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9 Giugno 2026

NOTTE DA SCRITTORI/2

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò (di cui leggerete anche un racconto originale) i partecipanti si sono messi alla prova con un’unica, stimolante consegna: raccontare l’imprevisto. Ne sono nati testi molto diversi tra loro per tono, stile e immaginario, ma tutti accomunati dallo stesso nucleo narrativo — quel momento in cui qualcosa devia, interrompe o ribalta l’ordine delle cose.

Questa raccolta restituisce la varietà di sguardi emersi durante il laboratorio: storie intime e quotidiane, derive surreali, frammenti di tensione o rivelazioni improvvise. Ogni racconto è il tentativo di dare forma a ciò che non si può prevedere, ma che spesso definisce davvero una storia.”

Mi chiamo Gaia Sorgente, ho 28 anni e vivo a Castel di Sasso. Sono una psicologa, neo-abilitata. Frequento la scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica di Comunità e Psicoterapia Umanistica Integrata – Aspic, a Roma. Mi piace scrivere, raccontare storie di vita quotidiana, leggere, disegnare, passeggiare nella natura e sono molto creativa.

QUELLE COME TE DEVASTANO TUTTO CIO’ CHE INCONTRANO

Era preparata a tutto, ma una cosa come quella no, non l’aveva messa in conto. Che stupida era stata! Ma come le era venuto in mente di fermarsi nel negozietto di antiquariato? Sì, aveva visto nella vetrina una bellissima macchina da scrivere color verde salvia, e aveva subito pensato a Ginevra, una sua cara amica che collezionava tutti gli oggetti relativamente antichi che potessero raccontare non solo storie, ma emozioni, in tutte le forme d’arte. Sapeva che nel fermarsi stava rischiando di perdere l’autobus delle ventuno e che il prossimo ci sarebbe stato solo all’una di notte, ma lo doveva a Ginevra. Era stata proprio lei, infatti, che aveva scoperto il suo talento e

l’aveva incoraggiata a coltivarlo. Ginevra le diceva sempre che lei aveva il dono di saper intravedere nella gente qualcosa che nessun altro vedeva, come una sfumatura emotiva particolare, e di saperla raccontare così bene da far sentire il lettore

completamente coinvolto, fino a fargli esclamare: “Ma questo sono proprio io!”. Quindi, sì, glielo doveva. Ma cavolo! Se solo fosse partita prima… E adesso si trovava in una stazione fatiscente piena di sguardi assenti, di cartoni strappati, impregnata di un’aria carica di tensione, di parole non dette, forse sussurrate a metà, rotta dal rumore dei colpi di tosse e una puzza di tabacco, marijuana e alcol. La notte avvolgeva quelle anime perse come una coperta pesante e invadente. Ma quegli sguardi, quell’odore, quella solitudine le erano così familiari che non le permettevano di provare pienamente paura. Mentre era immersa nei suoi pensieri, una signora anziana trasandata si avvicinò a lei.

– Hai da accendere? – le chiese, sorridendo incuriosita. Lei frugò nello zainetto da cui non si separava mai, tirò fuori un accendino con sopra un teschio, come quello dei pirati, simbolo di coraggio e avventura, e glielo porse.

La donna la guardava con l’aria incuriosita mentre il fumo della sigaretta annebbiava la sua vista. Lei fece un passo indietro, infastidita da una puzza così invadente.

– Non dovresti fumare, sai – disse, come se stesse continuando una conversazione tra amiche. – Hai degli occhi così puri, ma così dolorosi. Sai, assomigli tanto a una ragazza che conoscevo, molti anni fa. Ma non fisicamente, intendo… dentro, hai

l’anima uguale alla sua.

– Ma se neanche mi conosce! – rispose la ragazza, un po’ infastidita e un po’ incuriosita. Ma era una curiosità strana, quasi come se volesse mascherare la paura che anticipava quella conversazione sorta un po’ per caso, ma che sentiva, in fondo al suo cuore, stesse portando a un punto di non ritorno.

La signora rise di gusto. – Non serve conoscerti. Quelle come te ho imparato a riconoscerle subito.

– Quelle come me? – chiese lei.

La signora tornò seria, la guardò dritto negli occhi: – Quelle come te, sì, che si credono speciali, come se non appartenessero a questo mondo. Ma in realtà siete solo persone che non riescono a stare nel mondo. Consumate tutto ciò che avete dentro, e poi sparite nel nulla. Nessuno se ne accorge davvero. Nessuno vi cerca. E sai perché?

– Fece una pausa: voleva che le sue parole le arrivassero dritte al cuore, come un colpo di spada, netto e preciso. Certa di avere tutta la sua attenzione, continuò: – Non avete rispetto degli altri, siete immerse nel vostro dolore che non riuscite a vedere che seminate solo sofferenza nelle persone che provano – pensa un po’ che stupide – a starvi accanto. Non è così? Avete così tanta paura che l’altro vi abbandoni che fate di tutto perché ciò accada per poi dare la colpa all’altro. Ma poi a voi cosa resta? Solo solitudine. Vuoto.

Fece un’altra pausa, aspirò. – Finirai anche tu come loro, sai. Prima o poi. – disse, osservando la gente che si riscaldava intorno a un piccolo fuoco improvvisato.

La ragazza, trattenendo a stento le lacrime, seguì lo sguardo della signora. Da lontano vide un uomo che andava a passo deciso verso un vecchietto. – Questo posto è mio, ancora non l’hai capito! – urlò. Aveva i pugni chiusi, la mascella serrata. Ringhiava come un leone affamato e ferito. Non riuscì a udire le parole del vecchietto, ma vide che prese la coperta sottobraccio e si spostò, lentamente, con la testa china, con la schiena ricurva, come se volesse evitare uno scontro da cui non sarebbe uscito probabilmente vivo; quasi come volesse conservare la sua vita anche solo per un altro giorno. Forse era speranzoso che magari qualcuno che lui amava, come una figlia, una moglie, un nipote, un amico, lo andasse a cercare. Forse sperava di non finire dimenticato, avvolto nel buio della notte. Alzò la testa e i loro occhi si incrociarono per un lungo, interminabile istante. Occhi bagnati dalle lacrime. Scuri, soli, avevano perso ogni scintilla. Gli stessi occhi.

La ragazza, senza mai distogliere lo sguardo da quell’uomo, riuscì a chiedere con un filo di voce: – Anche io… Chi altro?

La vecchietta sorrise incuriosita. – La ragazza a cui assomigli. – rispose.

– E com’era?

– Generalmente aveva gli occhi come i tuoi, tristi, puri. A volte era piena di vita, energica, faceva tante cose. Era molto creativa, sai. Si sentiva quando c’era lei: era un

uragano! Quando stava bene ti inondava di allegria, energia, curiosità! Ma quando stava male… – Si azzittì. Gli occhi della vecchietta verde smeraldo si fecero umidi.

– Quando stava male? – chiese la ragazza, sussurrando.

– Quando stava male… be’, era un’altra persona. Come se un Hyde si impossessasse di lei. Non era solo triste o arrabbiata… Le sue emozioni erano devastanti! Ti logoravano dentro. Non sapevi come avvicinarti a lei. Camminavi su un campo minato, consapevole che una parola sbagliata, uno sguardo sbagliato, scoppiava una bomba che non ti uccideva, ma ti causava delle ferite profonde. – Sorrise amaramente. – Scommetto che queste cose ti suonano familiari, vero? – domandò in modo retorico, sapeva già, in fondo, la risposta.

La ragazza la guardò, aveva il respiro trattenuto, le lacrime scendevano a rigarle le guance, che divennero ben presto nere a causa del trucco sciolto.

– Ho indovinato! – esclamò la vecchietta. – Te l’ho detto, quelle come te le riconosco subito!

– E poi cosa è successo?

– È scappata. Era divorata da quel continuo senso di smarrimento e un incessante bisogno di sapere chi fosse. Quale delle due parti fosse. Era un bisogno irrealistico, invadente, che non lascia spazio a nient’altro. Così è scappata. Ha lasciato tutto, la casa, quei pochi amici che le erano rimasti, la famiglia, il lavoro, il compagno e ha vissuto qui. Proprio in questo posto. Per tanti anni. Fino a quando… – fece una pausa. Un attimo interminabile, pieno di tensione.

– Fino a quando non si tolse la vita. – sospirò. – Proprio qui.

– E chi era?

– Era mia figlia. – disse la signora. Poi la guardò dritta negli occhi, con fare severo. – La gente dice che passa. Ma non passa mai. Né il dolore, né la rabbia. Finirai anche tu così. Quelle come te devastano tutto ciò che incontrano. – Gettò la cicca a terrasprezzante e se ne andò, senza che la ragazza potesse replicare.

Lei si avvicinò confusa e tremolante verso la fermata. Doveva assolutamente tornare a casa.

Era seduta accanto a un ragazzo che russava, ma nella testa c’era la sua canzone preferita in loop. Era una canzone che descriveva benissimo come si sentiva lei, la maggior parte del tempo. Era un inno alla disperazione: trovarsi da sola e non voler

essere salvata. Lei non lo sapeva se volesse essere salvata. Si era sempre detta e aveva sempre detto di sì. D’altronde è una cosa che vogliono tutti. Deve essere così. Ma salvarsi, cosa significava esattamente? Lei voleva vivere una vita degna di essere vissuta, e stava lavorando per arrivare alla meta, ma il cammino era ancora lungo e così tortuoso, incerto… e lei si chiedeva se sarebbe riuscita mai a vedere il panorama. Camminava, percorreva tante salite, a volte anche delle discese, e a volte una strada più semplice, pianeggiante. Anche le discese, infatti, erano pericolose, soprattutto per lei che non riusciva a gestire nessuna emozione, neanche quelle “positive”: se si fosse lasciata andare del tutto, sarebbe potuta cadere e farsi molto male. Era un cammino così lungo e incerto! Quanto sarebbe durato? E se il panorama non fosse stato all’altezza dei suoi sforzi? E se non fosse mai arrivata in cima?

Mentre era immersa nei suoi pensieri, racchiusi nella sua colonna sonora preferita, sentì vibrare il telefono. Era un messaggio del suo compagno, Andrea. Andrea… erano ormai settimane che si chiedeva ininterrottamente se lui l’amasse davvero. Lei metteva sempre in dubbio ogni relazione, di qualsiasi natura, continuamente. Un dubbio che la logorava. E in questo dubbio non riusciva più a riconoscere i suoi pensieri paranoici e desiderosi di affetto, dalla realtà.

Lesse il messaggio.

Mi dispiace, ma non ce la faccio più a resistere. La nostra relazione è una lotta continua: tu mi metti sempre alla prova e io sento di non essere mai abbastanza. Sento che non riuscirò mai ad essere abbastanza per te. Perché per te non sarà mai sufficiente il mio amore. Mi sto consumando ed è tutto troppo. Ti auguro di trovare un po’di serenità. Ho svuotato l’appartamento. Ti amo.

Chiuse WhatsApp. Le lacrime scendevano lungo le guance, la vista si era annebbiata. Sentiva un fuoco dentro. Si guardò intorno. Voleva urlare, voleva rompere questo cavolo di finestrino: le fiamme dentro di sé erano così alte. Strinse i pugni. Si sentiva imprigionata. Mise una mano sul petto, le mancava il fiato. Fuori dal finestrino gli alberi e i lampioni si sovrapponevano, come i suoi pensieri che scorrevano veloci e che lei non era in grado di fermare, di controllare, come se non fossero più suoi.

“Quelle come te, sì, che si credono speciali, come se non appartenessero a questo mondo. Ma in realtà siete solo persone che non riescono a stare nel mondo.

Consumate tutto ciò che avete dentro, e poi sparite nel nulla. Nessuno se ne accorge davveroNessuno vi cerca. Siete immerse nel vostro dolore che non riuscite a vedere che seminate solo sofferenza nelle persone che provano a starvi accanto. Avete così tanta paura che l’altro vi abbandoni che fate di tutto perché ciò accada per poi dare la colpa all’altro. Ma poi a voi cosa resta? Solo solitudine. Vuoto.

Non riusciva a entrare. Fuori al portone di ingresso con la piccola valigia e lo zainetto in spalla, si sentì completamente sola. In casa non avrebbe trovato il dopobarba sul ripiano in bagno. Non avrebbe trovato il copriletto verde, né la teiera marroncina.

Non avrebbe trovato neppure il quadro nella stanza da letto che ritraeva l’alba. Non poteva entrare, lei non avrebbe potuto sopportare quel silenzio così rumoroso. Salì con l’ascensore fino al terrazzo. Posò la valigia e lo zainetto all’entrata. Appoggiò il suo cellulare sulla sedia che qualcuno aveva lasciato lì, probabilmente dopo aver preso il sole, in compagnia di un giornale sportivo. Si avvicinò lentamente al muretto. Il cuore le batteva forte. Lo sentiva bene: non sapeva se fosse paura o adrenalina.

Guardò il cielo, forse per l’ultima volta. La luna era così bella quella notte, così luminosa. Nonostante abitasse in città, riusciva persino a intravedere delle piccole parti di qualche costellazione. Abbassò lo sguardo sulla strada. Era deserta.

È scappata. Era divorata da quel continuo senso di smarrimento e un incessante bisogno di sapere chi fosse. Quale delle due parti fosse. Era un bisogno irrealistico, invadente, che non lasciava spazio a nient’altro. Così è scappata. Ha lasciato tutto, la casa, quei pochi amici che le erano rimasti, la famiglia, il lavoro, il compagno e ha vissuto qui. Proprio in questo posto. Per tanti anni. Fino a quando non si tolse la vita.

Sentì la vibrazione del suo telefono. Qualcuno la stava chiamando. Si voltò verso il telefono e poi di nuovo verso la strada.

La gente dice che passa. Ma non passa mai. Né il dolore, né la rabbia. Finirai anche tu così. Quelle come te devastano tutto ciò che incontrano.

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