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di Vanda Pennini

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di Tina Iannotta

Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad a [...]
di Raffaella Gravante
Classifica Libri
Notte di San Valentino, Libreria Spartaco. Fuori, il diluvio; dentro, alla luce calda delle piantane ad angolo, sei persone risolute a scrivere il loro racconto fino alla fine. Dice cha a volte i sogni si avverano; ma questa volta non si è trattato di sognare, bensì di applicare un metodo che permette di trasformare delle semplici idee in narrativa; senza aspettare “il momento buono”, liberi dall’ansia della pagina bianca e dalle incertezze del non saper da dove cominciare. Funziona? Giudicate voi stessi: qui trovate i sei racconti (d’amore, o erotici) scritti dai partecipanti alla prima edizione. Vi aspettiamo alla prossima per mettervi alla prova su un nuovo tema!

Mi chiamo Gaia Sorgente, ho 28 anni e vivo a Castel di Sasso. Sono una psicologa, neo-abilitata. Frequento la scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica di Comunità e Psicoterapia Umanistica Integrata – Aspic, a Roma. Mi piace scrivere, raccontare storie di vita quotidiana, leggere, disegnare, passeggiare nella natura e sono molto creativa.
TORNARE A RESPIRARE
Sono le undici di sera, e non riesco a dormire. Se penso agli ultimi mesi della mia vita, mi sento soffocare. Ero partita entusiasta, con mille idee, con tanti progetti da realizzare.
Credevo che questo lavoro potesse essere un arricchimento per me, davvero credevo che potessi portare un po’ di creatività, innovazione. E invece mi trovo seduta nel buio. Faccio fatica a respirare. Porto una mano sul ventre e mi sforzo di fare respiri lunghi. Inspira ed espira. Ma non funziona. Domani ho la riunione con lui. Sola con lui. Ciò che più mi terrorizza di lui è il suo tono di voce. Calmo, pacato. Fin troppo tranquillo. Quasi come se non valesse la pena per lui. Quasi come se volesse sottolineare che lui ha il controllo. Ma non è un controllo professionale. È un controllo personale. Un controllo sulla tua vita, sul tuo tempo, sulla tua intimità. Mi alzo a fatica, mi convinco che devo riposarmi, ma prevedo una lunga nottata. Prendo le mie medicine e con un’ansia profonda, senza confini, mi dirigo a letto.
La sveglia sta suonando e non mi va di alzarmi. Sento un peso sul petto, un’agitazione così profonda che non mi lascia respirare. Ormai vado avanti così da diversi mesi. Non riesco a pensare a nient’altro se non al lavoro. Quei pochi momenti di leggerezza che mi ritraggo, sono avvolti in una cornice di ansia e preoccupazioni. Che cosa sto facendo della mia vita? A volte penso che sia un fallimento. A volte penso che sia troppo debole per questo lavoro. A volte penso che lo sia in generale e che non ho il carattere giusto per lavorare.
Mentre penso a tutto questo, mi alzo e mi preparo. Oggi, lo sento, sarà un’altra giornata terribile. Ma non ho il coraggio di porre fine a questa agonia. Perché farlo significherebbe ammettere di essere un fallimento. Magari oggi provo a parlargli e a spiegargli che non può trattarmi così.
– Elevì, entra.
Mi alzo, cammino lentamente verso il suo ufficio. Le gambe mi tremano, sento di poter crollare da un momento all’altro. Voglio solo scappare. Scapperei all’istante. Porto una mano al petto. “Respira ed espira” ripeto a me stessa. Se solo ci fosse una via d’uscita. Guardo una finestra nel corridoio. Siamo al terzo piano. Se solo avessi il coraggio di gettarmi da lì. Tutto cesserebbe. Il mio dolore, la mia sofferenza. Entro, mi siedo.
– Allora, ho voluto vederti perché così non va bene, Elevì. Stai commettendo errori troppo gravi, su cose semplici, elementari. – Sospira lentamente, come se fosse stanco, come se si fosse arreso. Come se tu fossi senza speranza.
– A cosa si riferisce esattamente? – chiedo con la voce tremante.
– Vedi? È proprio questo il problema, devo spiegarti sempre tutto. – Si interrompe, fa una lunga pausa, guardandomi in silenzio. È un silenzio pesante. Un silenzio che può essere tagliato. – Questo non è un posto per chi non è all’altezza.
Mi viene da piangere. Cerco di calmarmi, ma le lacrime salgono e non riesco a trattenerle e a impedire di scivolare fuori da me.
– Mi scusi, – riesco a dire con un filo di voce incerta. – Io credo di non voler lavorare più qui.
Per un attimo intravedo uno sguardo di stupore nei suoi occhi. Forse anche di “paura”. Ma è solo una microespressione del viso che sparisce improvvisamente. Al suo posto compare un sorriso di soddisfazione. Si alza. Anche io mi alzo, desiderosa di scappare da quel posto. Mi volto per andarmene, ma lui chiude la porta. Quasi come se sapesse di avere controllo su di me. Si avvicina lentamente. Senza fretta. Sento il cuore che batte fortissimo. Lui sa di avere il controllo su di me. Adesso è vicino a me, sento il suo odore di un profumo troppo forte, deciso, come se volesse dimostrare di avere controllo sul mondo. Sento il suo alito che puzza di tabacco mischiato alle caramelle alla menta. Lo sento vicino, troppo vicino. Il mio cuore batte così forte che ho paura che possa scoppiare. Una mano si insinua sotto la camicia. Vorrei reagire, ma sono pietrificata. Avvicina le sue labbra al mio collo. Sento la sua barba pungente. Non riesco a muovere alcun muscolo.
Inizia a mordermi il collo, mi strappa via la camicia. E mi palpa il seno con violenza. Provo dolore misto all’incredulità. Ma che diavolo sto facendo? Perché non riesco a reagire?
Come è possibile che io permetta che lui mi faccia questo? A un certo punto anche i pensieri si bloccano in modo violento. Rimane solo la paura. Lui mi ha scaraventata sulla scrivania. Il legno duro contro la mia schiena. Il mondo si restringe, il respiro si spezza. Si è sbottonato il pantalone e infila il pene dentro di me. Ansima, mentre continua a palparmi con violenza, mentre continua a mordermi. Sento solo dolore e il peso del suo corpo che mi schiaccia. Non riesco a reagire. Emetto un gemito, ma lui porta le sue mani intorno al mio collo e strige la presa. Non riesco a respirare. Il mio corpo non mi appartiene più.
Riesco a sbattere una mano sulla scrivania, in segno di resa. Lui capisce. È soddisfatto. Ha goduto abbastanza. Sento il mio corpo diventare più leggero. Il peso si allontana. I miei occhi si chiudono lentamente. Non riesco ad aprirli del tutto. Lo sento rivestirsi con calma, come se nulla fosse accaduto. Si avvicina di nuovo e mi dà uno schiaffo, infastidito. – Che ci fai ancora qua? – La sua voce è tranquilla, controllata. Mi alzo a fatica. Le mie gambe cedono. Raccolgo i vestiti senza guardarlo, cercando di coprirmi con mani tremolanti. – Ti do cinque minuti per uscire. – Dice, con il suo solito tono calmo, sicuro. Mi vesto. Non si assicura neanche del fatto che io non debba dire niente al riguardo: sa di avere il controllo su di me.
La porta dell’edificio si chiude alle mie spalle con un tonfo sordo. Cammino senza una precisa direzione. Non ricordo dove sia casa mia. Il vento è così forte quasi come se volesse spazzare via il mio senso di nausea, schifo, sporco. Mi stringo addosso il cappotto come se potesse proteggermi da questa sensazione che mi porto dentro. Le lacrime scendono e io non provo neanche a trattenermi. Le gambe si muovono da sole, anche se non hanno smesso di tremare. Sento ancora le sue mani addosso, il suo corpo pesante su di me, il suo odore, il suo alito. A un certo punto mi fermo. Avverto una sensazione strana dentro di me. Il senso di colpa lascia spazio a un profondo senso di disperazione mista alla rabbia. Mi fermo. Il vento mi urla nelle orecchie, le mie mani cominciano a tremare, ma non è più paura. È un tremore diverso, forte, vivo. Come ho potuto permetterlo? Come ha potuto lui credere di poterlo fare? Il respiro si fa più intenso, più rumoroso. Il cuore batte forte. Non sono io che mi devo vergognare. Non sono io che ho sbagliato. Mi guardo intorno. Alzo lo sguardo in lontananza, vedo un cielo diverso. Vedo un cielo di colore arancione. Il sole sta tramontando. E con esso anche il mio senso di colpa, di inadeguatezza. Riprendo a camminare, ma adesso ho una meta precisa. Uno scopo.
Apro la porta dell’appartamento. Accendo tutte le luci e come da solito rituale chiudo le tapparelle di tutte le finestre. “Inspira ed espira”, ripeto a me stessa. Vado in bagno.
Vomito. Caccio via con forza tutta la violenza subita. Mi lavo le mani e poi la faccia.
Guardo allo specchio altri occhi. Sono gli occhi puri di una bambina che supplica di prendersi cura di lei. Mi dirigo alla scrivania e accendo il pc. Scrivo poche righe.
Essenziali. Definitive. Le mie dimissioni. Rileggo una sola volta e premo invio. Il suono della e-mail spedita è quasi impercettibile, eppure riempie la stanza. Ma non basta. Ho bisogno di sentire più rumore. Ho bisogno di fare rumore.
– Buongiorno. Vorrei denunciare una violenza.
Mentre parlo qualcosa dentro di me si scioglie. La paura non scompare. Resta. Ma per la prima volta dopo mesi non mi sento soffocare. Per la prima volta, dopo mesi, torno a respirare.
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