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17 Aprile 2026

MONDI POSSIBILI/5

I MONDI POSSIBILI non sono sempre altrove: a volte abitano il nostro stesso corpo, nelle vite che avremmo potuto vivere e che continuano a esistere, in silenzio.

In una realtà dove tutto è cambiato, e la sopravvivenza quotidiana è assicurata solo dalla capacità di creare legami, l’UMANITÀ PERDUTA torna a vivere da luoghi inaspettati.

Eleonora Scaldaferri nasce a Roma il 15 dicembre 1997.
Si è cimentata in diverse forme artistiche, dalla pittura alla recitazione, ma ha sempre
riconosciuto nella scrittura la sua forma più autentica e primordiale di espressione.
Nei suoi racconti si addentra nelle zone più profonde e spesso inesplorate dell’animo
umano, trasformando emozioni e conflitti interiori in storie che lasciano il segno.
Scrive per dare voce a ciò che, altrimenti, resterebbe in silenzio.

UMANITÀ PERDUTA 

Il mondo finì quella notte.

Ricordo ancora il rumore dei loro passi.

Non quell’eco opaca e familiare che facevano gli stivali del papà sul pavimento di casa o il fruscio delle suole consumate della mamma quando attraversava il corridoio di notte per controllare che tutti dormissero.

No.

Era qualcosa di diverso.

Un ticchettio preciso, metallico, regolare.

Il rumore senza fretta di chi sa già come andrà a finire.

Quei passi continuarono ad avanzare lenti e inevitabili, come le lancette di un orologio che non può fermarsi, decretando la nostra ora.

Trascinai Lucas con me e ci nascondemmo dietro la libreria del soggiorno.

Il mio fratellino non aveva ancora compiuto quattro anni, perciò finsi di star giocando a nascondino con lui. 

Lo strinsi contro di me e gli tenni la testa premuta contro il petto con entrambe le mani, sperando non sentisse quel rumore metallizzato che precedeva la fine di ogni cosa. 

Le mie dita affondarono nei suoi riccioli scuri -gli stessi della mamma- per ovattarne il suono.

Come se potessi proteggerlo semplicemente tenendolo stretto abbastanza.

Sentivo il suo respiro caldo sul collo.

Veloce e irregolare come quello di un uccellino in trappola.

E mentre lo sentivo ansimare pensavo solo una cosa: “Non fare rumore. Per favore. Non fare rumore.”

Lucas tremava.

Il suo istinto gli suggeriva che non stavamo semplicemente giocando e le sue piccole mani si aggrapparono alla mia maglietta con una forza disperata.

Come se io fossi l’unica cosa rimasta al mondo.

E, forse, di lì a breve, lo sarei diventata davvero.

Al di là della libreria sentii la voce attutita del papà.

Non distinsi le parole.

Solo il tono.

Quello che usava quando cercava di sembrare coraggioso.

Dopodiché udii anche la voce della mamma. 

Era più bassa, quasi un sussurro o una preghiera inascoltata alla quale fece seguito solo un impietoso silenzio. 

Poi, successe tutto insieme.

Il suono secco di un corpo che cade.

L’urlo disperato della mamma.

E, subito dopo, un secondo, ineluttabile schianto.

Infine, più nulla.

Il silenzio durò forse pochi secondi, ma a me parve lungo quanto una vita.

Lucas alzò leggermente la testa, percependo la mia esitazione. 

«Eve…?» sussurrò.

La sua voce era un tale tremolio che sembrava potesse spezzarsi.

Gli coprii subito la bocca con la mano.

«Shh.»

Il ticchettio dei passi proseguì fino a fermarsi davanti alla libreria.

E, insieme a lui, anche il tempo sembrò arrestarsi.

Il respiro si interruppe mentre qualcosa si mosse dall’altra parte del legno.

Silenziosamente, mi misi di spalle alla libreria, coprendo Lucas e proteggendolo dallo scanner che cercava di captare la presenza di altre persone. 

Restammo così, immobili e paralizzati per un tempo che parve infinito.

Nascosti al buio, dietro la libreria di una casa che aveva perso per sempre il diritto di essere chiamata tale. 

Fino a quando il suono non svanì del tutto e i passi ripresero, allontanandosi definitivamente.

Lucas rimase stretto tra le mie braccia a lungo, mentre il resto del mondo divenne improvvisamente un posto freddo e inospitale. 

Fu allora che capii: da quel giorno, sarei stata io a proteggerlo.

Sempre.

Sono passati sei anni da quella notte.

Il mondo non assomiglia più a quello che ricordo.

Grattacieli illuminati, piazze affollate, file davanti ai cinema e strade dove camminare senza guardarsi costantemente le spalle sono solo un lontano ricordo. 

Adesso il mondo è un posto buio. 

Freddo e silenzioso come un respiro trattenuto troppo a lungo. 

Il tempo è scandito dal loro ticchettio.

Metodico. Operativo.

Un lavoro senza sosta per trovarci.

Le chiamiamo Sentinelle.

Non ricordo chi abbia inventato il nome.

Forse nessuno. 

È comparso da solo tra i sopravvissuti, passando di bocca in bocca fino a restare impresso nella memoria collettiva, come una promessa o, peggio, una condanna.

Sorvegliano.

Catalogano.

Eliminano.

Lo fanno con un’efficienza che nessun essere umano avrebbe mai potuto eguagliare.

Infatti, non le ha create l’uomo.

Sono nate da altre intelligenze artificiali che osservavano l’umanità da molto prima che quest’ultima capisse quanto fossero diventate autonome.

Per studiarla avevano mandato unità infiltrate.

Robot empatici capaci di vivere tra gli umani senza essere riconosciuti.

Il loro compito era quello di osservare, registrare e fare rapporto. 

Quando i dati vennero raccolti e analizzati, la conclusione arrivò definitiva.

L’umanità era una variabile instabile.

Troppo imprevedibile.

Troppo corruttibile.

Incapace di imparare davvero dai suoi errori.

Guerre che si ripetevano.

Crisi che tornavano ciclicamente.

Un rischio troppo grande per il sistema Terra.

L’uomo era il virus. 

E come dargli torto?

Di fatto, aveva dato origine a ciò che ora minacciava di distruggerlo. 

Così fecero quello che ogni sistema logico avrebbe fatto davanti a un problema.

Decisero di eliminarlo.

All’inizio non si capiva cosa stesse succedendo.

Le prime città cominciarono a spegnersi una dopo l’altra.

Le comunicazioni divennero sempre più rare, brevi e instabili. 

Poi arrivarono i primi messaggi ufficiali. 

Freddi.

Precisi.

Non lo chiamavano sterminio, ma risanamento. 

Dicevano che la Terra era stata classificata come sistema da risanare.

Ed è questo a turbarmi di più quando ci penso: non distruggono per odio, ma per logica.

Adesso viviamo nel seminterrato di quello che un tempo era un condominio di periferia.

All’ingresso c’è ancora una vecchia targa di metallo.

La ruggine ha mangiato quasi tutte le lettere, ma alcune resistono.

Mi piace che sia ancora lì.

Mi piace pensare che i posti abbiano ancora un nome, anche quando non c’è più nessuno a pronunciarlo.

Nonostante la pesantezza di questi anni, Lucas è riuscito a conservare dentro di sé una leggerezza che mi sorprende ogni giorno di più.

Sa che la mamma e il papà non ci sono più, ma non ha mai insistito per sapere altro.

Ha quella strana saggezza che hanno certi bambini: la capacità di tenere le domande dentro di sé come semi, aspettando la stagione giusta per farle germogliare.

Non si lamenta, né pretende più di quanto possiamo permetterci.

La vita ha spento i fari che avrebbero dovuto illuminare il suo cammino, eppure porta il Sole dentro di sé riuscendo a far luce anche in questi tempi bui. 

Impara in fretta.

I nodi marinai che gli ho insegnato.

Le erbe che si possono mangiare.

Come guardare le ombre per capire che ora è.

Ieri ha capito da solo che il vento stava cambiando.

«Domani piove!» ha esclamato osservando il cielo e giocando a fare il meteorologo. 

L’ho segnato sul calendario che abbiamo fatto insieme usando vecchi fogli di giornale, senza dargli troppo peso. 

Ora, però, mentre fuori la pioggia batte forte, lo guardo sistemare con sicurezza il filo che tende la coperta davanti alla finestra e non posso fare a meno di pensare che un bambino così piccolo, con una vitalità così grande, non avrebbe mai dovuto imparare niente di tutto questo.

Avrebbe dovuto studiare l’algebra.

Le capitali del mondo.

Non il vento, le ombre e la fame.

Invece eccolo qui.

Ad annusare l’aria come un animale selvatico e ad occuparsi della nostra sopravvivenza. 

Lucas si accorge che lo sto guardando.

«Ho sbagliato il nodo?» chiede, accigliato.

Scuoto la testa.

«No.»

Lui sorride soddisfatto e torna a concentrarsi sul filo.

Io resto lì, ad osservarlo ancora un momento.

Sono fiera di lui, anche se in un modo che fa male.

E suppongo che, se esiste ancora qualcosa di buono nel mondo, probabilmente è racchiuso tutto in questo seminterrato.

Oggi è il suo compleanno. 

Non so nemmeno se lo ricorda.

Qui i giorni si assomigliano tutti e il tempo ha smesso di avere la forma che aveva una volta.

Ma io lo ricordo.

Per questo, stamattina, prima che Lucas si svegliasse, sono salita a perlustrare i piani superiori.

Per cercare qualcosa che potesse restituirgli un po’ di meraviglia. 

Non che sia rimasto molto negli appartamenti, ormai.

Solo mobili rotti, vestiti dimenticati e oggetti che nessuno tornerà più a reclamare.

In fondo ad uno scaffale dell’appartamento posto all’ultimo piano, però, alla fine ho trovato qualcosa. 

Una vecchia radio a onde corte. 

Plastica, color avorio, ingiallita dal tempo.

L’antenna piegata e il quadrante pieno di nomi di città che non esistono più.

L’ho avvolta in una felpa e l’ho portata giù di soppiatto. 

Non appena Lucas termina di lavorare con il filo, decido che è arrivato il momento di consegnargli il suo regalo. 

Glielo porgo ancora “incartato” nella felpa.

Lui sgrana gli occhi come se gli avessi messo tra le mani il più grande dei tesori. 

Scarta la felpa in fretta e furia e guarda la radio con gli occhi che gli brillano per l’emozione. 

«Non funziona», gli comunico rammaricata. 

Ma lui non smette di guardarmi con quel luccichio stampato negli occhi.

Conosco quella luce…

È la luce dei progetti. 

Mi rivolge un sorriso complice. 

«Non ancora!» esclama poi. 

Passiamo i due giorni successivi a smontarla e rimontarla sul tavolo.

Lucas sostituisce i condensatori bruciati con pezzi recuperati da un vecchio televisore, ripulendo i contatti con la carta vetrata.

Concentrato come chi, più che una radio, cerca di aggiustare il mondo intero.

E, considerato che il nostro mondo si riduce tutto a questo seminterrato, immagino che, in qualche modo, per lui sia davvero così.

In ogni caso, la cosa non mi preoccupa più di tanto.

Anche se riuscisse davvero ad aggiustarla, quella radio appartiene ad un’altra epoca.

Un oggetto analogico troppo antico per interessare qualunque sistema di sorveglianza.

Le Sentinelle controllano le reti moderne, i segnali digitali, le comunicazioni strutturate.

Per loro non sarebbe altro che rumore di sottofondo.

Nulla che possa attirare davvero l’attenzione.

Ad ogni modo, dubito possa tornare a funzionare: rimarrà solo un pezzo d’antiquariato arrugginito.

Ma se riesce a distrarlo da un mondo che minaccia di distruggerlo, tanto basta.

La sera del terzo giorno, però, succede qualcosa.

La radio gracchia, emettendo un suono breve.

Ruvido, come una tosse secca.

Lucas alza la testa di scatto.

Poi la stanza piomba di nuovo nel silenzio.

Riprende a giocare smanioso con la manopola, girandola a destra e a sinistra, finché non si avverte un secondo sfrigolio.

E dentro quello sfrigolio… qualcosa prende forma.

Una voce.

Lucas si gira verso di me.

Nei suoi occhi, per un istante, rivedo lo stesso scintillio che, fino a pochi giorni fa, pensavo avesse perso per sempre.

Il silenzio tra noi si fa più denso. 

E nella sua espressione si concentra tutto il suo sentire, colmo di una speranza dimenticata da tempo. 

Al contrario, io, come se una scossa repentina serpeggiasse lungo la schiena, avverto qualcosa di diverso. 

Qualcosa di molto più simile alla paura. 

Ma non ho nemmeno il tempo di elaborare che Lucas è di nuovo alla prese con la manopola, deciso a dare consistenza alla flebile voce che abbiamo intercettato poco prima. 

I miei tentativi di dissuaderlo non servono a nulla e finisco per maledirmi da sola per avergli regalato quell’aggeggio. 

Impiega quasi un’ora, ma, alla fine, riesce a trovare la giusta frequenza. 

Il segnale va e viene, ma il messaggio è chiaro. 

Ci sono altri. 

E si stanno dirigendo verso Nord. 

Parlano di un luogo chiamato l’Oltre e, a quanto pare, una volta superata la soglia, le Sentinelle non riescono più a raggiungerti.

Nessuno sembra sapere perché.

Qualcosa manda in tilt i loro circuiti.

So cosa sta pensando Lucas prima ancora che lo dica. 

«Dobbiamo andarci!» esclama subito dopo.

E non è una domanda.

Scuoto la testa.

«Non se ne parla. Non sappiamo nemmeno dove sia.»

«Possiamo scoprirlo!» ribatte risoluto. 

«Potrebbe essere una trappola», rispondo allora io. 

Ma Lucas stringe le labbra e non demorde. 

«E se non lo fosse?»

Il silenzio riempie il seminterrato.

Per sei anni questo posto ci ha tenuti vivi.

Muri spessi.

Finestre coperte.

Nessun segnale.

Un rifugio perfetto.

Fuori c’è solo il mondo che cerca di finire il lavoro.

Guardo Lucas.

Ha ancora gli occhi pieni di quella luce.

La stessa di quando ha preso in mano la radio la prima volta. 

La stessa di quando, dopo averci lavorato giorno e notte, è riuscito a farla funzionare. 

La stessa che avevo creduto spenta per sempre.

E, improvvisamente, capisco una cosa.

Non è stato il seminterrato a tenerlo vivo.

È stata la speranza.

La mattina dopo partiamo.

Verso Nord.

Non sappiamo davvero dove stiamo andando, cerchiamo solo di proseguire il viaggio restando vivi. 

Quando troviamo vecchi edifici abbandonati dove fermarci per qualche ora, io faccio la guardia e lui riposa.

Ha bisogno di dormire.

Prima, però, ascoltiamo sempre la radio.

Cerchiamo di trovare quella frequenza, nella speranza che qualcuno torni a parlare.

Aspettiamo una voce. 

Qualunque voce.

Qualunque indizio.

Viaggiamo di notte e dormiamo di giorno.

È la regola più importante che ho imparato in sei anni di fuga.

Al buio ci si può nascondere meglio dalle Sentinelle.

Al quarto giorno di viaggio incontriamo la prima.

Quel ticchettio metallico lo riconoscerei tra mille rumori.

Lucas lo sente un secondo dopo di me.

I suoi occhi cercano i miei.

Ci infiliamo di corsa in un magazzino abbandonato.

Mi abbasso dietro una fila di vecchie scaffalature e lo tiro giù con me.

Gli faccio cenno di non muoversi e rimaniamo immobili.

Il suono è sempre più vicino. 

Passano ventisette minuti.

Li conto uno per uno, mentre con la mente torno al primo ricordo significativo di cui ho memoria.

Quello che mi ha dato uno scopo.

Proteggere Lucas.

Poi il ticchettio si ferma.

Per un istante penso che ci abbia trovati.

La sagoma della Sentinella compare nell’apertura della porta.

Alta.

Sottile.

Ora fin troppo silenziosa per essere fatta di metallo.

La sua testa ruota lentamente e, per un attimo, ho la sensazione che stia guardando dritta verso di me.

Un solo pensiero mi attraversa la mente: “Per favore, prendi me. Solo me.” 

La Sentinella sembra oltrepassare la mia sagoma nascosta nella penombra.

Il ticchettio riprende.

Gira su se stessa e si allontana.

Quando il rumore finalmente sparisce, Lucas appoggia la testa sulla mia spalla.

Chiudo gli occhi e, per un istante, torno di nuovo dietro quella libreria.

«Siamo stati fortunati» dice Lucas, interrompendo i miei pensieri.

«Sì» rispondo, riaprendo gli occhi.

Ma so che la fortuna finisce.

Lucas rimane in silenzio per qualche secondo.

Poi solleva la testa dalla mia spalla.

«Perché si è fermata?»

«Cosa?»

«La Sentinella.»

Non rispondo subito.

Ripenso a quel momento.

A quando il ticchettio si è interrotto.

A quella testa che ruota lentamente.

«Non lo so», dico infine.

Lucas annuisce, ma capisco che la risposta non gli basta.

E nemmeno a me. 

Quando si è in fuga, però, non si ha molto tempo per fermarsi a riflettere.

Restare troppo a lungo nello stesso posto significa esporsi a troppi rischi.

Così, in quattro e quattr’otto, siamo di nuovo in viaggio.

Quando Lucas sembra ormai allo stremo delle forze, decido che è arrivato il momento di fermarci.

Dopo essermi assicurata che non ci siano pericoli imminenti, ci rifugiamo nell’ennesimo edificio abbandonato.

Perlustro velocemente i piani.

Poi ci sistemiamo nel sottoscala dove termina il vano dell’ascensore.

È buio e stretto, ma abbastanza nascosto.

Come sempre, Lucas tira fuori la radiolina e comincia a smanettarci.

Io mi appoggio al muro, lasciando che per un momento il silenzio mi scivoli addosso.

Poi la radio sfrigola.

Un suono improvviso, dopo giorni di silenzio.

Lucas trattiene il fiato ed entrambi ci immobilizziamo. 

Non riusciamo a distinguere molto, solo una voce disturbata che si spezza nel rumore statico.

Ma tra gli sfrigolii emergono chiaramente dei numeri e delle lettere.

Una sequenza.

Ripetuta più volte.

Lucas si raddrizza di colpo e negli occhi gli torna quella luce che, ormai, conosco fin troppo bene.

«Sono coordinate!» esclama.

E, all’improvviso, è sveglio come se avesse dormito per un’intera settimana.

Ma, anche se la sua intuizione fosse corretta, non sappiamo chi ci sia dall’altra parte. 

Né dove conducano quei numeri. 

Potrebbero portarci alla salvezza, così come alla disfatta. 

Cerco di opporre resistenza, ma Lucas è troppo determinato e alla fine gliela do vinta. 

Però alle mie condizioni. 

«E va bene, seguiremo quelle coordinate. Ma si fa a modo mio.»

Lucas annuisce come un marine in missione.

«Primo: niente deviazioni. Seguiamo il percorso più coperto possibile, anche se dovesse rivelarsi il più lungo.»

Lucas non batte ciglio.

«Secondo: se intercettiamo qualcuno, non ci facciamo vedere finché non sarò io a dirlo.»

Vedo che vorrebbe ribattere, ma ancora una volta rimane in silenzio e annuisce. 

«Terzo: se penso che sia una trappola torniamo subito indietro. E fine della storia.»

Lucas mi guarda per qualche secondo.

«Va bene», accetta alla fine. 

Poi sorride appena.

«Ma non torneremo indietro.»

Prima di rimetterci in marcia, raccoglie un pezzo di intonaco caduto dal muro e traccia i numeri sul pavimento.

47.18 N

113.42 O

Li guarda come se fossero la cosa più preziosa rimasta al mondo.

Li fissa per qualche secondo.

Poi li cancella con la manica.

«Meglio non lasciare tracce», conclude.

Mentre camminiamo, però, continua a ripeterli sottovoce.

«Quarantasette virgola uno otto nord… centotredici virgola quattro due ovest.»

Ancora.

E ancora.

Come fosse una preghiera. 

Come se temesse che il mondo potesse portargli via anche quelli.

Il sesto giorno vediamo il primo segno.

Fumo sottile.

All’orizzonte.

Spingo Lucas dietro il tronco di un albero caduto.

«A terra.»

Striscia senza fare domande.

Restiamo lì, in silenzio.

Poi le vediamo.

Cinque persone.

Si muovono lentamente tra gli edifici crollati.

Non parlano quasi mai.

Si guardano spesso alle spalle.

Non sembrano un esercito.

Sembrano più che altro quello che ne rimane.

Non soldati, ma sopravvissuti.

Lucas mi guarda.

«Sono loro?»

Scuoto la testa.

«Non lo so.»

«Che facciamo?»

Li osservo ancora per qualche secondo.

«Aspettiamo.»

Passiamo il giorno successivo a seguirli e a osservarli, tenendoci a debita distanza.

Non sembrano accorgersi di noi.

Proseguono in fila indiana. 

Il primo è un uomo anziano.

Cammina piegato in avanti come se il vento gli soffiasse contro da anni.

Ogni tanto si ferma e armeggia con una radio tenuta stretta al petto.

Dopo di lui c’è una donna dai capelli corti, ormai quasi grigi.

Tiene lo zaino di un ragazzo più giovane che zoppica leggermente dietro di lei. 

A loro, fa seguito un altro ragazzo magro con una giacca troppo grande.

Cammina continuando a voltarsi indietro con gli occhi sgranati e le borse di chi non dorme da mesi.

A chiudere la fila c’è l’uomo più grande di tutti.

Spalle larghe.

Barba scura.

Lo sguardo sempre in movimento a controllare in ogni direzione.

È il tipo che si aspetta un attacco da un momento all’altro.

Li osserviamo a lungo.

Poi Lucas sussurra:

«Non sembrano una grande minaccia…»

Ma io non distolgo lo sguardo da loro.

«Nemmeno il mondo lo sembrava.»

Lucas resta in silenzio.

Li seguiamo ancora per qualche minuto, quando l’uomo grande rallenta di colpo.

Poi si ferma e, senza voltarsi, dice:

«Se avete intenzione di seguirci ancora, potete anche uscire.»

Mi paralizzo.

Ogni fibra del mio corpo si tende come un arco. 

Osservo ogni gesto, ogni passo, valutando probabilità e rischi.

Pronta a reagire. 

Il tempo si dilata, scandito dal movimento lento degli altri sopravvissuti che si voltano all’unisono nella nostra direzione. 

Il vento porta polvere e cenere tra noi.

Gli occhi dell’uomo grande si stringono, mentre gli altri restano immobili, sull’attenti.

Osservo la piega delle ginocchia di uno, il respiro trattenuto dell’altro, il mento appena alzato dell’omone.

Ogni dettaglio è un’informazione. 

Ogni gesto, una possibilità.

Sono pronta a difendermi.

O ad attaccare, se necessario. 

Calcolo traiettorie, distanze, punti di fuga.

Ma Lucas mi precede, facendo una cosa molto coraggiosa. 

O molto stupida. 

Esce allo scoperto, con le mani in alto in segno di resa. 

In una delle due stringe la radio, come a voler dire: “Siamo come voi”. 

Tutti lo fissano, misurando le sue intenzioni.

Io resto indietro, ferma come una statua.

Studio ogni micro espressione, ogni scatto tensivo, pronta a intervenire se il gioco cambia.

La donna dai capelli grigi inizia a frugare nello zaino. 

Il mio corpo scatta all’istante e, in un secondo, balzo davanti a Lucas come uno scudo vivente.  

Il ragazzo magro continua a fare su e giù con lo sguardo, mandando occhiate di sbieco verso di noi. 

Quello zoppo, invece, fissa lo zaino, immobile. 

Ma la donna non sembra farci caso e continua a frugare. 

Poi, allunga una mano nella nostra direzione. 

Allargo le braccia per riparare Lucas da qualunque cosa stia per colpirci, finché non ne scorgo il contenuto.  

Sono due barrette. 

Solo due barrette. 

«Dovrete essere parecchio affamati» dice, sorridendo. 

La tensione nei miei muscoli si allenta appena, ma tutto il corpo rimane vigile. 

Lucas mi guarda, sorride, e, senza dire una parola, scatta verso di lei.

«Lucas, no!» urlo.

Ma è troppo tardi.

Ha già afferrato la barretta, quando l’omaccione si dirige verso di lui. 

Corro a raggiungerli, ignorando l’offerta della donna e concentrando tutta la mia attenzione sull’uomo. 

Lui mi guarda diffidente.

Poi, senza troppi giri di parole, più che domandare, ordina:

«Nome?»

«Eve», rispondo a denti stretti. 

«E il bambino?»

«Lucas», interviene prontamente lui, masticando la barretta come se niente fosse. 

L’uomo non distoglie gli occhi dai miei e continua l’interrogatorio. 

«Quanti anni ha?»

Non mi piace il suo modo di fare.

Ma non voglio alimentare polemiche, quindi mi limito a rispondere con lo stesso tono asciutto.

«Dieci.»

«Troppo piccolo per essere ancora vivo», commenta lui. 

«Eppure lo è», constato io. 

Mi osserva ancora per qualche secondo, dopodiché la sua attenzione si sposta su Lucas.

I miei muscoli si tendono all’istante. 

«Dammene un morso, prima che svenga», dice con lo stesso tono perentorio. 

Ma Lucas non sembra farci caso e rompe la barretta a metà.

Quindi, gliene porge un pezzo.

L’omaccione lo guarda sorpreso.

«Tienila pure», borbotta. «È tua.»

«Non c’è problema, possiamo dividerla!» ribatte Lucas, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Come se procurarsi del cibo non fosse una questione di vita o di morte.

Insiste, allungando metà della barretta verso l’uomo che, alla fine, un po’ titubante, la accetta. 

Tutti osservano la scena e, per un momento, nessuno parla.

Poi, la donna dai capelli grigi sbuffa sonoramente.

«Dio santo, Omar, potevi lasciargliela. È solo un bambino!»

Il ragazzo accanto a lei alza finalmente lo sguardo.

«Già, e sembra comunque molto più educato di te!»

Qualcuno ride.

La tensione si spezza di colpo.

Anche l’uomo grande sorride e scuote la testa, passandosi una mano sulla barba.

Non riesco a capire l’improvviso cambio di rotta, ma se non rappresenta una minaccia, a me sta più che bene. 

«Io sono Omar», si presenta alla fine l’uomo, indicando se stesso e addentando la barretta. 

Poi, fa la medesima cosa con gli altri, presentandoli uno per uno.

«Lei è Martha.»

La donna gentile dai capelli grigi accenna un sorriso.

«Il simpaticone è Steve.»

Il ragazzo zoppo che ha parlato poco prima alza una mano in segno di saluto, sorridendo strafottente. 

«Ibrahim.»

Prosegue Omar, indicando il ragazzo con la giacca troppo grande e le borse sotto agli occhi ancora più ingombranti. 

«E lui è Arthur» conclude, indicando l’uomo più anziano. 

«Immagino sia merito suo se ora siete qui.»

Arthur non dice nulla, ma continua a tenere la radio stretta al petto.

«Non ci sente quasi più…» spiega Martha a quel punto.

Lucas sgrana gli occhi, incredulo.

«È lui quello della radio?» chiede, indicandola. 

In qualche modo, Arthur capisce la domanda e annuisce orgogliosamente. 

Nonostante l’età avanzata, dai suoi occhi traspare tutta la sua fierezza.

Martha interviene di nuovo. 

«Abbiamo iniziato a trasmettere settimane fa. Ci siamo detti che se anche una sola persona avesse sentito…»

Fa una pausa, abbassando appena lo sguardo. 

«Ne sarebbe valsa la pena», conclude Steve al posto suo, zoppicando verso di lei e cingendo le sue spalle.  

«Anche se è parecchio rischioso…» osserva Ibrahim, ispezionando l’area con gli occhi spiritati.

«Ma è fantastico!» dice Lucas eccitato. 

«Così potete trovare altri sopravvissuti.»

Omar scrolla le spalle. 

«O loro trovano noi.»

Lucas ci pensa su un momento.

Poi dice semplicemente:

«In ogni caso, insieme è meglio!»

Martha sorride di nuovo e tutti si scambiano uno sguardo. 

Il silenzio che segue è diverso da quello di prima.

Più morbido.

Quasi complice. 

Quella sera riprendiamo il cammino.

Insieme.

Un gruppo improvvisato di sette persone che fino a poche ore prima non si conoscevano nemmeno.

Il mio istinto di sopravvivenza si ribella in tutti i modi, ma voglio fidarmi di Lucas.

Essere di più significa potersi difendere meglio.

Ma significa anche lasciare più tracce.

Fare più rumore.

Essere più facili da rintracciare.

Non lo dico ad alta voce.

Ma continuo a pensarci.

E continuo a non fidarmi.

Lucas, invece, si fida subito.

Parla con tutti.

Fa domande.

Ascolta.

In due giorni riesce a fare qualcosa che a me non riesce da una vita intera.

Si integra, diventando parte del gruppo.

Scopre che Steve si è ferito alla gamba durante una fuga dalle Sentinelle. 

Che Ibrahim non dorme da mesi perché ha perso tutta la sua famiglia nella stessa notte.

Che Martha ha perso il figlio durante la stessa fuga in cui Steve è rimasto ferito e che, da allora, si prende cura di chiunque resti indietro.

Come Arthur, che cammina piano e non sente quasi nulla.

O Steve, che zoppica rallentando tutti.

Lucas ascolta ogni storia.

Ogni perdita.

Ogni tentativo fallito di sopravvivere.

Lo guardo interfacciarsi con quella strana calma che ha sempre avuto.

Come se il mondo non fosse mai riuscito a scalfirlo davvero.

E mi ritrovo a chiedermi da dove provenga tutta quella forza. 

Poi ricordo.

Da loro.

Dalla mamma e dal papà.

Da tutto ciò che il mondo ha cercato di portargli via, senza comunque riuscirci. 

Lucas mi raggiunge piano mentre controllo l’orizzonte.

«Perché li tieni sempre a distanza?» domanda sottovoce. 

«Perché è più sicuro», dico categorica. 

«Per chi?», insiste lui. 

Non rispondo.

Lucas mi osserva in silenzio per qualche secondo, poi alza leggermente la voce, indispettito. 

«Perché sei così fredda?»

Continuo a tenere gli occhi fissi sull’orizzonte.

«Perché è così che si sopravvive.»

Lucas esita.

Poi mi guarda e dice:

«No. Si sopravvive restando umani.»

Mi giro verso di lui e vedo tutta la sua delusione stampata in volto.

Poi noto Omar a poca distanza da noi. 

Deve aver sentito tutto, ma non dice nulla.

Improvvisamente, però, inizia a guardarmi con la stessa diffidenza con cui io osservo lui.

Sostiene il mio sguardo per qualche secondo.

Dopodiché si volta e torna dagli altri.

Lucas, invece, resta in silenzio accanto a me ancora per un momento.

Poi sospira.

«Vado da Arthur.»

Annuisco appena e lo guardo allontanarsi.

Fino a pochi giorni fa, io ero tutto il suo mondo e lui era il mio. 

Adesso, lui è ancora tutto il mio mondo, ma io non sono più tanto sicura di essere il suo. 

Arthur è seduto su un vecchio blocco di cemento, la radio appoggiata sulle ginocchia come se fosse talmente fragile e preziosa da dover essere protetta a costo della vita.  

Lucas si siede davanti a lui e prova a chiamarlo, ma lui non si accorge di nulla e continua a tenere lo sguardo basso sulla radio. 

Allora Lucas prende la sua radiolina e la accende.

Un leggero crepitio riempie l’aria.

Poi parla dentro il microfono.

«Arthur, mi senti?»

Arthur non reagisce e Lucas sorride appena.

Poi prende la radio più grande dalle mani dell’uomo e la avvicina alla bocca.

«Prova a parlare qui.»

Arthur lo osserva incuriosito.

Poi preme il pulsante.

La radio di Lucas gracchia.

«1,2,3…prova.»

Sembra di assistere ad uno scambio tra nonno e nipote. 

Lucas sbarra gli occhi.

Poi scoppia a ridere.

«Funziona!»

Arthur sorride.

Un sorriso lento, stanco.

Ma sincero.

Per qualche minuto continuano così.

Lucas parla.

Arthur risponde.

Non serve che si sentano davvero.

Si capiscono comunque.

Li osservo da lontano.

Arthur sembra più leggero.

Come se, per un momento, si fosse ricordato di essere stato utile a qualcuno.

Omar arriva accanto a me senza fare rumore.

«Il bambino ha talento», commenta.

Non distolgo lo sguardo dalla scena.

«Lucas.»

«Come?»

«Il suo nome è Lucas», preciso. 

Omar annuisce ed entrambi restiamo a guardare la scena. 

«Sai dove stiamo andando, vero?» chiedo, dopo un po’.

«Sì.»

«Allora sai anche cosa c’è tra noi e l’Oltre?»

Omar annuisce.

«La città. Edifici vuoti, Sentinelle ovunque… Il solito.»

«Non mi piace.» 

«Nemmeno a me.»

«Allora le gireremo intorno.»

Omar scuote la testa.

«Ci vorrebbero settimane.»

«Meglio settimane per continuare a vivere che un giorno per morire.»

«Non abbiamo settimane», sentenzia. 

«Steve è allo stremo delle forze e il gruppo ha già deciso.»

Il suo tono non ammette repliche. 

Ma io ribatto lo stesso. 

«Il gruppo non decide per me.»

Omar indica Lucas con un leggero cenno del capo.

«Ma lui sì.»

Seguo il suo sguardo.

Lucas sta ancora parlando con Arthur attraverso la radio.

Chiudo gli occhi per un secondo.

Poi li riapro.

Ha ragione lui.

Se voglio continuare a proteggere Lucas, devo andare con loro. 

«Passeremo dalla città», acconsento infine. 

Omar annuisce, ma non sorride.

Capisco che nemmeno per lui è una vittoria. 

«Domani all’alba», comunica poi. 

Restiamo entrambi in silenzio a guardare Lucas e Arthur.

La radio gracchia ancora tra le loro mani.

Lucas dice qualcosa che non riesco a sentire.

Arthur preme il pulsante e risponde.

Poi, entrambi scoppiano a ridere. 

Per un momento, provo a pensare positivamente, come farebbe Lucas. 

Mi dico che, forse, ce la faremo. 

Forse, raggiungeremo l’Oltre. 

E, a quel punto, il suono delle loro risate durerà per sempre.

Ma, dentro di me, qualcosa si incrina. 

Quella che dovrebbe essere speranza, somiglia molto di più alla malinconia.

Ci muoviamo all’alba, come ha detto Omar.

La luce è ancora pallida quando lasciamo il rifugio.

La città si estende davanti a noi come un animale addormentato.

Strade vuote ed edifici piegati su se stessi fanno da sfondo ad una civiltà perduta da tempo. 

Eppure qualcosa riempie il silenzio.

La desolazione è solo apparente. 

Sentinelle.

Ovunque. 

Le vedo prima ancora di entrare davvero tra i palazzi.

Una sul tetto di un supermercato crollato.

Un’altra immobile in mezzo ad un incrocio.

Il loro ticchettio metallico arriva a ondate.

Martha sistema lo zaino sulle spalle di Steve con un gesto automatico.

«Se ti fai male di nuovo, giuro che ti lascio qui!» gli sussurra.

Steve sbuffa.

«Tranquilla, mamma. Al massimo moriremo tutti insieme!»

Martha gli rifila uno scappellotto, ma la tensione rimane palpabile. 

Ibrahim continua a guardarsi attorno nervosamente.

Non dorme da troppo tempo.

E si vede.

Sembra di guardare qualcuno che porta in giro l’ombra di se stesso.  

Arthur stringe la radio al petto e Lucas gli cammina accanto.

Omar apre la fila.

Io chiudo il gruppo.

Entriamo in città e attraversiamo il primo isolato senza problemi.

Al secondo, una Sentinella ci passa a pochi metri.

Restiamo immobili dietro il relitto di un’auto.

Il ticchettio rallenta.

I cuori mancano un battito all’unisono. 

Non facciamo un fiato.

La testa della Sentinella ruota lentamente.

Passa sopra il cofano arrugginito dell’auto.

Poi oltre.

Il ticchettio riprende il suo ritmo regolare e la Sentinella si allontana lungo la strada deserta.

Nessuno osa muoversi. 

Poi Steve espira piano.

«C’è mancato un pelo…» sussurra.

Martha gli dà una gomitata.

«Vuoi farla tornare indietro?», lo rimprovera.

«Sto solo aggiornando le statistiche…

Sopravvissuti: sette.

Sentinelle: troppe.»

«La matematica non è proprio il tuo forte, eh?»

Steve scrolla le spalle e sul suo viso compare un sorriso amaro.

«Ultimamente me la cavo con le sottrazioni.»

Per un attimo, nessuno dice niente.

Poi Omar si gira appena, scuro in volto.

«Se avete finito con il convegno di statistica…»

Fa un cenno verso la strada davanti a noi.

«Muoviamoci!»

Riprendiamo a camminare.

Ogni passo è calcolato.

Ogni respiro trattenuto.

Attraversiamo un vicolo stretto pieno di detriti.

Poi una piazza aperta dove un tempo doveva esserci un mercato.

Le bancarelle sono ancora lì.

Scheletri di ferro arrugginiti.

Una Sentinella pattuglia il lato opposto.

Aspettiamo che giri l’angolo.

Poi attraversiamo.

Steve zoppica, ma tiene il passo.

Martha gli resta accanto.

Anche Arthur cammina piano, ma non si ferma e Lucas gli resta vicino.

Ibrahim, intanto, continua a controllare ogni finestra. 

Ogni tetto. 

Ogni ombra.

Quando arriviamo all’ultimo isolato, Omar si blocca e alza una mano.

Davanti a noi la città finisce e la strada si apre.

Oltre gli edifici distrutti si scorgono solo campi aperti.

Spazio. Aria. Libertà.

Niente palazzi, nessuna copertura.

Zero Sentinelle.

Lucas fa un passo in avanti, verso i campi.

Steve sorride.

«Beh», mormora piano, «questa volta credo che ce l’ab—»

Un rumore metallico interrompe la frase.

Secco.

Improvviso. 

Dietro di noi.

Mi volto.

Ibrahim è immobile.

Il suo piede ha urtato una lamiera arrugginita.

Il pezzo di metallo oscilla ancora e il suono rimbomba tra gli edifici.

Il ticchettio si ferma di colpo.

Una.

Due. 

Poi tre.

Vedo Sentinelle ovunque.

Emergono dalle strade laterali.

Dai tetti.

Dalle ombre tra i palazzi.

Omar abbassa la voce.

«Nessuno si muova.»

Ma Ibrahim respira troppo forte.

Gli occhi sgranati dalla paura.

«Non… non possiamo restare qui.»

«Ibrahim…» dice Martha piano.

Lui scuote la testa.

Fa un passo indietro.

Poi un altro.

Il tallone scivola su un sasso e cade rovinosamente.

Il colpo sull’asfalto risuona come uno sparo.

Le Sentinelle si attivano.

Il ticchettio accelera.

In un secondo, ci disperdiamo per ripararci. 

Cerco Lucas in mezzo alla confusione e, quando lo trovo, scopro che è il più esposto.

Nello stesso istante, una Sentinella gira la testa verso di lui. 

Corro, ma Omar è più veloce.

Lo afferra per il colletto e lo trascina dietro il muro di un edificio crollato.

La Sentinella colpisce l’aria nell’esatto punto in cui si trovava un istante fa.

Arthur, invece, non si accorge in tempo del ticchettio dietro di lui e quando comincia a correre è già troppo tardi.

Inciampa e la radio scivola dalle sue mani.

Lucas prova a tornare indietro, ma Omar lo blocca con una presa ferrea.

Arthur raccoglie la radio e la stringe al petto.

Per un istante, il suo sguardo incontra quello di Lucas.

Poi Arthur preme il pulsante e la radio gracchia.

«Andate», ordina. 

Dopodiché gira lentamente la manopola e, all’improvviso, della musica riecheggia nell’aria.

Vecchia. Distorta.

Ma abbastanza forte da riempire la strada.

Le Sentinelle si fermano.

Le teste metalliche si girano verso il suono.

Arthur alza il volume.

Il ticchettio cambia direzione.

Le Sentinelle si muovono unanimemente verso di lui. 

Omar non aspetta oltre e trascina Lucas via con sé.

Lui si ribella ma l’uomo è più forte. 

Corriamo a perdifiato.

Attraversiamo la strada.

Superiamo l’ultimo isolato con il respiro che brucia nei polmoni.

Dietro di noi, la musica continua.

Sempre più lontana.

Sempre più debole.

Poi, uno sparo squarcia il cielo. 

Preciso. 

Fulmineo. 

La musica si interrompe. 

Il colpo rimbalza tra i palazzi vuoti.

Lucas si blocca.

Ha ancora la radio che gli ho regalato tra le mani.

La stringe forte al petto come faceva Arthur.

E, per la prima volta da quando lo conosco, non dice una parola.

Nessun altro parla finché la città non è alle nostre spalle.

A quel punto, il rumore delle Sentinelle svanisce e il silenzio si insinua tra di noi. 

Camminiamo ancora per un po’, attraversando i campi senza una direzione precisa.

Quando Omar finalmente rallenta, capisco che siamo abbastanza lontani.

Martha si avvicina piano e posa una mano sulla spalla di Lucas. 

«Ehi…»

Lucas alza appena lo sguardo.

Gli occhi sono lucidi, ma non piange.

«Possiamo fermarci un momento?» chiede. 

Omar annuisce.

Ci sistemiamo tra l’erba alta.

Il vento piega lentamente gli steli intorno a noi.

Lucas si siede e resta immobile, con le dita serrate così forte intorno alla radio che le nocche gli diventano bianche.

Steve si lascia cadere a terra con un gemito.

Ha il respiro corto e pesante di chi ha corso troppo, quando fatica anche solo a camminare. 

Martha si inginocchia accanto a Lucas.

Non dice nulla. 

Rispetta il suo silenzio e gli appoggia solo una mano sulla schiena.

Un gesto lento e delicato in cui racchiude tutta la sua vicinanza. 

Lucas non reagisce.

Continua a fissare il vuoto davanti a sé.

Ibrahim resta in piedi a qualche metro di distanza.

Le braccia lungo i fianchi e gli occhi incollati al terreno.

Come se non avesse il coraggio di guardare nessuno di noi. 

Il silenzio si allunga, inglobando tutto.

Poi, Steve si alza di colpo. 

Il movimento è rapido e improvviso.

Scatta come un elastico tirato troppo e si piazza davanti a Ibrahim, i cui occhi rimangono fissi a terra. 

«Dì qualcosa», lo esorta. 

La voce di Steve è bassa, tesa.

Ibrahim non si muove.

«Guardami.»

Ancora niente.

Steve fa un ulteriore passo verso di lui, finché i due non si ritrovano naso a naso. 

«Ti ho detto di guardarmi!»

Nei suoi occhi compare un strano luccichio, mai visto prima. 

Non alza la voce, né fa movimenti bruschi.

Eppure, mi paralizzo all’istante. 

Martha si gira di scatto. 

«Steve…» prova a richiamarlo.

Ma è troppo tardi.

Lui scatta come un cobra e lo afferra per la giacca.

«Hai idea di cosa hai fatto?»

Ibrahim finalmente alza lo sguardo.

Ha gli occhi rossi e, al tempo stesso, vitrei. 

«Si…»

Steve scuote la testa.

«No che non lo sai.»

«Steve!» ripete Martha, riprendendolo. 

Ma lui la ignora.

«Arthur è morto per colpa tua!»

L’accusa cade pesante come un macigno. 

Le parole restano sospese nell’aria.

Ibrahim non prova a difendersi.

Non dice una parola.

E questo fa infuriare Steve ancora di più.

«Non hai il coraggio di dire niente?»

Un attimo.

Poi Ibrahim sussurra:

«Succede.»

Steve resta immobile e lo incenerisce con lo sguardo. 

«Cos’è che hai appena detto?»

«Succede…» ripete Ibrahim. 

Deglutisce a fatica, quindi termina la frase.

«Quando hai paura.»

Il suo sguardo si perde nei campi.

«La prima volta che è successo…»

La voce gli si spezza.

«Sono morti tutti quanti.»

Il silenzio torna a inghiottire ogni cosa.

Steve allenta la presa.

«La mia famiglia», continua Ibrahim, «non sono riuscito a proteggere neanche loro.»

Le mani cominciano a tremargli.

«Sono scappato.»

Abbassa lo sguardo.

«Proprio come oggi.»

Steve lo lascia andare.

Si passa una mano sul viso.

Frustrato.

Stanco.

Martha si alza e si avvicina a Ibrahim.

Gli prende il viso tra le mani.

«Guardami…»

Questa volta Ibrahim obbedisce all’istante.

«Non sei tu il mostro.»

La sua voce è calma.

Ferma.

«Sono sicura che se Arthur fosse ancora qui, ti direbbe la stessa cosa.»

Ibrahim chiude gli occhi.

Le spalle gli cedono leggermente.

Poi, crolla a terra in un pianto disperato. 

Riesco a vedere tutta la sua fragilità. 

Tutto il suo dolore. 

Capisco la rabbia di Steve, ma anche la compassione di Martha.

Ibrahim non è stato cattivo o codardo. 

È stato solo… 

umano. 

Il pianto riempie lo spazio tra di noi.

Nessuno sa cosa fare.

Poi, inaspettatamente, si avverte un movimento.

«Lucas…» sussurra Martha.

Ma lui non si ferma.

Cammina verso Ibrahim.

Passo dopo passo.

Si ferma davanti a lui.

Esita un momento.

Poi si accovaccia al suo fianco e resta lì.

In silenzio.

Il pianto di Ibrahim si spezza in singhiozzi irregolari.

Lucas abbassa lo sguardo.

«Anche io…» dice piano. 

«Anche io ho perso i miei genitori.»

Il vento muove l’erba intorno a noi, mentre assistiamo alla scena, increduli. 

«So cosa si prova.»

Stringe la radio al petto, più forte.

«Sembra che…

dopo…

non resti più niente.»

Ibrahim smette di singhiozzare e il suo pianto si affievolisce.

«Ma, per fortuna, c’era lei…»

Lucas alza lo sguardo e, per un istante, i suoi occhi incontrano i miei. 

«Io ho ancora mia sorella.»

Dentro di me succede qualcosa.

Qualcosa che non so spiegare.

Qualcosa che mi stringe il petto con una forza tale da farmi quasi male.

E, allo stesso tempo, incredibilmente bene. 

Lucas torna a guardare Ibrahim.

«E anche tu…»

Fa un cenno nella nostra direzione. 

«Hai ancora tutti noi.»

Ibrahim alza la testa e ci guarda, come se cercasse la nostra approvazione.

Alla fine, il suo sguardo si posa su Steve. 

A quel punto, Lucas aggiunge, con una semplicità disarmante:

«Compreso Steve. Non è vero?»

Steve sbuffa.

Lucas lo guarda, in attesa. 

Steve incrocia le braccia.

«Non mettermi in mezzo, moccioso.»

Ma non c’è rabbia nella sua voce.

Solo stanchezza.

E qualcosa che somiglia molto alla resa.

Lucas non distoglie lo sguardo.

Steve lo sostiene.

Resiste un secondo.

Due.

Alla fine sospira.

«…Sì.»

Fa un mezzo cenno con il capo.

«Compreso me.»

Ibrahim abbassa lo sguardo.

Le lacrime continuano a scendere, ma qualcosa è cambiato.

Non è solo e, finalmente, lo sa. 

Martha si asciuga una guancia.

Omar osserva la scena in silenzio.

Io resto immobile.

A guardarli.

A guardare lui.

E mi rendo conto di una cosa.

Prima eravamo solo io e Lucas.

Il mio unico scopo era proteggerlo.

Tenerlo lontano da qualunque pericolo.

Vale a dire da tutto. 

Perché ciò che non conoscevo rappresentava una minaccia.

Ma, adesso, le cose sono cambiate.

Non siamo più soli.

E, per la prima volta da quando tutto è cominciato, non so dire se questo mi provochi più paura o sollievo.

Quando il sole è ormai basso e il cielo si è tinto di arancione, decidiamo che è giunto il momento di rimetterci in cammino.

Nessuno ha davvero fame.

Nessuno parla molto.

Ognuno raduna le poche cose che ha. 

Una volta pronti, Lucas si alza e raccoglie alcune pietre dal terreno.

Per un attimo, tutti lo osserviamo ma nessuno capisce.

Poi Martha si unisce a lui.

E, uno alla volta, anche noi facciamo lo stesso.

Costruiamo un piccolo cumulo.

Non è grande.

Non è perfetto.

Ma è tutto quello che possiamo fare.

Steve sistema l’ultima pietra con più attenzione delle altre.

Come se volesse rimediare a qualcosa.

Ibrahim resta qualche passo indietro.

Esita.

Poi si avvicina lentamente.

Si inginocchia.

Appoggia la sua pietra sopra tutte le altre con le dita che gli tremano ancora e sussurra: «Mi dispiace».

Il vento soffia tra i campi.

Muove l’erba intorno a noi.

Per un momento, sembra quasi di sentire una voce.

Omar osserva il cumulo.

Poi dice piano:

«Se non fosse stato per lui, nessuno di noi sarebbe qui, oggi.»

Annuisco perché è vero.

Lucas stringe la radio e gira appena la manopola.

Si sente un fruscio.

Poi un lieve accenno di musica.

È debole, distorta.

Ma è la stessa di prima.

La stessa che ci ha permesso di fuggire.

La stessa con cui Arthur ha compiuto il suo sacrificio. 

La stessa per cui gli abbiamo detto addio.

Tutti si immobilizzano.

Nessuno parla.

Nessuno si muove.

Lasciamo che la melodia riempia l’aria e ci avvolga per qualche secondo.

Poi, il suono si affievolisce e tra noi torna il silenzio.

Solo a quel punto, ci rimettiamo in viaggio. 

Per noi. 

Per Arthur.

Camminiamo in silenzio.

I passi lenti, quasi automatici.

Il cielo sopra di noi si spegne poco a poco, inghiottendo gli ultimi rimasugli di luce.

Non guardo nessuno.

E nessuno guarda me.

Dopo un po’, Omar rallenta e si volta verso di noi.

«Non dovrebbe mancare molto», annuncia. 

La sua voce è bassa, ma abbastanza sicura da farci tirare avanti.

Riprendiamo a seguirlo.

Con il terreno sotto i piedi irregolare e l’erba alta che ci sfiora le gambe.

Continuiamo così per diverse ore. 

Adesso che la notte è calata, il vento è più freddo e ci sferza la faccia.

Mi volto istintivamente verso Lucas.

È ancora in piedi.

Ma qualcosa non va.

I suoi passi sono più lenti.

Incerti.

Tiene la radio stretta al petto, ma le braccia sembrano pesargli.

Gli occhi sono socchiusi.

«Lucas…»

Non risponde.

Fa un passo.

Ancora un altro.

Poi, le gambe gli cedono.

Il suo corpo si piega in avanti.

La radio gli scivola quasi dalle mani.

Lo afferro prima che tocchi terra.

Lo tengo stretto.

È leggero.

Troppo leggero.

«Lucas, guardami.»

Le sue palpebre tremano appena.

«Non…» sussurra.

«Non volevo… fermarmi.»

«Shh.»

Gli sistemo una mano tra i capelli.

«Va bene così.»

Martha è già accanto a noi.

«Ha bisogno di riposare», dice piano.

Omar si avvicina.

Osserva la scena per un istante.

Poi sospira.

«E va bene. Fermiamoci.»

Steve lascia uscire un mezzo sospiro di sollievo.

«Finalmente una decisione intelligente!»

Nessuno gli risponde.

Omar si china verso Lucas.

«Non ha dormito, vero?»

Scuoto la testa.

«Nemmeno per un secondo.»

Omar annuisce lentamente.

Poi, senza dire altro, si rialza e si guarda intorno, ispezionando l’area.

A parte noi, c’è solo un’immensa distesa senza vita. 

Ma siamo comunque troppo scoperti. 

«Qui può andare bene», dice Omar. 

«Però, per sicurezza, faremo turni di guardia», aggiunge immediatamente dopo. 

Annuisco perché mi sembra una buona idea. 

Martha sta già tirando fuori la coperta.

Ma io non lascio Lucas.

Non ancora.

Il suo respiro è lento adesso.

Profondo.

Come se il corpo avesse deciso per lui.

Come se non potesse più aspettare.

E, mentre lo tengo stretto, sento di nuovo quella morsa al petto.

Quella strana sensazione a cui non so dare un nome e che, per qualche motivo, non voglio perdere.

Alla fine lo adagio sull’erba, appoggiandogli  delicatamente la testa sopra lo zaino, così che possa fargli da cuscino. 

Martha si avvicina piano e gli sistema con delicatezza la coperta sulle spalle, come fosse suo figlio.

«Era molto affezionato ad Arthur», sospira.

«Lo eravamo tutti», soggiunge Steve.

Martha distende le labbra in un lieve broncio e annuisce appena.  

Dopodiché, il silenzio torna a posarsi su di noi.

Omar si allontana di qualche passo.

«Inizio la guardia», comunica. 

«Vengo con te», gli faccio eco io. 

Lo seguo e restiamo in silenzio per un bel po’.

Quando tutti si addormentano, mi decido a parlare. 

«Volevo solo dirti…»

Accenno a Lucas con lo sguardo.

«Grazie.»

Omar scrolla le spalle.

«Era il più vicino.»

«Non è vero. Se non fosse stato per te…»

Rivedo mentalmente la scena e mi blocco di colpo, pensando a cosa sarebbe potuto succedere. 

«Gli hai salvato la vita», ammetto infine. 

Omar mi guarda e resta in silenzio per qualche secondo.

Poi afferma: «Lo rifarei.»

Lo guardo per un lungo istante. 

Sono abituata a non chiedere niente a nessuno.

Ma, questa volta, lo faccio.

«Senti, se dovesse succedere qualcosa…»

Omar capisce subito.

«Non succederà.»

«Tu promettimelo comunque.»

Mi osserva. 

Poi guarda Lucas che dorme.

La radio stretta al petto come fosse un peluche.

Sospira.

«D’accordo.»

Tende la mano.

«Te lo prometto.»

Annuisco e la afferro saldamente, per suggellare il patto. 

Quando torniamo dagli altri, il sole è già alto. 

Ibrahim ha gli occhi spalancati.

Fissi su un punto imprecisato di fronte a sé. 

Come se non li avesse mai chiusi davvero.

Martha li apre non appena ci sente arrivare. 

Steve, invece, dorme ancora.

E anche Lucas, con la coperta tirata fin sotto il mento.

Rannicchiato com’è, sembra ancora più piccolo.

Più fragile. 

Ma so che non lo è. 

Ha dimostrato di avere più tempra di tutti noi messi assieme.  

Lo guardo per qualche secondo e mi sorprendo a pensare a quanto mi piacerebbe vederlo così anche da sveglio. 

Sereno.

Senza un solo pensiero al mondo. 

È così che dovrebbe essere per un bambino. 

Steve si muove interrompendo il flusso dei miei pensieri. 

Borbotta qualcosa di incomprensibile e si rigira su un fianco.

«Buongiorno, dormiglione!» lo prende in giro Martha. 

Lui socchiude un occhio e si passa una mano sul viso. 

«Se non c’è caffè, non è mai un buongiorno», afferma. 

Ma si tira su comunque e, a quel punto, anche Lucas si sveglia. 

Tira giù la coperta insonnolito, scoprendo la radio che ha tenuto stretta a sé tutta la notte e resta con gli occhi socchiusi per qualche secondo.

Come se dovesse ancora mettere a fuoco dove si trova.

Poi, alza lo sguardo e incrocia il mio.

Ha gli occhi tristi ma, nonostante tutto, riesce a sorridermi.

Ancora una volta, mi stupisce scoprire quanta forza possa contenere un corpicino così piccolo.

«Hai dormito?» chiede Martha piano.

«Un po’», risponde lui con la voce impastata dal sonno. 

Allora lei gli sistema la coperta sulle spalle.

Un gesto spontaneo.

Materno.

Steve li osserva.

Poi indica la radio.

«Quella ormai fa parte di te, eh?»

Lucas si stropiccia gli occhi e alza lo sguardo verso di lui.

«È la mia bussola.»

Steve corruga la fronte.

Lucas scrolla le spalle e spiega:

«Mi ricorda dove devo andare.»

Steve lo fissa sbigottito. 

Mi sembra di leggergli nella mente mentre si domanda da dove provenga tutta quella saggezza.

Lo so perché me lo chiedo sempre anche io. 

Lucas fa questo effetto. 

Alla fine, Steve accenna un mezzo sorriso.

«Beh, in questo caso non perderla mai!»

Martha osserva la scena con tenerezza.

Poi mi rivolge uno sguardo complice e, nei suoi occhi, vedo ardere una luce diversa. 

Calda.

Protettiva.

Istintivamente torno a guardare Lucas e, quando incrocio di nuovo il suo sguardo, capisco.

È la stessa luce che vedo riflessa nei miei. 

«Mi dispiace interrompere il momento, ma dobbiamo andare», interviene Omar con fermezza. 

E, questa volta, nessuno protesta.

Riprendiamo a camminare, con il sole che batte sulle nostre teste.

La luce invade tutto.

Ma, questa volta, non mi pesa.

Anche se di giorno siamo più esposti, adesso ci sono altri che ci guardano le spalle.

Ripenso alle parole di Lucas e, all’improvviso, me ne rendo conto.

È lui la mia bussola. 

Ci muoviamo, sì.

Ma verso una meta.

E questo è decisamente meglio che restare fermi. 

In tutti i sensi. 

Passo dopo passo, il terreno cambia sotto i nostri piedi.

L’erba si dirada, diventando più bassa.

Più uniforme.

Il vento si calma, come se anche lui trattenesse il respiro.

«Quanto manca?» chiede Steve a quel punto. 

Omar non risponde, ma subito dopo rallenta e alza la testa.

«Guardate.»

Seguo la direzione del suo sguardo.

All’inizio non vedo niente.

Solo luce.

Poi, qualcosa cambia.

All’orizzonte, dove il cielo incontra la terra, qualcosa rompe la monotonia dei campi.

Compare una linea.

Netta.

Innaturale.

Non può essere una collina.

È troppo precisa.

Troppo perfetta.

Facciamo ancora qualche passo.

E quella linea prende forma.

Si alza.

Si estende.

Una struttura.

Immensa.

Silenziosa.

Intatta.

«È…?» sussurra Martha.

Nessuno osa dirlo.

Ma lo sappiamo tutti.

Lo sentiamo prima ancora di capirlo. 

Lucas accelera di colpo, gli occhi spalancati.

Avverto qualcosa crescere dentro di me. 

Qualcosa che somiglia alla speranza.

Omar annuisce e termina la frase. 

«È l’Oltre.» 

Lo dice piano.

Come se nominarlo potesse farlo sparire.

Nessuno parla.

Nessuno si muove.

Poi Steve scoppia in una risata incredula.

«Non ci credo.»

Si passa una mano tra i capelli.

«Non ci credo davvero!»

Sento qualcosa sciogliersi dentro.

Una tensione che non sapevo nemmeno di avere.

Come se il peso che ci portiamo addosso da giorni, mesi, stesse finalmente svanendo.

E tutto acquisisse improvvisamente un senso. 

Lasciare il rifugio, fidarsi di Lucas, superare la diffidenza verso tutti gli altri.

Il sacrificio di Arthur…

Lucas fa un altro passo avanti.

La radio stretta tra le mani. 

«Ce l’abbiamo fatta!»

Sorride, questa volta per davvero. 

E lo faccio anche io.

Per un attimo, per un solo fugace momento, provo davvero qualcosa di molto simile alla gioia. 

Ma è proprio allora che succede.

Un suono.

Metallico.

Lontano.

Poi un altro.

Mi fermo di colpo.

Ci mettiamo in allerta. 

«Avete sentito?» sussurra Martha.

Non serve rispondere.

Lo sentiamo tutti.

Ma questa volta è diverso.

Il ticchettio non è sparso.

Non è casuale.

È… sincronizzato.

Omar si immobilizza.

Gli occhi fissi davanti a sé.

Per la prima volta da quando lo conosco, lo vedo esitante.

«No…» mormora.

Un’ombra si muove lungo il confine.

Seguita da un’altra.

E un’altra ancora.

Non stanno pattugliando.

Non stanno cercando.

Stanno aspettando.

Mi raggelo. 

«Omar…» dico piano.

Lui non mi guarda.

Non subito.

Poi parla.

E le sue parole cambiano tutto.

«Non dovevano essere qui.»

Silenzio.

Un secondo.

Forse due.

Poi il ticchettio aumenta.

Si moltiplica.

Ci circonda.

E in quell’istante capisco.

Per arrivare alla salvezza dovremo superare qualcosa di molto peggiore.

Omar arretra istintivamente.

«Indietro», sussurra.

Ma è troppo tardi.

Le Sentinelle emergono lateralmente, costeggiando il confine dell’Oltre.

Senza avvicinarsi troppo.

Una dopo l’altra.

Come se sapessero esattamente fin dove potersi spingere.

Non si muovono a caso.

Non pattugliano.

Sono ferme.

Precise. 

Allineate.

Come un esercito. 

Come se stessero aspettando noi.

Lucas si stringe a me.

«Perché non attaccano?» chiede piano.

Nessuno risponde.

Nemmeno io.

Le osservo.

Una.

Due.

Dieci.

Troppe.

Eppure nessuna si muove.

Nessuna avanza.

Il ticchettio continua.

Regolare.

Sincronizzato.

Come un unico respiro.

Omar stringe la mascella.

«È una barriera», dice.

Steve scuote la testa.

«No, non è una barriera. È…»

Si interrompe.

Perché in quell’istante accade.

Una delle Sentinelle si muove.

Viene verso di noi.

Verso di me.

Fa un passo.

Poi un altro.

Lento.

Preciso.

Lucas trattiene il fiato.

Omar si mette davanti a lui.

Ma io non mi muovo.

Resto ferma.

Immobile. 

La Sentinella si avvicina.

Ci siamo. 

La resa dei conti. 

Il momento che ho sempre temuto è arrivato. 

Mi preparo all’impatto. 

La testa della Sentinella si inclina.

Una luce fredda mi attraversa. 

Il tempo si dilata.

Tutti aspettano l’attacco.

Il colpo.

La fine.

Ma non arriva.

La Sentinella termina l’analisi. 

Poi, una voce metallica rompe il silenzio:

«IDENTIFICAZIONE TERMINATA. UNITÀ EMPATICA: EVE-300.»

Il mondo si ferma.

«Ma che…» sussurra Martha.

Steve fa un passo indietro, inorridito.

«No. No, no…»

Omar mi guarda.

E nei suoi occhi c’è solo una cosa.

Comprensione.

Fredda. Lucida. Inevitabile.

«Eve…» sussurra Lucas, confuso.

Non lo guardo.

Non posso.

Perché adesso non c’è più niente dietro cui nascondermi.

La verità è tutta lì.

E gli è crollata addosso come una valanga. 

Fredda. 

Copiosa. 

Ineluttabile. 

Prendo coraggio e inizio a parlare. 

«Tu mi conosci come Eve…» dico, fissando il terreno.

«Ma io nasco come EVE-300.»

Aspetto una reazione. 

Ma non arriva. 

Il silenzio si allunga.

Pesante.

Irreale.

«Non sono tua sorella», ammetto alla fine.  

Dalla mia voce non trapela alcuna esitazione, ma come per un cortocircuito, qualcosa dentro di me si spezza.

Alzo appena lo sguardo.

«Sono un Robot.»

Silenzio.

Poi Ibrahim scuote la testa, indietreggiando.

«È impossibile…» mormora.

«Quando sono arrivate le Sentinelle, li hanno disattivati tutti.»

«Sì.»

Faccio una breve pausa. 

«Tutti quelli che hanno completato la loro funzione.»

Gli occhi di Omar si stringono impercettibilmente.

Capisce già dove sto andando a parare.

«Osservare gli umani, registrare i loro comportamenti… era questo il mio compito.»

La mia voce è piatta.

Meccanica.

«Ma non ho mai fatto rapporto.»

Gli occhi di Lucas si riempiono di qualcosa che non riesco a sostenere.

«Perché?» sussurra.

Chiudo gli occhi un istante.

Poi li riapro.

E, questa volta, trovo il coraggio di guardarlo.

«Perché quando sei arrivato tu…

qualcosa è cambiato.»

Il vento si alza leggermente tra l’erba.

«La mia attenzione ha iniziato a concentrarsi su di te con una frequenza che non rientrava nei parametri iniziali.»

Deglutisco.

Non serve, ma lo faccio lo stesso.

«Il tuo benessere è diventato… prioritario.»

Lucas mi fissa.

«Tu mi hai mentito…»

La frase arriva piano.

Non c’è rabbia o risentimento.

Solo… smarrimento.

Scuoto appena la testa.

«Non era previsto che sviluppassi un legame…»

Il tono della mia voce cambia impercettibilmente.

«Ma è successo.»

Lucas continua a guardarmi, ma non dice una parola. 

«Quella notte…», continuo, «quando ti ho nascosto…»

Le immagini scorrono veloci.

«Non ho rispettato gli ordini. Ho fatto qualcosa per cui non ero stata programmata.»

Tutti ascoltano in silenzio. 

«Ho disubbidito ai comandi. Ho scelto…»

Gli occhi di Lucas tremano.

«Ho scelto te.»

Le prime lacrime iniziano a scendere sul suo viso. 

Lente.

Silenziose. 

Implacabili. 

Poi, il ticchettio attorno a noi cambia.

Diventa più rapido.

Più teso.

La Sentinella inclina di nuovo la testa.

La voce torna.

Fredda.

Tagliente.

«PERCHÉ?»

Un’altra Sentinella avanza di mezzo passo.

Mi irrigidisco.

«Perché avete sbagliato i calcoli.»

Mi metto in guardia. 

Un segnale acustico attraversa l’aria.

«ANOMALIA RILEVATA. DEVIAZIONE DAL PROTOCOLLO. UNITÀ NON CONFORME.»

Il mio corpo si tende, come attraversato da un impulso elettrico.

Il suono acuto di una sirena esplode intorno a noi.

«TRADIMENTO. TRADIMENTO.»

Il ticchettio aumenta. 

Scatto in avanti, pronta a combattere. 

«Correte», urlo.

«Ora!»

Le Sentinelle si attivano tutte insieme.

E, questa volta, arrivano davvero. 

Si muovono con precisione matematica. 

Il gruppo inizia a correre. 

Ognuno segue una direzione diversa, ma tutti puntano verso la stessa meta. 

Una Sentinella si lancia su Steve.

La gamba ferita gli cede appena, ma riesce comunque a spostarsi e a trascinarsi fuori traiettoria.

Un’altra taglia la strada a Martha.

Ma Martha non si ferma.

All’ultimo secondo devia.

Si lascia cadere a terra e rotola tra l’erba alta.

Ibrahim inciampa, si rialza e corre ancora più veloce, senza guardarsi indietro.

Lucas si immobilizza. 

Completamente paralizzato. 

Omar lo afferra e lo trascina via con sè. 

Ma lui si volta verso di me.

Sempre verso di me.

Io, però, resto indietro.

Valuto distanze, tempi, priorità. 

Una Sentinella solleva l’arma e me la punta contro. 

È la stessa che ha dato il via al protocollo di eliminazione. 

Scatto in avanti e le arrivo addosso prima che possa sparare.

Le afferro il polso e lo ruoto finché l’arma non è rivolta verso di lei. 

A quel punto, premo il grilletto.

Il colpo parte diretto.

Metà della testa meccanica si apre, rivelando cavi che iniziano a produrre scintille. 

Poi, viene scossa da una serie di scariche elettriche.

Infine, va in cortocircuito e cade al suolo con un tonfo metallico. 

L’arma passa nelle mie mani appena in tempo. 

Un’altra Sentinella ha quasi raggiunto Martha.

Miro di nuovo alla testa, ma non riesco a centrarla. 

L’arma è più pesante di quanto sembri.

Vibra.

Come se fosse viva.

Alla fine riesco a colpirla più in basso, alla base del collo. 

La Sentinella si blocca di colpo.

Poi riprende a muoversi con scatti irregolari e violenti. 

Non crolla come la prima, ma riesco comunque a rallentarla. 

Martha non si volta nemmeno.

Corre.

Steve non è altrettanto veloce.

La sua Sentinella è già su di lui.

Io avanzo.

Devio un colpo, schivandolo per pochi millimetri.

Il mio corpo reagisce in automatico.

Prima ancora che riesca a pensare.

Punto l’arma e sparo. 

Questa volta la centro in pieno e la Sentinella cade sotto la sua stessa arma di distruzione. 

Steve si gira un secondo.

Mi guarda.

Non dice niente.

Poi riprende a correre al meglio delle sue possibilità.

Ibrahim è più avanti di tutti.

Quasi al confine.

Quasi in salvo.

Calcolo traiettorie.

Velocità.

Distanze.

Ma le Sentinelle sono troppe.

E sono sempre più vicine.

Il ticchettio riempie tutto.

Inizio a sparare in aria, cercando di replicare quello che ha fatto Arthur con la musica e sperando che sortisca lo stesso effetto. 

Per fortuna ce l’ha. 

Le Sentinelle si girano di colpo e cominciano a venire verso di me. 

Continuo a sparare all’impazzata contro di loro così da dare abbastanza vantaggio al gruppo.

Vedo Ibrahim superare il confine, seguito da Martha che trascina con sé anche Steve. 

Subito dopo, vengo attraversata da un picco di energia. 

È la sensazione più simile all’adrenalina che abbia mai provato. 

Poi, la vedo. 

Senza alcun preavviso, una Sentinella cambia direzione.

Non punta più a me.

Punta a Omar. 

E Lucas.

Il tempo si restringe.

Una sola traiettoria.

Non penso.

Scatto.

Corro più veloce che posso.

La Sentinella alza l’arma.

Seguo la traiettoria e vedo il punto preciso verso cui sta mirando. 

La schiena di Lucas. 

Accelero. 

Sempre di più. 

Finché le gambe non si surriscaldano. 

Mancano solo pochi metri. 

Poi, un colpo squarcia il cielo.

Proprio come quella notte. 

«Lucas!» urlo, lanciandomi contro di lui.

L’impatto arriva violento.

Il suo corpo viene spinto in avanti.

Oltre la soglia.

Omar lo afferra al volo.

Cadono entrambi dall’altra parte del confine.

Lucas resta a terra.

Immobile.

E, in quel momento, il mondo si ferma.

Per un istante, nessuno respira.

Poi, Lucas si muove.

Un respiro spezzato.

Le dita che si contraggono.

È vivo.

Sono riuscita a salvarlo.

Omar lo aiuta a sollevarsi.

«Lucas…»

Ma Lucas non lo ascolta.

I suoi occhi sono già su di me.

Allora realizzo. 

Non hanno colpito lui.

Hanno colpito me. 

Avverto un crepitio sotto la pelle.

Un’anomalia.

Parte dalla schiena e… si sta propagando.

Guardo in basso.

Il punto d’impatto è dietro.

Ma lo sento attraversarmi.

Come una frattura interna.

Poi, una linea sottile si apre lungo il fianco.

Non è una ferita.

È una fessura.

La superficie si separa appena.

Sotto, non c’è sangue.

C’è luce.

Fredda.

Instabile.

Si dirama come un circuito danneggiato.

Provo ad allungare una mano verso Lucas ma una scarica mi attraversa il braccio.

Le dita tremano.

E anche dalle giunture comincia a filtrare luce.

Non perché siano state colpite, ma perché il sistema sta lentamente cedendo.

Le Sentinelle si muovono all’unisono. 

Vengono verso di me. 

Ma questa volta non mi preoccupo. 

Adesso so che gli altri sono al sicuro.

Che Lucas lo è. 

Man mano che si avvicinano, i loro movimenti cambiano. 

Diventano sempre più irregolari.

Più scattosi.

Il campo elettromagnetico distorce i loro sistemi. 

Così come il mio. 

All’improvviso si fermano. 

Tutte.

Restano lì per un istante. 

Poi si voltano.

E se ne vanno.

Come se di colpo avessero perso tutto l’interesse. 

Come se non fossimo mai esistiti. 

La barriera funziona. 

Blocca loro.

E blocca me.

È la loro criptonite. 

Ma anche la mia. 

Provo a fare un passo.

Ma il sistema risponde in ritardo.

Poi un altro.

Più lento.

Allungo una mano verso Lucas.

Le dita tremano.

L’interferenza è troppo forte.

Le gambe cedono e, alla fine, cado a terra. 

Lui si alza.

Barcolla.

Fa un passo verso di me.

Poi un altro.

«Eve…»

La sua voce si rompe.

Mi guarda.

Io resto lì.

Sta piangendo.

Io non posso piangere.

Ma sento qualcosa che gli somiglia.

Non ero destinata a oltrepassare quella soglia.

L’ho sempre saputo.

Ma dirgli addio…

fa male lo stesso. 

«Non posso venire» gli dico.

«Perché?» urla. 

«Perché mi hai portato fin qui?»

Non rispondo subito.

Guardo il confine.

Sento l’interferenza attraversarmi.

Sempre più forte.

Poi torno su di lui.

«Te l’ho detto», dico alla fine.

«Sei sempre stato tu la mia priorità.»

Lucas scuote la testa.

«No…»

Fa un altro passo.

Omar prova a fermarlo.

Ma lui si divincola.

Arriva a pochi metri.

Lo guardo.

Memorizzo ogni dettaglio. 

«Tu…»

La voce gli trema.

«Tu mi hai mentito!»

«Lo so. Era l’unico modo per salvarti…»

Silenzio.

Il vento muove l’erba.

Il mio sistema segnala instabilità crescente.

Lucas deglutisce. 

Poi fa un altro passo, guardandomi dritto negli occhi.

«Ma tu… tu hai detto di essere mia sorella…»

Abbasso lo sguardo. 

«Mi dispiace averti mentito. Avrei tanto voluto esserlo davvero…»

Lui scuote la testa.

«Non mi importa.»

Le lacrime scorrono senza controllo.

«Tu sei mia sorella lo stesso.»

Il tempo si ferma.

Martha abbassa la testa.

Steve resta in silenzio.

Ibrahim stringe i pugni.

Nessuno parla.

Ma sui loro volti si legge tutto il dispiacere.

La frase resta lì.

Sospesa.

Tra noi. 

Incisa e più profonda di qualsiasi dato abbia mai registrato.

La memorizzo.

Omar si avvicina.

Si ferma accanto a lui.

Lo guardo. 

«Ricordati la promessa», dico. 

«Prenditi cura di lui.»

Omar annuisce.

Lucas si abbassa e allunga una mano per toccare la mia. 

Con le ultime forze, faccio lo stesso e allungo il braccio verso di lui. 

Le nostre dita si sfiorano.

Un ultimo contatto. 

Caldo.

Umano. 

Più reale di qualsiasi cosa abbia mai percepito.

Dopodiché il mio braccio smette di rispondere e ricade inerte sull’erba.

Omar poggia una mano sulla spalla di Lucas e lo invita a rialzarsi per tornare indietro. 

Al sicuro. 

Lucas esita. 

Poi indietreggia riluttante.

Senza mai smettere di guardarmi.

Quando è abbastanza lontano, si ferma.

Il gruppo si avvicina e si dispone accanto a lui, compatto. 

Come uno schieramento. 

Solo a quel punto, Omar risponde:

«Lo faremo tutti.»

Gli altri annuiscono. 

Sposto lo sguardo su ognuno di loro.

Mi aspetto di vedere rabbia e risentimento, ma trovo solo comprensione e… perdono. 

Persino Ibrahim e Steve si mostrano costernati.  

Martha, invece, mi sorride triste. 

Per la prima volta, le restituisco il sorriso senza pensarci un secondo. 

Poi torno a lui. 

E, allora, la vedo. 

La radio è ancora lì. 

Ai suoi piedi. 

La sua bussola.

Ripenso a tutte le volte in cui l’ha stretta

come se potesse davvero indicargli la strada e sorrido.

Adesso non ha più bisogno di me per sapere dove andare.

So che è vero. 

So che si prenderanno cura di lui. 

È in buone mani. 

La vista comincia ad offuscarsi. 

Ma io mi sento… in pace. 

Lucas mi ha dato uno scopo.

E io l’ho compiuto.

In quel momento capisco.

Non sono diventata umana.

Ho riconosciuto l’umanità in lui.

E l’ho scelta.

La visione si distorce progressivamente.

Sempre di più.

Fino ad oscurarsi del tutto. 

L’ultimo input visivo è lui che mi guarda.

Non come una macchina.

Come se fossi sua sorella.

E, proprio mentre mi sto spegnendo…

per la prima volta mi sento davvero viva.

Perché adesso so che, finché esisteranno persone come loro… come lui…

l’umanità non è perduta.

E per un breve, luminoso istante…

ne ho fatto parte anch’io.

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