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19 Marzo 2026

MONDI POSSIBILI/1

I MONDI POSSIBILI non sono sempre altrove: a volte abitano il nostro stesso corpo, nelle vite che avremmo potuto vivere e che continuano a esistere, in silenzio. Non tutte le storie di mondi fantastici finiscono con un ritorno. Alcune finiscono con un ESILIO. Qui non c’è gloria, né ricompensa: solo un risveglio nel corpo di prima, mentre tutto ciò che è stato non ha lasciato traccia. Tranne che in lui.

Flaminia Festuccia, autrice di “La stagione dei papaveri

ESILIO

Dicono che non bisogna cercare i sintomi su Google, perché portano tutti alla stessa diagnosi: morte imminente. Lui lo sa. Ma sono le tre di notte, non dorme da giorni, e anche una diagnosi sbagliata sembra meglio di niente.

Wikipedia offre un appiglio, la cosa più simile alla realtà: sindrome dell’arto fantasma. Scorre la pagina in fretta, come se la risposta potesse nascondersi in fondo. Chiude prima di arrivare alle terapie. Lancia il telefono sul letto sbuffando. 

Dice che è una riorganizzazione sbagliata del cervello, che continua a disegnare una mappa di ciò che non c’è più. Che i nervi insistono. Che il corpo ricorda. Non è del tutto sbagliata, come definizione. Solo che non c’entra niente col suo problema. 

Si guarda il braccio sinistro, che se ne sta lì beffardo, la pelle chiara e i peli scuri, il segno biancastro di una puntura di zanzara grattata con troppa foga. E vorrebbe tagliarselo via. Per sentire di nuovo quella fitta familiare di una ferita guarita male, del muscolo tranciato da un colpo di scimitarra. È l’assenza del dolore la cosa strana, ora. Una cosa che non ricordava.

Sono tante le cose che non ricorda e che fa guidato dalla pura memoria muscolare. Il ronzio di una zanzara intorno alle orecchie gli fa agitare la mano per scacciarla. Solo dopo un istante lo coglie l’assurdo: quella mano non dovrebbe essere lì. È rimasta sul campo di battaglia, a Edeldor, tanto tempo fa.

È assurdo quello che il corpo sa fare anche quando la mente vacilla. 

Si siede di traverso sul materasso, con la schiena appoggiata al muro. Spegne la luce sul comodino che continua ad attirare insetti dalle persiane socchiuse. In un gesto infantile piega le ginocchia, circonda con le braccia quelle gambe lunghe e magre che non riconosce più. Nessuna traccia dei muscoli forti adatti a reggere marce di chilometri, a stringersi sui fianchi di un destriero incitandolo alla carica.

Il suo riflesso in uno specchio bordato d’oro, prima dell’ultima battaglia. Massiccio, muscoloso, forte, le tracce delle lotte e degli anni addosso e sul viso. Segnato e sgraziato, un corpo da guerriero. Ma un corpo che sapeva usare. 

Ora no. Ora è di nuovo il diciottenne smilzo che aveva abbandonato dietro di sé varcando la soglia. In fuga, perché per chi sta scappando qualsiasi cosa davanti è meglio di quella che ti lasci indietro. La ricompensa è spaventosa e esilarante. Un nuovo mondo, un nuovo nome. Uno scopo.

Questo qui, rannicchiato su un letto da ragazzo in una stanza che non ricorda e che pure sa a memoria, è il corpo con cui è partito, cinque anni fa. Cinque anni, anche se la data sullo schermo del telefono non si è mossa di un giorno. E fa vacillare le sue certezze.

Allunga piano le gambe, ci fa scorrere sopra le mani – tutte e due. Si guarda nella luce notturnadella stanza, il buio aiuta a usare un senso alla volta, ad assorbire lo shock. Sotto la maglietta di cotone leggero, sul fianco destro, sente la forma ondulata delle costole e la pelle liscia e tesa al posto della cicatrice lunga di un colpo d’ascia che lo ha preso di striscio. 

Nickla, maledetto. E mentre lo maledice già gli manca. L’amico peggiore e il nemico migliore. La sua guida nel mondo nuovo, lo sguardo acuto e ironico. 

«E quindi sei tu quello che ci salverà, terrestre?». 

Le giornate serrate di addestramento fino a non sentirsi più le braccia, i racconti la sera davanti al fuoco.

La sua provocazione continua.

«È il meglio che sai fare, prescelto?»

Incalzandolo ancora e ancora fino a renderlo perfetto.

La rabbia a coprire l’orgoglio e le ferite. Quella volta che lo ha spinto contro il muro del salone, la spada corta contro la gola, le nocche sbiancate dalla tensione, gli occhi luccicanti. 

Un sibilo rauco contro il suo orecchio: «Dovevo essere io», e lì lui gli aveva letto la follia addosso, che lo consumava e lo rendeva pronto all’estremo.

Ma era già un anno che lui stava a Edeldor, un anno che si addestrava a combattere. Lo aveva scansato con una mossa agile, ridendogli in faccia.

«Fattene una ragione, principe. Lo guido io l’esercito di tuo padre». Anche Nickla aveva riso, alleggerendo la presa sulla spada, fingendo fosse un modo per metterlo alla prova. Fingendo di non essere stato pronto a trapassargli il collo con la lama pochi istanti prima.

Lo stesso, nessuno aveva previsto il suo tradimento.

Il suono di un’ambulanza a poche strade di distanza cancella l’ultima immagine che ha di lui con un colpo secco. Trattiene a stento l’impulso di tapparsi le orecchie con le mani. I suoni pure sono uno strappo costante tra quello che sa e quello che crede.

Sono tre giorni che sta chiuso in camera sua, nella penombra amica di una fine di maggio già calda. Ha detto di sentirsi la febbre, sua madre gli ha toccato la fronte. Si è visto dall’esterno recitare quella parte, nel petto un dolore indecifrabile.

«Sei caldo, stai a casa».

Gli ha portato il tè con le fette biscottate, lasciato un blister di medicine sul comodino con la caraffa dell’acqua e un bicchiere. Lui ha fatto finta di dormire.

Esce dalla stanza solo quando sa di essere solo. Tocca gli oggetti a ricercare nella loro forma e consistenza un motivo per non impazzire. All’ingresso la sacca dell’ultimo allenamento, il giorno in cui è partito. Un post-it sul frigo con l’appuntamento dal dentista per domani. La libreria grande del salone, carica di storie. Racconti di eroi e terre lontane. Battaglie e missioni, regni da salvare. 

Nessuna finisce come la sua.

Tremante di rabbia nello stesso punto che lo aveva visto partire, la fessura aperta nella trama del tempo richiusa da mani veloci, mentre lui cercava disperatamente di raggiungerla e varcarla di nuovo a ritroso.

Non è un esilio, è una rimozione.

Ha fallito il suo destino, è tornato al punto di partenza. Nemmeno la grazia di non ricordare.

Sarebbe meglio, non ricordare.

Suona la sveglia. Un altro rumore faticoso, difficile, alieno. Un rumore così familiare. 

Allora dillo, di cosa hai paura, pensa. Di dimenticare. 

Scava nei gesti noti come in memorie antiche di una vita che non riconosce, e che pure è la sua.

Arrivare in fondo al corridoio, infilarsi nel calore della cucina. Colazione. 

«Stai meglio?»

Sedersi tra gli sguardi distratti della mattina, il caffè e i biscotti.

Anche il cibo è diverso. 

Anche sua madre è diversa. 

Lui invece è lo stesso. 

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