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30 Marzo 2026

MONDI POSSIBILI/3

I MONDI POSSIBILI non sono sempre altrove: a volte abitano il nostro stesso corpo, nelle vite che avremmo potuto vivere e che continuano a esistere, in silenzio.

Dove il virtuale e il reale si intrecciano, il confine diventa sottile, ed è più facile ESSERE JOHN LUKE che affrontare le aspettative di chi ci conosce solo da un avatar.

Sara Servadei, giornalista e scrittrice

ESSERE JOHN LUKE

Un cielo perfetto e senza nuvole, come sempre. John Luke appoggia il casco sulla moto, srotola la cinghia per legarlo. Potrebbe non farlo, lo sa: i furti a Worldalike non esistono. Ma gli pare di essere sé stesso solo in quegli scarti, nelle parti in cui gli universi non coincidono, come se lì si nascondesse la vera cifra delle cose.

Davanti a lui, Violet lo imita. Lo guarda, sorride, sventola la catena facendola tintinnare. John Luke sa che lo fa solo perché lo fa lui, è diventato un gioco tra di loro, lo canzona per questo. Dice che loro fanno parte del “club dei lucchetti”, unici membri. E poi aggiunge sempre, anche oggi: «Così poi non ci dimenticheremo come fare, dopo LGF». Scandisce bene le lettere e gli fa l’occhiolino mentre la serratura si chiude con un suono secco, artificiale. Indossa la solita canotta leggera che ha sempre, quella della sera in cui si sono conosciuti: nera, corta, stretta. Le avvolge il seno generoso, si ferma appena sopra l’ombelico, scopre il diamantino verde che ci ha incastonato dentro. In realtà lui sa che non ce l’ha più, lei glielo ha detto: ha fatto rigetto, “è normale”. È difficile però immaginarla senza.

Si avvicina, gli sorride in quel suo modo che lo fa impazzire: genuino, quasi impacciato. Si appoggia contro di lui come sempre, gli occhi chiusi, il viso sollevato. È “un abbraccio senza braccia”, lei lo chiama così. Una delle tante, piccole cose stupide che lui ama di lei. Sente il peso della sua testa contro lo sterno, ha regolato il sensore perché lo riproduca fedelmente. Avvicina le labbra alla sua fronte per baciarla, ma lei inizia a scuotersi tutta come se avesse le convulsioni. Gli occhi si aprono e si chiudono, il corpo vibra come la corda di una chitarra, come se una forza superiore la stesse trascinando via. Arriva appena a fare ciao con la mano, poi si blocca in una posa innaturale.

È suo padre, lo sa. L’ha scollegata a forza perché è quasi ora di cena, e da quando la madre di Violet è stata presa, l’anno scorso, lui ha deciso che le incombenze in casa toccano a lei. E infatti subito arriva il messaggino: «Scusa, cucina. Però poi parliamo bene di LGF».

Gianluca abbassa le cuffie, spegne il sensore. La realtà, questa terra di mezzo tra una connessione e l’altra, lo colpisce come sempre con la sua aggressività, l’odore acre di muffa, il disordine. Il letto è disfatto e la scrivania è ingombra di vecchi libri di scuola caduti lì chissà quando, più di quattro anni fa di sicuro, e poi scatole vuote di pasti pronti che trasudano unto, impilate una sull’altra. La casa è immersa nel silenzio. Sua madre deve essere collegata anche oggi al corso di giardinaggio, o almeno così dice.

Gianluca si alza in piedi, il pavimento di cotto è freddo, aspro contro i suoi piedi nudi. Cammina lento verso il bagno. Lo specchio sopra al lavandino gli restituisce impietoso la sua immagine. Gli occhi blu sono infossati, piccole luci in un viso pallido, ingrigito, largo. Ha preso molti chili da quando è iniziato tutto, per questo motivo non ha più avuto il coraggio di acquistare nuovi vestiti. Indossa vecchi pantaloni di suo padre, mentre ciondola tra la sua camera, il bagno, la cucina. Un anno fa circa ha iniziato a perdere i capelli. La stempiatura si va allargando come una macchia sulla fronte, e ultimamente anche la nuca ha iniziato a diradarsi. Un giorno, innervosito, ha tagliato i capelli lunghi ed è rimasto a guardare incredulo il viso di un altro, il corpo di un altro che lo fissava. «Lgf», dice Viola. La-grande-fuga. Andarsene loro due, unirsi a un gruppo che si è formato in montagna, in un luogo sicuro e inaccessibile, così dicono. I ribelli del disastro. Ne parla da mesi, dice che è ciò che sua madre vorrebbe che facesse. Ha già provato due volte a coinvolgerlo, e lui ha sempre inventato delle scuse. Anche stavolta ha programmato tutto. Lo faranno domani, alle 21. Lui uscirà di casa e la passerà a prendere, acquattandosi dietro a un cespuglio diventato una foresta sotto alla sua finestra. Lei uscirà da lì col suo zaino, camminerà sulla tettoia e scivolerà giù agile. Già la vede: il piccolo sedere stretto nei jeans, i capelli folti e neri, il sorriso di chi pensa di stare facendo una grande impresa. Quanto darebbe per vederla con gli occhi di John Luke, del sé stesso di quattro anni fa. Ma con questi, con questi no. Questi sono occhi che lei non vorrebbe mai vedere. 

«Non vedo l’ora che…» dice Violet, lasciando cadere la frase. John Luke le prende la mano, mentre passeggiano sul lungomare. Potrebbe giurarci che l’odore persistente del mare e della sabbia li sente lo stesso, così come il cuore che gli batte all’impazzata, un tamburo nel petto. Afferra la mano di Violet, la abbraccia, la bacia avidamente. Cerca di sentire le sue labbra, di immaginarle in un modo vivido, reale. E di farsele bastare.

«Alle 21, va bene? Sei pronto?» dice lei, riportandolo lì, nell’impasse che lui non vuole affrontare. 

Lui fa un cenno con la testa, la stringe più forte. Sente, lo sente anche da qui, che lei è insoddisfatta della risposta, ma in tutta onestà non ne ha una che potrebbe piacerle. 

Si scollega alle 20, appoggia le cuffie e il sensore sulla scrivania, in bilico tra i piatti sporchi. Rimane fermo immobile, bloccato sulla sua sedia da gamer. Piange, piange come quando era piccolo e se ne vergogna. Guarda i minuti che scorrono sullo schermo, lo zaino ancora carico di libri di scuola che se ne sta in un angolo da chissà quanto, il cielo spegnere l’ultimo raggio di sole all’orizzonte.

Attende le 20.47. Poi scrive: «Scusa, mia madre mi ha beccato. Missione abortita».

La vede che scrive, scrive. Poi si interrompe.

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