Carrello
Iscriviti alla newsletter

Domenica 17 maggio, ore 20:00, Libreria Trebisonda per il Salone Off: Presentazione de La pupilla co [...]

Sabato 16 maggio, ore 18:30, Stand della Regione Campania (Padiglione Oval): Presentazione di Beatrice. “ [...]
Libro della Settimana

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò [...]
di Sara Zeppetella

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò [...]
di Gaia Sorgente

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò [...]
di Mimmo Carnevale

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò [...]
di Ilenia Di Feola

“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò [...]
di Paolo Calabrò
Classifica Libri
“Nella cornice del workshop Notte da scrittori, sotto la guida del writing coach Paolo Calabrò (di cui leggerete anche un racconto originale) i partecipanti si sono messi alla prova con un’unica, stimolante consegna: raccontare l’imprevisto. Ne sono nati testi molto diversi tra loro per tono, stile e immaginario, ma tutti accomunati dallo stesso nucleo narrativo — quel momento in cui qualcosa devia, interrompe o ribalta l’ordine delle cose.
Questa raccolta restituisce la varietà di sguardi emersi durante il laboratorio: storie intime e quotidiane, derive surreali, frammenti di tensione o rivelazioni improvvise. Ogni racconto è il tentativo di dare forma a ciò che non si può prevedere, ma che spesso definisce davvero una storia.”

Paolo Calabrò, Mental Coach professionista ai sensi della Legge n. 4/2013-Norma UNI 11601:2024, è editor per le case editrici Il Prato e Bertoni e dirige la collana di filosofia “I cento talleri” dell’editore Il Prato (insieme a Diego Fusaro). Ha collaborato con l’Opera Omnia di Raimon Panikkar in italiano edita da Jaca Book. Da oltre sei anni insegna editing e scrittura creativa in presenza e online. Ha pubblicato cinque monografie filosofiche, cinque romanzi noir e il saggio Editing. Manuale per la revisione del testo in 101 passi.
ALLE MIE SPALLE
«Come hai detto che si chiama?»
Franco Cataldi è uno di quei poliziotti che se la cavano meglio con la pistola che con la penna.
«Domitilla Bioy y Casares – risponde lei, ridendo. Fanno squadra da quasi dieci anni e non ha mai smesso di prenderlo in giro. – Certo che tu per i nomi sei proprio negato».
«Senti, guarda, scrivilo tu» dice lui, facendo scivolare foglio e penna sul tavolino quadrato. Lei si mette a scrivere in stampatello, una lettera alla volta, continuando a ridacchiare.
«Ma è straniera?» le chiede.
«No, è italiana – fa lei. – È solo nata in Spagna».
«Ah».
Lei gli restituisce il foglietto.
«Mi raccomando – dice. – È una mia amica».
«Sì, ho capito».
«Si legge bene il nome?»
Lui sbuffa. Vorrebbe già essere per strada.
«Sì, si legge bene».
«Ci ho messo anche l’indirizzo».
Per forza, pensa lui, se no come faccio ad andarci?
«Hai detto che si tratta di stalking, giusto?» le dice.
«Giusto».
«Da parte di una donna».
«Sì, mi ha detto così».
«E non ha ancora fatto la denuncia».
Caterina lo conosce: Franco se ne frega della denuncia, lo sa bene. Lo sa anche lui. Ma odia le situazioni fumose in cui non si sa nemmeno da che parte incominciare.
«Vacci a parlare. Ti aspetta – gli dice. – Fatti raccontare quello che ha visto. Poi la denuncia gliela facciamo fare, d’accordo?»
Cataldi ripiega il foglietto e se lo infila nella tasca della giacca maltrattata.
«È in un momento di fragilità. È in cura da una psicologa, ha bisogno di qualcuno che le creda. Cerca di tranquillizzarla, niente di più».
Lui si alza ed esce dalla stanza: è il suo modo di dire: “Va bene, la faccio questa cosa, anche se non ha né capo né coda, la faccio perché è un’amica tua. La faccio per te”.
È quello che voleva sentirsi dire; e, anche se lui non l’ha detto, è contenta così.
Via Borges non era proprio dietro l’angolo, ma ha preferito comunque andarci a piedi: non per schiarirsi le idee – ché di quella storia se ne sa meno di niente – ma per scaricare un po’ della frustrazione degli ultimi tempi. Troppi momenti come quello. Troppi casi senza sbocco. Troppe indagini che finiscono così come sono iniziate. E la solita sensazione di star perdendo tempo. E di non essere utile a nessuno.
Arriva al portone che gli ha indicato Caterina e si guarda intorno in cerca del citofono.
«Dite» fa una voce dall’interno. Al buio dell’androne è difficile vedere chi abbia parlato. Entra e, dopo qualche passo, vede un donnone sulla soglia della guardiola, anziana, con molti più chili che anni, i capelli grigi a tratti, tenuti in una crocchia grazie a una biro e un lungo vestito a losanghe che, se una volta era stato di moda, ormai nessuno se lo ricorda più.
«Dite» ripete quella.
«La signora… – Sta per prendere l’appunto dalla tasca, ma capisce che darebbe troppo nell’occhio: la tizia è il prototipo dell’impicciona, lui ne ha viste tante così, e in un minuto nel palazzo non si parlerebbe che della polizia che è andata a far visita alla giovane spagnola. – Domitilla» dice allora, a memoria. E subito si rende conto di aver fatto un passo falso, quando vede la portinaia tornare a sedersi, prendere la cornetta e dire, con un’intonazione a un tempo sarcastica e sguaiata:
«Chi devo annunciare?»
“Polizia” è escluso. Quindi anche “Ispettore Cataldi”. “Un amico” sarebbe ancora peggio – e quella si metterebbe a ridere ancora di più sotto i suoi baffi rigogliosi.
Allora, come spesso gli capita quando perde troppo tempo a valutare alternative diverse e finisce che tira fuori la prima cosa che gli viene in mente, in genere la meno opportuna – dice:
«Franco».
Infatti quella ride, mentre lui rimane con lo sguardo fisso sul tremito dei baffi.
Domitilla è una donna molto bella, sulla trentina, con dei capelli a caschetto di un nero acceso e un rossetto carminio marcato che stride con l’azzurro cristallo degli occhi. Stride, sì, ma in una maniera inattesa e felice.
Non che questo abbia a che fare con l’indagine, pensa; è così che dice spesso a quelli che si attardano a divagare; ovvero, più spesso, a chi fa osservazioni che non gli vanno a genio. Eppure, non è quella la cosa che l’ha colpito di più, entrando in casa; ma la presenza di diversi specchi coperti da lenzuoli, sia in corridoio, sia nel salone, dove sono andati a sedersi.
«A volte l’ho vista proprio in quegli specchi – gli dice. – Trovarmela alle spalle… è stato orribile».
«Era entrata in casa?»
La donna abbassa lo sguardo.
«La vedevo riflessa. Non mi voltavo. Avevo paura».
«Può essere stata una sua sensazione?»
«Io l’ho vista».
È il tono di chi è abituato a sentirsi mettere in discussione ed è pronto a rintuzzare a oltranza.
«D’accordo – fa lui. – L’ha vista solo qui in casa?»
«No. Mi segue anche per strada, a volte la vedo dietro di me, quando guardo delle vetrine».
«Anche lì vede il suo riflesso?»
«Sì».
«Capita in luoghi specifici?»
«No… un po’ dappertutto… anche se io poi vado sempre negli stessi posti…»
«E c’è qualche regolarità? Giorni, orari…»
«No. Non lo so. Non ci ho mai fatto caso».
«Le ha mai detto qualcosa? Si è avvicinata? L’ha toccata?»
«La vedo sempre riflessa da qualche parte, gliel’ho detto».
E basta? vorrebbe dirle. Ma sa che suonerebbe come un’accusa. Peggio: sembrerebbe che non le creda.
«Mi può dire alme─
Cataldi si morde la lingua.
«Mi dica che aspetto ha».
Lei rimane in silenzio, gli occhi fissi sul pavimento.
«Tutto bene?» le chiede.
«Questa è la cosa più strana di tutte» fa lei.
«Quale cosa?»
«Quella donna…»
L’ispettore la fissa, in attesa.
«… assomiglia moltissimo a me».
«Sta arrivando?»
Seduto al tavolo, Franco guarda Caterina che, a fianco a lui, ha appena chiuso una telefonata.
«Sì, è in taxi. Sarà qui a momenti».
«Perfetto. Così prendiamo la denuncia e ci mettiamo qualcuno a tempo pieno. Così, purtroppo, senza autorizzazione…»
Caterina lo guarda. Vorrebbe mettergli una mano sul braccio, ma non lo fa. Vederlo così dispiaciuto di non essere riuscito a fare di più per lei la commuove. “È passata solo una settimana” vorrebbe dirgli, ma non lo dice. Sa che certe onde dell’animo possono trascinarti lontano; e lei, così lontano, non ci vuole finire. Non se lo può permettere. È una donna separata con un figlio adolescente che ha avuto giovanissima e che ha cresciuto senza l’aiuto di nessuno; Franco ha dieci anni più di lei, ha sempre vissuto da solo e tutte le sue storie – brevi, alcune brevissime – sono sfociate puntualmente in un mare di gin e lime. Acque in cui ha paura di bagnarsi.
Tira fuori lo specchietto di un motorino, con tanto di asta spezzata, e lo appoggia sul tavolo.
«E questa che roba è?» fa lui.
«Attilio. L’ha rotto e l’ha lasciato a me. Dice che a casa lo aggiusta, ma adesso non se lo poteva portare».
«Certo» dice Franco. E pensa: I figli. Solo problemi.
Si sente bussare, Domitilla entra nella stanza. Caterina le va incontro, le indica la sedia.
«Allora – dice Franco, prendendo il portatile dalla borsa terra e aprendolo sul tavolo davanti a sé. – Cognome e nome».
«Bioy y Casares, Domiti─
Il nome rimane a metà; soppresso da un urlo ferino che la fa balzare in piedi, rovesciando la sedia.
«Eccola! È lei! È lei!» grida, gli occhi sbarrati e il viso contratto dallo sforzo mentre tende il braccio con tutta la forza che ha in corpo, a indicare col dito lo specchietto del motorino.
«Disturbo dissociativo della personalità. – La psicologa ha dei capelli lunghissimi, così biondi e lucenti da sembrare innaturali e degli occhi castani vivacissimi e penetranti. Vede le facce perplesse dei poliziotti, aggiunge: – A volte si distacca talmente tanto da se stessa da non riuscire più a riconoscersi».
«Disturbo dissociativo della personalità» ripete Caterina.
«Il nome corretto sarebbe “disturbo dissociativo dell’identità”. Le sembrava che ci fosse qualcuno alle sue spalle, ma in realtà stava guardando sé stessa».
«Qualcuno che mi assomiglia…» dice Franco.
«Sì, l’aveva detto anche a me, durante le sedute».
«Da quanto ce l’ha in cura?» chiede Franco.
«È appena un anno che la seguo – dice la psicologa. – Ha avuto solo una crisi. Non c’è da preoccuparsi».
È incredibile quante seccature si possono evitare semplicemente dicendo alla gente quello che vuol sentirsi dire. Nel giro di un minuto, i due sono fuori dal suo studio. Lei richiude la porta alle loro spalle e torna di là. Davanti allo specchio posto al muro sopra lo scrittoio, mette delle lenti a contatto. Poi si passa il rossetto sulle labbra più di una volta, fino a che non risulta abbastanza marcato. Guarda l’azzurro delle lentine e il carminio della bocca. Manca ancora qualcosa. Si sfila la parrucca e la getta sul pavimento; adesso è rimasta con un caschetto di capelli nerissimi.
Dal cassetto dello scrittoio tira fuori la foto di una donna. Quanto sei bella, pensa, guardandola. Domitilla le sorride dalla cornice in una abbacinante giornata di sole. Lei la fissa per un po’, poi si guarda di nuovo allo specchio e dice:
«Tranquilla. Ci sarò sempre io a vegliare su di te».
[da uno spunto di Gaia Sorgente]
Etichette: edizioni spartaco, Notte da scrittori, Paolo Calabrò, racconti, Spartaco Magazine