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Classifica Libri
I MONDI POSSIBILI non sono sempre altrove: a volte abitano il nostro stesso corpo, nelle vite che avremmo potuto vivere e che continuano a esistere, in silenzio.
Non serve per forza scivolare nel fantastico o nel distopico per trovarsi davanti a mondi alternativi. Anche una sensazione sottopelle apre le porte a scenari alternativi, e allora LA SCELTA è tutta tra dire e non dire, tra il presentimento e le profezie che rischiano di avverarsi nel momento stesso in cui si dicono ad alta voce.

Paolo Calabrò, Mental Coach professionista ai sensi della Legge n. 4/2013-Norma UNI 11601:2024, è editor per le case editrici Il Prato e Bertoni e dirige la collana di filosofia “I cento talleri” dell’editore Il Prato (insieme a Diego Fusaro). Ha collaborato con l’Opera Omnia di Raimon Panikkar in italiano edita da Jaca Book. Da oltre sei anni insegna editing e scrittura creativa in presenza e online. Ha pubblicato cinque monografie filosofiche, cinque romanzi noir e il saggio Editing. Manuale per la revisione del testo in 101 passi.
LA SCELTA
«Esco».
Seduto a un angolo del divano, preso dalla lettura, alza lo sguardo verso la porta ma suo figlio già non è più lì: si è affacciato un attimo solo, giusto il tempo di dirgli che sta per uscire, per poi tornare a prepararsi in camera sua.
Gli sale un’ansia che non conosce. Che succede? Il ragazzo ha sedici anni, non è la prima volta che si vede con gli amici. Che cos’è quella sensazione mai provata prima, come se l’avessero gettato di peso in uno spazio buio, aperto ma senz’aria, dove non si sente, non si vede, non si muove nulla?
Dall’appartamento a fianco arriva il cigolio del balcone che si richiude: è un rumore fisso, due volte al giorno, lo aprono e lo richiudono, l’infisso di alluminio anodizzato stride sul pavimento, immagina i segni che ci saranno a terra. Perché non ci mettono un po’ d’olio? Perché non lo registrano?
Chiude il libro che ha in mano e lo appoggia sul tavolino. Si alza. Va incontro a suo figlio, arriva fino a metà corridoio. Si ferma. Che gli dico? si domanda. Torna a guardarsi dentro: ha capito che cos’è quella roba, è un presentimento, il pensiero che qualcosa capiterà al ragazzo, se solo lo lascerà uscire di casa.
Vorrebbe dirglielo, dirgli di rimanere con lui, cioè – che se invece gli dicesse quello che sente, allora sì che gli riderebbe in faccia. No: dirgli solo di restare a casa. Per una sera. Ecco il piano. Ma come fare? Senza un motivo, magari gli dice pure di sì; ma lo prenderà per pazzo. E poi, la prossima volta?
Il giovane gli passa davanti, si strofina l’asciugamano sui capelli bagnati. Lo vede, si ferma e gli fa:
«Che c’è papà?»
Senza aspettare la risposta, continua verso camera sua.
Rimane la seconda ipotesi, pensa lui: dire la verità. Poi uscirà lo stesso, però almeno l’avrà messo in guardia. Farà più attenzione. Ma no, così è ancora peggio: passerà la serata in mezzo alla sua stessa paura, se va bene; se no, per eccesso di cautela, farà qualcosa di insolito, di inadatto, di sbagliato. E sarà stato lui ad averlo causato. Come quando metti l’idea in testa a uno – quello nemmeno ce l’aveva – ma tu gli hai detto “Cerca di non andare al faro” e adesso quello pensa al faro, la cosa viene fuori con gli altri e magari ci vanno e poi qualcuno cade e si fa male. No, no, meglio di no.
Non resta che lasciar perdere. Non dire niente. E sperare che quel pugno di ferro che sente stretto sotto al cuore allenti la presa. Almeno un po’.
* * * * *
Quella serata non passa mai. Suo figlio è uscito da più di due ore, ma si sa, tra genitori e figli le parole non hanno mai lo stesso significato, soprattutto quando si dice “presto”, “tardi”, “ci penso io”, “non ho niente”.
Seduto di nuovo sul divano, il libro lo richiama dal tavolino a ogni battito di palpebre. Ma non ha voglia di leggere. Non riuscirebbe a concentrarsi. Ha un mare di alternative che gli ondeggiano nella mente: buone, cattive, perlopiù quelle. Continua a pensare alla telefonata che potrebbe arrivare da un momento all’altro per annunciargli il peggio.
Quelle immagini gli sembrano tutte delle possibilità: mondi possibili fra i quali non può scegliere. Se solo potessi, pensa. Ma non è così. Nessuno può scegliere, certo. Questo non lo consola. Eppure di quei mondi possibili ne accade solo uno; qualcuno la scelta la fa, pensa ancora. Non sa chi. Sa solo che non è lui.
Pensa a sua moglie, morta di cancro due anni prima. Se ci fosse lei… se ci fosse lei, cosa? si domanda. Niente, si preoccuperebbero in due. Ecco. Ma almeno lo farebbero insieme.
Mezzanotte è passata. È sfinito. La giornata è stata pesante, non tanto per il lavoro, ma per il sonno arretrato – ci vorrebbe un’altra vita solo per smaltirlo. Guarda l’orologio alla parete, di fronte a lui. Adesso lo chiamo, pensa. Ma sa che lo detesta: non vuole fare quella figura con gli amici. E poi, di nuovo, rischierebbe di farlo preoccupare. Suo figlio è un ragazzo sereno, ha sempre un sorriso disteso. Spera che rimanga sempre così. A quel pensiero si rilassa. E si addormenta.
* * * * *
La serratura scatta e lui si risveglia. Quando apre gli occhi, un istante dopo, suo figlio gli è già passato davanti come un’ombra.
«Ehi» dice, alzandosi dal divano con un guizzo sonnolento. «Sei tornato».
Dall’altra parte della casa non arriva nessuna voce; solo un passo cadenzato che ha qualcosa di insolito. Attraversa il corridoio cercando di spalancare gli occhi – non è così facile – e quando arriva in camera se li sta ancora stropicciando. Il ragazzo è seduto sul letto, con una gamba piegata che poggia a terra e l’altra distesa.
«Tutto a posto papà» dice. «Non ti preoccupare».
Solo allora si accorge che fuori sta facendo giorno. Che ore sono? Quanto tempo è passato?
«Il dottore ha detto che è una sciocchezza».
Come se avessero appena acceso la luce, vede il piede del giovane appoggiato al letto, senza scarpa – che cos’è, gesso quello? – un tutore al braccio, una stampella appoggiata al comodino.
«Che dottore?»
Il figlio ci mette un attimo a rispondere, come se dovesse prendere fiato.
«Siamo andati alla ex Saint-Gobain, avevano portato la chitarra, io non ho visto lo spuntone, non è stata colpa mia…»
Quell’ultima frase – strano – la sente pronunciare con una voce diversa: non è più quella del figlio. È la sua.
Non è stata colpa mia, pensa. Non ho potuto scegliere. Chi l’ha fatto, allora? Chi aveva scelto quel destino per lui?
«Tranquillo, papà. Al pronto soccorso hanno detto che sono stato fortunato. Potrò recuperare quasi del tutto».
Fuori fa giorno, accompagnato dal cigolio di un’anta di alluminio anodizzato che, faticosamente, si riapre.
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