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Spartaco Magazine apre l’anno celebrando le parole e dedicando il suo primo numero del 2025 alla PAROLA DELL’ANNO appena trascorso, scelta dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Il RISPETTO si insinua tra le righe di Lorenzo Mazzoni in una sera cupa di novembre, con l’incrocio improbabile di due vite che hanno preso direzioni drammaticamente differenti.
Lorenzo Mazzoni, autore di “Il muggito di Sarajevo“
Porno Prof
Il professor Giulio Maria Stizzani era sdraiato sul materasso con i piedi gonfi. Li teneva sollevati sopra a due cuscini foderati di seta khmer acquistati in Cambogia nel 1997, tre anni prima di quel pomeriggio terso di novembre. Un meriggio a osservarsi i piedi, che sembravano due zampogne. Fattore che gli procurava non poca angoscia. Trombosi, ictus, avvelenamento del sangue, trasformazione genetica. Poteva essere tutto. L’entrée della morte come la mutazione in Frodo Baggins. Il professore sorrise amaramente. Se fossero arrivati, la porta era aperta. Di alzarsi non se ne parlava. Li avrebbe attesi lì, morto stecchito o improbabile hobbit del secolo nuovo.
Franco Bigoni, detto Serramanico, guidava nel traffico. Dal cielo pioveva la notte, e non erano nemmeno le cinque del pomeriggio. Franco cercò di concentrarsi, ma la visita della sera precedente lo aveva mandato in confusione. Il Patocco si era presentato a casa sua così, senza un preavviso, niente. Gli aveva spergiurato che non c’erano inghippi, che si trattava di un colpo facile facile. Bastavano loro due, e un terzo in macchina, per la fuga. Franco aveva cercato in tutti i modi di sbolognarsi dal Patocco, gli aveva detto, senza mezzi termini, che ne aveva le palle piene dopo vent’anni complessivi di gabbio, che non voleva casini, ma l’altro insisteva, doveva stare ad ascoltarlo, sentire nuovi piani, elaborati sulle rapine di venticinque anni prima. Il Patocco era un tipo vintage, e se n’era andato alle quattro di mattina senza una risposta.
Il professor Stizzani guardò una cimice volare in mezzo alla stanza e posarsi sulla tenda bianca della finestra. Era una cimice molto piccola, diversa da quegli orribili mostri che si ritrovava in tenda, alla notte, durante l’ultimo viaggio fatto nel parco nazionale di Virachey,per studiare il popolo Kreung. Era il massimo esperto in Europa, e probabilmente nel mondo, delle usanze di quel minuscolo gruppo etnico che viveva in Cambogia, nella remota provincia di Ratanakiri. Al professor Stizzani, dei Kreung piaceva soprattutto l’indifferenza verso un aspetto sociale considerato essenziale in molte culture: la verginità prima del matrimonio. Ai Kreung della verginità non interessava niente, al contrario, non appena una ragazzina raggiungeva la pubertà, i suoi genitori le costruivano una capanna di bambù, foglie e rami, lontano dalla casa familiare. La giovane dormiva lì, ogni notte, da sola, con gli amici o con l’amante. Tra i Kreung la libertà sessuale per le donne era una realtàconsolidata nei secoli. Senza la sorveglianza dei genitori, la ragazza poteva accogliervi i giovani maschi della tribù e sperimentare i piaceri del corpo. Scoprire l’altro, scoprire se stessa e ragionare, con completa indipendenza, su ciò che le sarebbe convenuto per la sua vita affettiva e sessuale. Sì, i Kreung erano il meglio, i più rispettosi di tutti, anche nelle pratiche del cuore. Molto diversi dai suoi ex colleghi, che lo avevano fatto fuori, dicevano loro, dall’università. Già, ma non era così. Lui. Lui per rispetto dell’istituzione accademica si era auto-espulso. Lo aveva annunciato al Senato accademico al gran completo. Se n’era andato. E ora, con la porta aperta, ad aspettarli, stava lì, sdraiato. I piedi enfi. Giù in strada, qualche giornalista, sicuramente.
Franco svoltò a sinistra ed evitò, per un soffio, un autobus. Si destreggiò tra cambio, pedali e volante e fu subito tutto sotto controllo. Stava tagliando la città da est a ovest. Il tramonto era calato da un pezzo e, anche se ci fosse stato, avrebbe fatto schifo con quel terribile skyline di sottofondo. Palazzi nero pece. Palazzi grigio topo. Palazzi pelle di bue morto di vaiolo. Passò con il rosso, girò a destra e ancora a destra. I sensi unici erano il percorso del Gioco dell’Oca. Gli arrivò un suggerimento in testa. Riprese la strada corretta. Ora i palazzi della morte erano alle sue spalle. Andava tutto bene. La sera prima il Patocco gli aveva detto, prima di andarsene, che lui non aveva più rispetto per i vecchi amici. Con il Patocco, da ragazzini, avevano rubato nei negozi e si erano fatti beccare e sbattere al minorile. Con il Patocco aveva messo in piedi la sua prima batteria, quando rapinare banche era più facile che lavarsi i denti. Con il Patocco aveva girato almeno dieci carceri, negli anni, ma lui di tornare dentro non aveva più voglia, il Patocco probabilmente sì. Forse era una questione di paura, più che di rispetto. O forse semplicemente di bisogno di soldi. Di possibilità che, fuori dal gabbio, non erano uguali per tutti.
Il professore attendeva. La porta era aperta, ma nessuno giungeva. Cercava di non guardarsi più i piedi. Ormai erano cotechini con tozze protuberanze simili a würstel. L’ictus era dietro l’angolo. Si sentiva un principio di tachicardia, niente di buono. E lui sapeva che si sentiva così per colpa dell’università. Si era auto-espulso, ma quegli ingrati moralisti gli avevano comunque chiesto sessanta milioni di lire per il danno procurato all’immagine dell’ateneo. Non era bastato il processo mediatico in cui era accusato per concorso in concussione, corruzione, peculato e violenza sessuale. Non era bastata l’umiliazione pubblica, la distruzione della sua fama di grande studioso di antropologia, di integerrimo ricercatore sul campo. No. Volevano anche i suoi soldi. I piedi gli stavano lievitando per colpa di quella faccenda. Una cosa privata, che sarebbe dovuta rimanere privata, se quel suo assistente, Luca “Iscariota” Banfi, non gli avesse rubato le videocassette dal suo armadietto, nel suo studio, e non le avesse vendute alla stampa.
Quindici videocassette riproducenti incontri di natura sessuale registrati dal professore con telecamere collocate in punti strategici della stanza, e con il consenso delle studentesse coinvolte. Lo aveva sostenuto anche durante il processo: i rapporti sessuali avuti con le studentesse non erano frutto di promesse di vantaggi per esami o altro, bensì rapporti consensuali e non riguardanti la sfera universitaria. Sarebbe stato inutile spiegare ai giudici che si era trattato di un gioco di seduzione, alla maniera dei Kreung. Il suo studio era una capanna dell’amore e le studentesse erano libere di stare lì o andarsene, potevano decidere di sedersi sul divano, ascoltare vecchi LP di musica tradizionale Khmer, parlare di antiche tradizioni, del tempo o delle offerte al supermercato. Decidere se spogliarsi e farsi riprendere mentre lui le possedeva. Al professore sembrava tutto così semplice e libero, ma lo avevano accusato di mancare di rispetto alla cosa pubblica, ai suoi spazi, al suo sapere, all’innocenza. Il professor Giulio Maria Stizzani si portò una mano al cuore. Martellava di brutto. Come un tamburo impazzito nella giungla di Ratanakiri.
Franco trovò la via e svoltò a destra a tutta velocità, lasciando buona parte dei copertoni sull’asfalto. Aveva bisogno di quell’adrenalina. La rispettava. Era la stessa, sempre la stessa, vecchia cara adrenalina. La stessa di quando, a quattordici anni, aveva rubato il coltellino a serramanico che suo padre usava per andare a funghi e che, da allora, gli aveva donato un soprannome indelebile, e con quello aveva fatto una rapina all’orologiaio del quartiere. C’era anche il Patocco con lui.
L’adrenalina scorreva veloce in tutto il suo corpo, e dopo, quando il ricettatore gli aveva pagato la sua parte, e alla notte, ubriaco, convinto che il mondo fosse un posto facile, adatto a quelli come lui, i furbi. I furbi che due mesi dopo si facevano sbattere al minorile, sempre in compagnia del Patocco. Ora, il minorile era lontano, il gabbio vero un po’ meno. Franco tornava lì con i pensieri ogni volta che qualcosa dentro di lui si ostinava a ricordargli la proposta del Patocco della sera precedente. Un colpo facile e tanta adrenalina. Quella che stava vivendo, adesso, frenando bruscamente. Davanti al cancello di una casa a due piani c’era un gruppo di persone, all’apparenza una troupe televisiva in attesa. Franco ne ebbe la certezza quando scese dal veicolo e vide un tizio alzare una videocamera e inquadrarlo.
Il professor Giulio Maria Stizzani percepì la presenza di qualcuno nella stanza. Fortuna che aveva telefonato prima di buttarsi sul letto con i piedi da hobbit. Adesso non riusciva a tenere gli occhi aperti. Il cuore stava per detonargli nel petto, i suoi arti erano paralizzati. Tutto quel dolore, quella sconfitta definitiva, accademica, fisica infertagli perché tacciato di aver mancato di rispetto alla morale. Loro. Loro gli avevano mancato di rispetto. A lui e alle sue ricerche. Poi non gli vennero più parole. Qualcuno gli stava applicando qualcosa alla bocca. Forse quel qualcosa sarebbe servito a suggerirgliene altre, di parole. Aspettò che succedesse il miracolo. Immobile.
Franco Bigoni, detto Serramanico, si fece largo tra i giornalisti seguito dall’equipe medica. Le luci dell’ambulanza illuminavano il tardo pomeriggio macchiato da notte. Salirono le scale. La porta era aperta e trovarono un uomo magro, con la barba bianca, sdraiato su un letto. Teneva i piedi su due cuscini ricamati. I piedi erano gonfi all’inverosimile. L’uomo stava agonizzando. Franco lo riconobbe. Era noto. Era finito in televisione. Si trattava di un professore finito sotto processo per aver realizzato dei filmini pornografici con delle studentesse nel suo studio, all’università. Una roba da depravati, pensò Franco, chiedendosi anche che cosa ci fosse di così interessante in una vicenda simile. Interessante al punto che una troupe televisiva stazionava fuori dalla casa del professore in cerca di un qualche scoop. Adrenalina, adrenalina anche per loro. Franco guardò l’equipe medica predisporre la mascherina con l’ossigeno sul volto del professore. Forse l’avrebbero salvato, per il banale rispetto della salvaguardia della razza umana, nulla di più.
Avrebbe rifiutato la proposta del Patocco quando questi sarebbe tornato alla carica. Da quando era uscito dal gabbio, l’ultima volta, aveva un lavoro sicuro come soccorritore sulle ambulanze. Adrenalina come se piovesse. Quando guidava e metteva la sirena era bello come allora, ai tempi delle rapine. Solo che, adesso, erano gli altri che si facevano da parte quando lui passava. Nessuna macchina della Madama alle calcagna, per cercare di ingarbugliargli la vita. Gli avrebbe detto No. Lo decise in modo definitivo, mentre con la barella trasportavano il professore sull’ambulanza e la videocamera riprendeva, pronta, l’ennesima verità televisiva.
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