che il Pontefice usi consumare un bicchiere di Vin Mariani ogni mattina prima di adempiere ai suoi uffici. Con il vino che ho adulterato quest’abitudine gli sarà fatale in circa due settimane e, cosa molto importante presumo, nessuno arriverà mai a sospettare un avvelenamento. Se è vero quel che si dice, che il Papa soffre di salute incerta,

    questo processo potrebbe anche durare una singola settimana». Fece un sorriso mostrando la dentatura bianca, in perfetto contrasto con il suo volto rugoso. Proprio in quel momento la porta si aprì, e il buio profondo del vicolo, quell’oscurità assoluta, partorì due creature dalla pelle del colore di quelle strade. Il Venerabile non si scompose nel vederle entrare. I due uomini neri,

    dalle braccia grandi come tronchi d’albero, chiusero e sollevarono la cassa. Entrambi puzzavano di pesce, e si esprimevano tra loro con voce gutturale in un idioma incomprensibile. Il vecchio uscì dall’ombra dei suoi pentoloni, il copricapo conico lo faceva sembrare un’esotica figura del passato, una sorta di antico sacerdote egizio, quando disse: «Immagino che anche l’altra cassa

    sia pronta». Il Venerabile annuì e diede la carica a un orologio da taschino che riprese a fatica a battere i secondi.

    A noi la colpa

A noi la colpa

Pubblicazione: 2 maggio 2019

Collana: Dissensi

Pagine: 288

ISBN: 9788896350744

Disponibilità: ottima

Prezzo: 13.00 

Carlo ed Errico, le due facce dell’anarchia, uno brillante nella pienezza di un ideale altissimo, l’altro duro quanto era necessario esserlo per realizzarla. Carlo era elegante anche se vestito di cenci, un letterato, un intellettuale, un poeta dell’ideale il cui sorriso avrebbe davvero potuto conquistare il mondo. Errico era un tizzone ardente, l’unico sorriso regalato al buio, e in silenzio, nessuno l’avrebbe visto mai. Due gocce d’acqua nello spirito, indivisibili. E due creature come materia non avrebbe potuto fare più diverse.

È sempre colpa degli anarchici, in ogni epoca e in ogni Paese. L’Italia è nata da poco quando a Napoli simboli indecifrabili imbrattano di rosso le mura in cinque punti strategici: il Real orto botanico, largo Castello, Gianturco, il porto, la Marina. L’indice viene puntato contro i rivoluzionari: re Umberto I e la consorte Margherita sono attesi in città e si teme un attentato. L’incarico di impedire attacchi a sorpresa viene affidato agli scagnozzi e al nugolo di picciotti della Bella società riformata, antesignana della camorra. In realtà è un uomo enigmatico a reggere i fili di una vasta cospirazione che coinvolge anche i Savoia. L’obiettivo è segnare le sorti del giovane regno e costruire un potere-ombra che duri nei secoli. Ma il piano non ha fatto i conti con la presenza a Napoli dei più illustri tra gli anarchici italiani. Errico Malatesta e Carlo Cafiero, che assaporano i primi passi da uomini liberi dopo la detenzione a Benevento in seguito alla rivolta del Matese, finiscono per trovarsi esattamente al centro del complotto antilibertario: osservano quelle gigantesche A scarlatte dipinte per Napoli e, pur avendo preventivato di essere lì solo di passaggio, sono pronti a gettarsi nella mischia per provare a sventare la congiura. Fedele al suo spirito temerario, Malatesta seguirà una traccia audace che lo farà imbattere in Peppino ’o Piemuntise e ’o Muto, due scugnizzi furbissimi ma leali. L’aitante e fragile Cafiero, grazie anche alla straordinaria energia di Silvia, figlia di Carlo Pisacane, riuscirà a incastrare gli ultimi pezzi del complicato puzzle.

A noi la colpa è un romanzo storico e d’avventura, intriso di sentimenti nobili e infimi, uno sguardo su un mondo di ideali e intrighi dove la linea che separa il possibile dall’incredibile è il sottile velo di scaltrezza che permea gli occhi della medium Eusapia Palladino. Un libro che è come un peccato di gola: si legge con ingordigia, ci si pente di averlo finito troppo in fretta.

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Recensioni

«… un romanzo coinvolgente dove idee, sentimenti, malavita, politica, regalano al lettore pagine di bella letteratura perché lo stile è impeccabile», A Noi La Colpa recensito su Linkiesta

«…oltre a una trama coinvolgente, ho apprezzato le descrizioni di questa bella città, dei colori, degli usi e dei costumi, mi sono lasciata incuriosire dalla figura misteriosa del Venerabile, dalla nobiltà d’animo di Errico e dal debole Carlo, angosciato dalle innumerevoli detenzioni, portato, poi, lentamente alla pazzia». Loredana Cilento recensisce A noi La Colpa

« A noi la colpa è un testo in cui lo spirito dell’anarchia diventa scrittura e la scrittura si fa musicalità, si fa gioco di vocali e consonanti doppie che danno l’andatura alla lettura».  A Noi la Colpa recensito sul blog Una banda di cefali

«Un libro su una Napoli in profonda trasformazione dopo l’Unità d’Italia, sui suoi misteri sotterranei e soprattutto sullo scontro di ideali, come quelli anarchici e massonici, a contendersi il futuro del mondo», Marco Perillo sulle pagine di Il Mattino

«A noi la colpa è un romanzo storico che grida libertà e giustizia e che mette in scena, con mano ferma, sentimenti e moti di ribellione propri dell’animo umano, vilipesi e rivendicati in ogni tempo e in ogni luogo. Una partitura ricca e variopinta che percorre febbrilmente le traiettorie disegnate dal mondo di sopra e dal mondo di sotto, così diversi e complementari e dalle cui crepe schizza fuori violenta una luce che può accecare. E Napoli è una signora grossa e sguaiata, dalle viscere smisurate, dal fascino intoccabile e dai mille volti, odorosa di vita e di morte, di vendetta e follia, velata e disvelata nei percorsi incerti e fatali di tutte le creature nascoste che la popolano. Che bisogna imparare a vedere, anche senza luce». Bella recensione di Erika di Giulio su Progetto Medea

«La struttura del romanzo è scientifica. Tutti gli ingredienti alimentano una solida e studiata costruzione che si traduce in un percorso avvincente.Come finire in un labirinto assemblato con un indefinito numero di stanze. Si entra e si esce, sembra di rimanere eternamente ancorati allo stesso punto ma, contemporaneamente, si trovano nuovi elementi. E si corre sempre alla ricerca della libertà, il tema portante che nutre i protagonisti e il lettore stesso», scrive Domenico Cantarani su Modulazioni Temporali a proposito di A Noi la Colpa

«Quello che sorprende di più di questa meravigliosa narrazione è, oltre allo stile fluido e alla portata di tutti, la “vocazione” storica che fa da cornice oltre che da fine-obiettivo della vicenda, tanto da rendere più “veri” ed “umani”, e quindi credibili, sia i personaggi che i fatti narrati». Su Culturificio la recensione di A Noi la Colpa

A Noi laColpa consigliato su Il Mangialibri

«Un romanzo che avvolge il lettore e lo trascina nelle sue spirali, sempre più strette e profonde, è il caso di dirlo, fino alla soluzione, all’epilogo. Un colpo di scena che, a differenza di molte altre volte, stupisce e lascia un sapore dolce amaro. Dolce, perché va bene così, si sciolgono i dubbi che il lettore può aver maturato durante la lettura. Amaro perché sarebbe andato bene anche nell’altro modo». Daniela di Chili di Libri, che ringraziamo, recensisce il romanzo di Lucio Leone A NOI LA COLPA.

 

A Noi La Colpa consigliato da Marco Molino tra i libri del Natale 2019 sul Corriere del Mezzogiorno