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di Vanda Pennini

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di Tina Iannotta

Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad a [...]
di Raffaella Gravante
Classifica Libri
Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad angolo, sei persone risolute a scrivere il loro racconto fino alla fine. Dice cha a volte i sogni si avverano; ma questa volta non si è trattato di sognare, bensì di applicare un metodo che permette di trasformare delle semplici idee in narrativa; senza aspettare “il momento buono”, liberi dall’ansia della pagina bianca e dalle incertezze del non saper da dove cominciare. Funziona? Giudicate voi stessi: qui trovate i sei racconti (d’amore, o erotici) scritti dai partecipanti alla prima edizione. Vi aspettiamo alla prossima per mettervi alla prova su un nuovo tema!

Raffaella Gravante è docente di scuola secondaria di secondo grado, laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università La Sapienza di Roma. Pittrice e illustratrice, ha partecipato a numerose mostre collettive di arte contemporanea, sviluppando una ricerca visiva personale e riconoscibile. Da sempre coltiva la scrittura come forma espressiva parallela all’arte figurativa, intrecciando parola e immagine nel proprio percorso creativo.
PROSSIMA FERMATA: BOLOGNA
Il mondo visto dal finestrino di un treno in corsa non è affatto male. I paesaggi appaiono e scompaiono: alberi, case, nuvole. I pensieri non fanno in tempo ad attraversarti la mente che, subito, un tunnel in agguato è pronto a portarseli via. La vita fuori dai binari di un treno non è poi così semplice. Io l’ho scoperto all’età di dieci anni, mia madre il giorno in cui sono venuta al mondo.
Il treno è affollato, seduta di fronte a me c’è una donna sulla sessantina, ben vestita, dai modi gentili. Mi sorride tra una lettura e un’altra e parla al telefono con sua figlia, credo la stia raggiungendo a Milano. Anch’io sto viaggiando da Catania diretta a Milano.
Mi chiamo Olivia e da grande vorrei diventare una cardiologa.
Mia madre, spesso, scherza ricordandomi che guarire un organo non ha nulla a che fare con i sentimenti e che un cuore sano può abitare nel corpo di esseri spregevoli. Non ho mai saputo spiegare agli altri il mio desiderio di iscrivermi alla facoltà di medicina per poi specializzarmi in cardiologia. Forse mia madre ha ragione. Credo che la scelta, più che con gli organi, abbia a che fare con l’amore.
“Olivia non piangere più. Asciuga questi occhioni e stai vicino alla tua mamma che adesso ha tanto bisogno di te” – queste le parole di zio Leandro il giorno del funerale di mio padre.
Avevo soltanto dieci anni e quel giorno perdevo un padre, nei giorni successivi avrei perso anche me stessa. Non so se sia stato più il dolore della perdita a lacerarmi o la confessione di mia madre.
Probabilmente entrambe.
In cucina un pomeriggio di novembre, chiesi a mia madre di raccontarmi qualcosa in più sulla loro storia d’amore, qualche aneddoto, un ricordo, qualcosa che mi facesse conoscere un passato in cui io non esistevo.
Ricordo il cielo grigio, lo sguardo assente di mia madre, le stoviglie ancora da lavare e il disordine misto alla mia malinconia.
“Ci siamo conosciuti quando ero ancora una bambina. Vito abitava nella mia stessa strada e le nostre mamme si conoscevano bene, frequentavano la stessa Parrocchia e, spesso, la domenica, quando la funzione era finita, ci fermavamo a chiacchierare lì in piazza. Vito era più grande di me di quattro anni. Era un bambino molto sveglio e la mamma, tua nonna, lo richiamava di continuo facendo fatica a terminare anche un banale discorso. Da ragazzino non amava tanto la scuola e anche di questo la nonna si lamentava. Era, però, simpatico, ironico, gentile e dal cuore buono. Quando ci fidanzammo, ancora giovanissimi, i nostri genitori accolsero con gioia la notizia. Di lì a poco Vito si sarebbe arruolato e presto avremmo messo su famiglia. È stato un ottimo marito e un buon padre. A causa del lavoro e della lontananza quando era in missione, non sempre è stato presente, ma quando c’era cercava di compensare i giorni e le settimane trascorse lontano dalla sua piccola Olivia”. Mia madre Margherita si fermò e fece un lungo respiro.
“E tu, mamma, lo hai amato? È stato lui il tuo unico grande amore?” – incalzai con curiosità.
“Olivia, vuoi che mamma sia sincera?”
“Certo, come sempre mamma” – risposi.
“C’è qualcosa di importante che credo tu debba sapere. C’è un macigno sul mio cuore del quale devo liberarmi e c’è una parte del racconto che occorre tu conosca.”
Non compresi perché il tono della sua voce d’improvviso era cambiato e, soprattutto, perché volesse essere sincera quando per me, fino a quel preciso momento, sincera lo era sempre stata.
“C’è stato un periodo – riprese parlando a fatica – un periodo successivo al matrimonio in cui io e Vito siamo stati molto distanti. Io iniziavo a sentirmi diversa rispetto alla bambina che giocava in piazza e si imbarazzava per le battutine audaci di Vito. Crescere insieme vuol dire non avere il tempo di fermarsi e chiedersi chi siamo diventati e cosa vogliamo davvero. Crescere insieme vuol dire che l’altro diventa parte di te, un tuo prolungamento e che, spesso, quello che crediamo amore siano bene e riconoscenza travestite. Mai avrei pensato di volgere il mio sguardo altrove, il problema è che a volgersi altrove fu il mio cuore. Si chiamava Lorenzo Valentieri, affascinante avvocato di Bologna, qui in Sicilia per lavoro. La sua permanenza è durata due mesi. Credo che siano stati i due mesi più belli della mia vita. Li baratterei per una vita intera.”
Avrei voluto che si fermasse, che non proseguisse. Invece, proseguì come un fiume in piena, come chi tiene dentro qualcosa che non riesce più a contenere, come un vulcano che erutta e come un vulcano con la sua lava cancella tutto e porta via con sé certezze e fondamenta.
Come può una bambina accettare la morte e accogliere, contestualmente, la notizia che la persona per cui piange inconsolabilmente non solo non possa più essere accanto a lei, ma che suo padre, biologicamente, non lo sia mai stato?
Mio padre, un avvocato di Bologna, era stato il grande amore di mia madre.
Mio padre, un avvocato di Bologna, non aveva mai saputo della mia esistenza e Vito non aveva mai saputo che io non ero sua figlia.
Non una parentesi, non un errore giovanile: l’amore vero.
Il segreto di mia madre divenne per me una frattura ontologica.
Se il suo vero amore non era stato Vito, l’uomo, il padre che mi aveva cresciuta, allora cos’era davvero l’amore?
Prima della confessione, in quel grigio pomeriggio di novembre, l’amore per me era una cosa semplice. Presenza, cura, appartenenza. Dopo è diventato qualcosa di ambiguo. La parola amore poteva, improvvisamente, essere accostata e convivere con la rinuncia, con il silenzio, con una grande bugia. E io diventavo figlia di una nostalgia, non di una scelta. Da quel momento ho smesso di pensare che l’amore fosse un luogo sicuro. Ho iniziato a pensare che le persone potessero vivere insieme anche senza amarsi davvero. All’inizio credo che la mia non fosse rabbia, ma smarrimento. Crescevo non credendo più alle promesse e pensavo: il per sempre non esiste, esiste solo quello che si riesce a sopportare.
Ho impiegato otto anni per perdonare mia madre. I primi tempi, dopo la sua confessione, crederle era praticamente impossibile. Dietro ogni frase per me si celava una bugia, un tradimento. Perdonarla è stato difficile per un motivo che ho compreso solo crescendo: non era la bugia che dovevo perdonarle, ma il fatto di essere umana. Questo mi faceva più male del segreto stesso. La fragilità di mia madre era la fragilità del mondo che smetteva di essere un luogo sicuro.
Lo studio nel tempo è diventato un rifugio, un modo per non sentire quel dolore, che un petto così piccolo come il mio non riusciva a contenere. Ho deciso, così, che da grande avrei studiato per diventare cardiologa.
La signora sulla sessantina continua a sorridermi, mi guarda con tenerezza mentre gioca con gli anelli della mano sinistra. Ha una fede all’anulare che ogni tanto sembra accarezzare, chissà se avrà dei segreti che custodisce nel suo cuore.
“Prossima fermata: Bologna” – una voce registrata annuncia che stiamo per arrivare in stazione.
Il cuore, come impazzito, accelera e scalpita quasi come a chiedere di uscire da un’armatura. Lo stomaco si stringe, sento gli occhi inumidirsi come quando da bambina cercavo di trattenere le lacrime. Le gambe non le controllo, chiedono di alzarsi. C’è qualcosa che cerca di trattenermi e nel momento in cui provo ad alzarmi, sembra dirmi “Rimettiti seduta! Cosa pensi di fare o trovare?”
Eppure, d’improvviso, di scatto, prendo le mie cose, saluto accennando un imbarazzato occhiolino alla signora diretta a Milano, mi faccio spazio tra le persone e scendo.
Le porte si richiudono e dal binario 9 osservo il treno riprendere la sua corsa.
Il cuore da salvare, adesso è il mio.
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