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di Tina Iannotta

Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad a [...]
di Raffaella Gravante
Classifica Libri
Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad angolo, sei persone risolute a scrivere il loro racconto fino alla fine. Dice cha a volte i sogni si avverano; ma questa volta non si è trattato di sognare, bensì di applicare un metodo che permette di trasformare delle semplici idee in narrativa; senza aspettare “il momento buono”, liberi dall’ansia della pagina bianca e dalle incertezze del non saper da dove cominciare. Funziona? Giudicate voi stessi: qui trovate i sei racconti (d’amore, o erotici) scritti dai partecipanti alla prima edizione. Vi aspettiamo alla prossima per mettervi alla prova su un nuovo tema!

Tina Iannotta è nata ad Asmara, in Eritrea. Lì ha frequentato le scuole comboniane e ha vissuto i suoi primi vent’anni. Attualmente vive a Caserta, dove è stata docente, stilista e collaboratrice di un sodalizio culturale con Giacomo Migliore. Ha pubblicato i suoi racconti sulle antologie F. Nuvolone e Terra di lavoro. Racconti dal presente (Artetetra Edizioni). L’altro Paese è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Augh! nel 2017.
UN LUNGO ATTIMO
Era in mezzo alla Nomentana, sei corsie, due, quattro, sei, era davvero grande, le stava contando, l’attraversavano anche binari, marciapiedi minuscoli…
“Ma che ti sei incantato? Se non ti sbrighi qui t’arrotano” e tornando indietro con un tono imbufalito verso il centro della Nomentana, Carmela, la sorella, lo strattonò e non gli lasciò il braccio tanto da far svolazzare la cartellaccia che teneva stretta nell’altra mano fino al raggiunto marciapiede di fronte.
Gli voleva insegnare la strada di casa sua. Per frate Ruffino era la prima volta, si sentiva scaraventato lì, veniva dalle orme del sagrato illuminato, solo quando la natura lo consentiva, dalla luce della luna e dall’armonia degli elementi che visitavano i porticati ventosi e i corridoi spettrali dove le bambine diventavano grandi nel lampo di pochi anni e rallegravano con la loro presenza ridanciana quei luoghi che le vedeva fragili, ma voraci come lui.
A ognuna di loro scriveva una poesia, le ragazze gradivano il pensiero e lo ringraziavano, alcune calorosamente. Le concupiva con una tale brama, quelle pischelle, quelle piccole prede in bocciolo, che certamente provavano i brividi di un profondo turbamento e così si lasciavano alzare le gonne e in balia del bruciante conflitto che le sconvolgeva, all’inizio vacillavano, poi però si arrendevano abbandonando i loro sentimenti contraddittori. Frate Ruffino tornava nella sua cella con in bocca il sapore del suo saccheggio, sulle dita il suo delizioso odore e sulle labbra il bruciore di un vampiro. Di notte era afflitto dalle immagini che le piccole Maddalene indossassero lunghe sottane di piombo e che in piombo si fossero trasformate anche le sue mani.
Sotto l’insegna verde lampeggiante della farmacia, all’angolo tra la Nomentana e via Torlonia, c’era lei. Non aveva mai visto prima, dal vero, donne con abiti così succinti, solo fotografate su qualche rivista che di stramacchio era passata in convento. Erano in tre, quella con il caschetto biondo, ecco era lei a piacergli veramente.
“Il mio carré! Che ne dici del mio biondo carré” gli chiese qualche tempo dopo Ines contorcendo il capo in una smorfia e sollevando i capelli squadrati sul palmo della mano rivolto verso l’alto.
L’esaltazione erotica lo spediva immediatamente nelle scarpe rosse con un tacco così alto, da uniformarlo alla gamba senza passare per la caviglia.
“Tacco a spillo quattordici” le avrebbe detto lei quel giorno che gli fece capire quanto le sue scarpe gli piacessero.
Come faceva sempre, tutti i mercoledì andava a pranzo dalla sorella e attraversava villa Torlonia in una moltitudine festosa di mamme con passeggini, bimbi saltellanti, cani scodinzolanti e vecchietti al sole sulle panchine, si avvicinava alla fontana che da poco il comune aveva ristrutturato. Avrebbe volentieri fatto i suoi complimenti all’architetto! Il piacere della vista di quella corona di travertino leggermente svasata al centro così semplice, così pulita, con quell’unico guizzo centrale che si sparpagliava in mille gocce era completato dal godimento della carezza a quel bordo bombato che gli ricordava il piacere delle curve della carne.
Villa Torlonia non era così allegra la sera, quando rincasava, ma incontrava Ines che ormai era diventata una voce sul bilancio della sua pensione. Un’altra voce era per la podologa, non era stato semplice per i suoi piedi passare dai sandali che li vedeva nudi al freddo e al gelo alla costrizione delle scarpe – a proposito, doveva scrivere una poesia anche alla podologa, per ora aveva solo il titolo “Mani di fata”.
Lui e Ines aspettavano che si spegnessero anche le ultime luci del tramonto vicino alla fontana e si nascondevano dentro uno dei bagni pubblici dove il neo-spogliato frate Ruffino vedeva il paradiso in terra. Non conosceva quel lusso, senz’altro amava le donne ma fin da giovanotto aveva dovuto regolare il suo passo focoso e ricolmo di una certa linfa che non trovava sfogo, all’incedere lento e ritmato imposto dalla lettura del breviario.
I baci appassionati che riusciva a elargire sui seni di Ines che lo incitava a non perdere tempo prima di essere trovati dalla “buon costume” forse avevano gli stessi turbinii di quelli del convento, quando riusciva ad appartarsi con le collegiali e con destrezza metteva le mani sotto le loro gonne esortandole ad ascoltare e a lasciarsi andare al piacere delle sue carezze.
Solo una sera, con Ines, capitò che mentre esprimeva tutta la passione virile di cui la natura lo aveva gratificato, sentì nell’aria un aroma quasi liturgico, allora afferrò energicamente i suoi fianchi, la inforcò sul suo sesso e guido l’amplesso. Era il fumo di una sigaretta, era l’odore di quel tabacco biondo che assomigliava all’incenso che lo aveva così tanto inebriato, era di una donna seduta a un tavolino sulla soglia del bagno che aspirava una sigaretta con le sue labbra dal rosso di fuoco. La donna era rimasta basita nel vedere la coppia che usciva da quel lurido bagno: lei non lo puliva da parecchi giorni!
Tutti i martedì sera, frate Ruffino e Carmela, si scambiavano la solita telefonata.
“Che ti faccio domani da mangiare?” gli chiedeva la sorella. Dal microfono, nelle pause, la voce della televisione in sottofondo proveniva dalla stanza accanto, anche lei, nella grande casa di Carmela, parlava sola.
“Fammi la solita minestrina col brodo vegetale, ma non ci mettere il sale, mi raccomando”.
“Un po’ di sale ci vuole sennò come te la mangi così insipida?”
“Non incominciare… la minestrina me la devo mangiare io!”
“Uh, io ho mangiato sempre tutto e sono campata bene fino a mo’ e ancora non sono morta, adesso arriva lui col sale e pretende di campare di più… ma sono tutte fesserie!”
”Ma guarda tu se io per avere una minestrina di brodo vegetale senza sale devo spantecare tanto!”
“Va bè, ti dico solo che hai un colorito rozzo da vecchio strofinaccio!”
Dopo due settimane che Ines non andava al solito appuntamento, frate Ruffino non aveva perso la speranza d’incontrarla e, seduto sul bordo della fontana, vide la scarpa rossa col tacco quattordici di Ines. Aiutandosi con un ramo la portò a galla, l’asciugò ben bene col suo fazzoletto, la odorò e la mise nella sua cartellaccia.
Il neo-spogliato frate Ruffino ora si trovava in mezzo alla carreggiata della Nomentana tutta illuminata da luci che lo stordivano, che camminavano, che gli arrivavano addosso. A quella sera pensava dove aveva visto Ines per la prima volta, proprio lì, in quel punto, in quel lungo attimo che gli aveva lasciato la visione rovente di aver creduto di esistere. I fari che sfrecciavano gli erano diventati confidenziali, sei corsie, ma non le contava più. Era stato beato, e non lo sapeva! E per godere di tutta quella beatitudine ora non sta sentendo il boato della motocicletta che arriva a tutta velocità e non lo vede.
Nessuno più avrebbe annusato l’odore di quella scarpa rossa tacco quattordici scaraventata sul marciapiede. Spuntava da una cartellaccia che si ricordava il più vago colore del cuoio. Il suo odore sarebbe durato ancora per poco.
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