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I MONDI POSSIBILI non sono sempre altrove: a volte abitano il nostro stesso corpo, nelle vite che avremmo potuto vivere e che continuano a esistere, in silenzio. Linee temporali che si biforcano e prendono vie inattese, in un mondo nuovo dove L’ORA DI STORIA nasconde dietro la realtà ufficiale una manciata di Polaroid di un tempo lontano in cui, forse, era stata possibile la felicità.

Piero Malagoli, autore di “Nel rimorso che proveremo“
L’ORA DI STORIA
Deponendo la tazzina sterile su tavolo della sala professori Antonella socchiuse gli occhi deglutendo l’ultimo sorso della bevanda energetica. Attese il placarsi del capogiro grazie ai glucidi ad assorbimento rapido che avrebbero reintegrato le energie dissipate nel teletrasporto. I trasferimenti oltre i duecento chilometri le procuravano sempre fastidi, che a volte sfociavano in tormentose emicranie.
Credeva che avrebbe finito per abituarsi agli ottocento affrontatiogni mattina, che, grazie alla tecnologia, non richiedevano più di quaranta secondi di traslazione molecolare. Finora non era successo e quegli stucchevoli integratori rappresentavano l’unica panacea per affrontare le ore di lezione. In classe trovò i ragazzi tranquilli, seduti ai banchi, con i visori accesi. Al richiudersi della porta i nebulizzatori alitarono sterilizzante in tutta la classe. Per qualche secondo aleggiò una fumigante foschia di microparticelle, al depositarsi delle quali tutti tolsero i filtri dai respiratori.
«Dove eravamo rimasti?» domandò accendendo il grande schermo elettroluminescente alle sue spalle, un preistorico apparecchio a Quantum Dots che sfarfallò per qualche secondo prima di stabilizzarsi.
«Storia» si udì sussurrare dalla seconda fila. Antonella lo sapeva benissimo.
«Dossier numero 1.146» annunciò, e un frenetico digitare sulle tastiere precedette di pochi attimi lo sbocciare, su ogni banco, di infiorescenze azzurrate materializzate dal nulla davanti agli occhi di studenti adolescenti dalla soglia di attenzione precaria.
«Chi legge?» odiava le voci preregistrate. Preferiva lasciare scorrere le immagini tridimensionali permettendo agli ologrammi di muoversi nel perimetro circoscritto dell’aula azzerando il volume e facendo leggere qualcuno degli alunni.
«Gli anni della pandemia…» attaccò Cristina come per un tacito accordo. Al suono della voce un cilindro di plexiglass scese dal soffitto avvolgendo la sua figuretta in un bozzolo trasparente. Tre delle quattro telecamere agli angoli della stanza lasciarono la cattedra per inquadrare lei.
«Qualcuno ricorda di che anno stiamo parlando?».
«2040…» azzardò Patrik con l’espressione guascona di chi tuttosa, senza bisogno di sprecare il suo tempo in classe.
«2020!» lo contraddisse una cacofonia di voci più o meno convinte; alcune contraddistinte dalla sicurezza della conoscenza, altre a rimorchio, giunte in lieve ritardo come una eco dissonante.
«Che successe, invece, nel 2040?» testò la preparazione dei suoi alunni.
«Il grande black out!» rispose un coro compatto come una sola voce.
«Oltre un secolo fa» confermò Antonella annuendo «Quando la superficie delle terre emerse era più del doppio di quella attuale». Ispezionò la scolaresca con un’occhiata a volo d’uccello. Tutti attenti e ordinati, nelle identiche tute con esoscheletro a sensori biometrici, consci del privilegio di poter seguire lezioni in presenza in un universo dove più nessuno disponeva di un adeguato spazio vitale. Soltanto Patrik pareva infastidito. Si era accorta, Antonella, del suo debole per Cristina e della voglia di far colpo su di lei. Il maldestro tentativo di sorprenderla con una pronta risposta si era ritorto contro di lui. Decise di lasciarlo sbollire senza sottolineare ulteriormente il suo errore. Tanto più che anche lei si stava rasserenando. Il senso di disagio si attenuava, l’emicrania non sarebbe arrivata.
«La pandemia nacque dal nulla nel 2020 e si protrasse per tutto l’anno successivo…» mentre Cristina leggeva, personaggi virtuali presero a muoversi tra i banchi, fantasmi sorti grazie a reticoli di diffrazione il cui deterioramento lasciava intravedere il pulsare intermittente delle frange d’interferenza. Uomini e donne agghindati con abiti improbabili, tessuti con fibre naturali scomparse da decenni, o polipropilene e nylon, proibiti da tempo per le nefaste conseguenze che arrecavano alla salute.Camminavano circospetti tra fumanti rovine di città spettrali, con cumuli di cadaveri agli angoli delle strade, tutti muniti di mascherine, maschere antigas, o caschi sferici obsoleti come quelli utilizzati per l’allunaggio, testimoni di quell’orgoglio modernista destinato a diventare velocemente inattuale, conservato in musei che nessuno visitava più. Il sottofondo di lugubri sirene saturò il silenzio mentre i diffusori olfattivi propagarono un disgustoso tanfo di morte e putrefazione, anche se, in realtà, nessuno in quell’aula poteva riconoscerlo. Da oltre mezzo secolo la gestione dei cadaveri era affidata a un sistema robotizzato per lo smaltimento e il riciclo in risorsa energetica.
«Nel giro di pochi mesi, in tutto il mondo ogni attività fu sospesa, le frontiere sigillate e ogni paese tentò di resistere in situazioni spesso disperate…» Cullata dalla voce di Cristina, melodiosa, ma al contempo stentorea, Antonella si lasciò trasportare indietro, in un’epoca che non poteva conoscere direttamente, ma della quale sapeva più di quanto fosse permesso.
«Le Quattro Guerre della Pandemia furono combattute tra coalizioni di Stati. La prima fu per i presidi di sicurezza, quando la carenza di mascherine e disinfettanti favorì l’espandersi dell’infezione. Furono una sequela di tafferugli e azioni di sabotaggio, atti a depredare le scorte delle nazioni vicine…».
Ciò che di proibito Antonella sapeva, era stato trasmesso da suo padre, e dal padre di suo padre, e, prima di lui, dal padre del bisnonno, che quella pandemia l’aveva vissuta sulla sua pelle.
«La seconda guerra fu per l’ossigeno e l’allestimento delle terapie intensive. Molti medici e anestesisti furono fatti prigionieri e costretti a lavorare come schiavi negli ospedali dei vincitori…».
Tra i banchi, figure impalpabili in camice bianco si affaccendavano attorno a rudimentali letti attrezzati, dove pazienti fittizi venivano ventilati con macchinari antidiluviani che pompavano come mantici ed emettevano sinistri bip cadenzati. Da ragazzina non comprendeva perché suo padre fosse così preoccupato che lei percepisse l’importanza di mantenere vivi quei ricordi lontani. In special modo ora, che il sistema di vita imposto dalla Confederazione metteva al riparo l’umanità intera da rischi del genere. Lei sgranava gli occhi e annuiva, con la compunta serietà dell’insegnante che già albergava in lei.
«La terza guerra fu per il cibo e i combustibili…» continuava Cristina nel silenzio generale «Quando, a causa della forzata inattività, vennero a mancare alimenti ed energia, si scatenò un enorme conflitto tra la Confederazione e gli stati canaglia, che tesaurizzavano le risorse per il proprio tornaconto…».
Comprese l’importanza delle informazioni tramandate da suo padre solo nel momento in cui apprese del grande black out del 2040. Che si fosse trattato di un evento imponderabile come un cataclisma naturale che porti il genere umano sull’orlo dell’estinzione, o di un complotto planetario ordito a livelli inimmaginabili, non fu mai acclarato. Fatto sta che in una settimana di buio telematico andarono dispersi i dati digitali del mondo intero. Tutte le informazioni incamerate negli archivi elettronici, dai grandi cloud ai singoli dispositivi, furono azzerate. Rimase disponibile gran parte della memoria antica, in maggioranza conservata ancora nei libri cartacei, rinchiusi nella desuetudine di polverose biblioteche, ma di quella recente, quasi totalmente custodita nell’evanescenza dell’etere, non rimaseroche labili tracce, subito confuse e distorte dalla fallacia dei ricordi umani e dalla malafede di chi poteva trarne profitto. In sei mesi tutto fu ripristinato, riscritto in modo tendenzioso e propinato come inconfutabile verità. La messa al bando di ogni supporto cartaceo, bollato come facilmente alterabile, completò l’infame disegno. Per i primi anni gli oppositori furono numerosi e agguerriti, poi, col succedersi delle generazioni e l’allettante somministrazione di tecnologie sempre più sbalorditive e ottundenti, qualunque dubbio venne rimosso e ogni menzogna accettata come inoppugnabile realtà.
“Nulla di nuovo sotto il sole”, in fondo…. come recitava la Bibbia, uno dei pochi supporti cartacei ancora universalmente tollerati. Troppo lontani nel tempo e di scarsa applicazione pratica i suoi precetti per rappresentare una minaccia. La storia riscritta dai vincitori è una costante che si ripete dall’alba della civiltà.
«La quarta e ultima guerra…» proseguiva Cristina, inconsapevole e giudiziosa «Fu combattuta per la profilassi. Gli stati paladini dell’uguaglianza e della libertà, uniti nella Confederazione, sbaragliarono i nemici, sviluppando una serie di farmaci e protocolli che debellarono la pandemia. Il mondo civilizzato decise di mantenere lo stato di allerta per lungo tempo e infine di rendere permanenti le misure di cautela e prevenzione, affinché tutto ciò non potesse ripetersi più».
Cristina terminò la lettura, il cilindro di plexiglass che la circondava risalì e una nuova nebulizzazione di liquido disinfettante irrorò il suo banco. L’occhio rosso delle telecamere si spostò di nuovo sulla cattedra e gli illusori figurantiscomparvero in uno sfarfallio. Dio come avrebbe voluto spiegare loro che non era affatto andata così! Che la pandemia c’era indubbiamente stata, che aveva causato lutti e disagi e rovine, ma che il mondo non si era fermato. Gli uomini di allora mai si erano sentiti perduti, non si scannarono in nessuna guerra fratricida e non era stato necessario nessun soverchiante potere sovranazionale per riportare vittorie risolutrici. Lei sapeva come ne fossero usciti col buonsenso, la collaborazione e una massiccia dose di pazienza e coraggio. Avrebbe voluto aggirare le direttive e abbracciarli uno a uno, quegli ignari adolescenti.Rassicurarli sul fatto che i rapporti umani non avevano mai nuociuto, né tanto meno ammazzato nessuno. Moriva dalla voglia di spegnere i video, scollegare ogni ausilio elettronico e raccontare come non avesse nessun senso amarsi rispettando protocolli, procreare secondo le regole imposte dalla Confederazione sul controllo al sovraffollamento planetario. Confessare che per questo aveva preferito rimanere sola, piuttosto che piegarsi a quella follia. Un giorno o l’altro l’avrebbe fatto. Eludendo la sorveglianza e portando in classe le prove con cui smontare quelle bugie. In fondo si trattava soltanto di tre fotografie, tre piccoli cartoncini ingialliti e spiegazzati, risalenti proprio al 2020.
In quell’anno il suo antenato, di cui nemmeno conosceva il nome, aveva appena conosciuto colei che sarebbe diventata sua moglie e coltivava quella passione per le polaroid che doveva farlo apparire tremendamente datato anche all’epoca. Tre sole erano arrivate fino a lei, tramandate come reliquie, dopo che ogni supporto antecedente al black out era stato dichiarato sedizioso e bandito. Qualche sera le ripescava dal nascondiglio nella fodera antibatterica del divano e le allineava sul piano del tavolo, contemplandole alla luce alogena germicida.
Un giovane dall’aria strafottente, con un taglio di capelli improbabile, un’anella alla narice sinistra e vestiti che parevano stracci. Aveva abbassato una rudimentale mascherina azzurra, e mostrava la lingua in un gesto di sfida al mondo, o al virus, le piaceva pensare. Di fianco a lui, una ragazzetta dagli occhi malandrini, che atteggiava le labbra in un simulacro di bacio e le mani in un gesto strano, con le dita contorte, di cui, nel baratro del tempo, si era perso ogni senso e significato. Le persone attorno parevano normalmente affaccendate, nessuno di loro sconvolto dal terrore di una morte incombente.
Nella seconda portavano entrambi quell’inadeguata mascherina alzata (c’era davvero da chiedersi come ne fossero usciti, con mezzi così arretrati), ma i loro occhi erano tuffati gli uni negli altri, e i loro visi vicini fino a sfiorarsi, immersi in una luce abbagliante. Niente rovine, niente cadaveri. Solo alberi in fiore, l’erba rigogliosa di un parco e un grosso cane festante, con una palla rossa stretta tra mandibole atteggiate a un sorriso. L’ultima era quella che amava al punto da struggersi in una nostalgia che nemmeno avrebbe dovuto appartenerle. I corpi spogliati, coperti da succinti costumi, abbracciati ed esposti al sole cocente, sullo sfondo di un mare incantevole. Non conosceva qualcuno (e forse nemmeno esisteva più) vissuto all’epoca in cui fosse ancora possibile esporsi ai raggi del sole senza subire irreparabili danni e forse solo un paio di persone che, sfidando le convenzioni, ancora si stringeva furtivamente la mano. Ora il mare era ovunque, orbo di ogni forma di vita, con acque simili a liquami dai miasmi venefici. In quella foto erano così stretti da sembrare volersi fondere nel connubio di salsedine e sudore dei corpi, tra muscoli guizzanti e tatuaggi grossolani. Il manifesto di un amore travolgente e incondizionato mai più consentito in seguito e ormai considerato alla stregua d’ingenua leggenda. Le montava un turbamento che non sapeva gestire. Una sorta di dolorosa invidia per quell’epoca tanto vituperata in cui, invece, era forse brillato l’ultimo bagliore di vitalità e naturalezza che di lì a pochi decenni sarebbe andato perduto. Soffocato da una contaminazione di tutt’altra specie, germinata dal sospetto indotto dal terrore che in quelle foto nessuno sembrava provare, ma che la successiva manipolazione degli eventi aveva alimentato.
Fu il suono della campanella a strapparla a quei pensieri. Sugli schermi presero a scorrere i protocolli da seguire all’uscita. Disinfezione totale a ultravioletti e ricarica dei respiratori da tenere ben allacciati alle maschere finché non si fosse lasciata la zona ad alto rischio irradiamento.
«Domani geografia» anticipò mentre raccoglieva le sue cose, le spruzzava di ozono e le riponeva nella borsa a tenuta batteriologica
«Parleremo del Circolo Polare Artico. Vestitevi bene, farà freddo qui dentro».
«Sono tutte stronzate… non è mai esistito» puntualizzò Patrik nel tentativo di recuperare, soprattutto con Cristina, la figuraccia di poco prima.
Un vocabolo provocatorio. Tutto ciò che restava dell’indole sovversiva di un adolescente che non avrebbe mai visto l’azzurro di un oceano, sentito il profumo della pelle di una ragazza o il sapore di un bacio, come gli sarebbe stato possibile nella terribile era della pandemia. Antonella, quindi, non si spazientì, né si prese l’incomodo di smentirlo. In fondo era poca cosa, ma qualunque scintilla di ribellione era un tesoro da preservare. Quindi respirò a fondo, pronta a giocare la sua parte di indefessa rappresentante del buon senso comune:
«È nel programma ministeriale, quindi dobbiamo farlo» risposeprima di indossare il respiratore.
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