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9 Agosto 2020

Lettera ai lettori dell’anima dei fiori

Cara lettrice, caro lettore,
il libro che avete tra le mani è un piccolo gioiello dimenticato. Ha più di un secolo, come vedrete dalla sua elegante foggia d’antan e dalla fattura artistico-artigianale d’epoca della sua struttura, che ne fa un monile (o meglio, una parure) datato, certo: ma – forse – anche proprio per questo di particolare, e intatto, fascino. Una bellezza senza tempo capace di irradiare, ancora oggi, bagliori di luce inaspettata dalle sue gemme antiche, incastonate con maestria e lievità in un mosaico prezioso, fino ad oggi coperto dalla polvere del tempo e dell’oblio. Perché questa raffinata parure testuale e intertestuale – recuperata dall’inesauribile scrigno di famiglia di Matilde Serao grazie alla passione e tenacia progettuale dell’editore, che così festeggia, con questo fresco omaggio… floreale ai suoi lettori, i primi venticinque anni di impegno nel complesso mondo della filiera del libro – innesca innanzitutto il meccanismo di una memoria attiva, che è insieme collettiva e individuale. Una memoria necessaria: intrecciata di ricordi comunitari e soggettivi, composta di preziosi frammenti e suggestioni in cammei di rimembranze che non rinviano soltanto alla dimensione antropologica, culturale e sociale della persona (e dell’epoca) che li ha generati; ma parlano, ancora oggi, al cuore e all’intelletto di tutti. Sprigionando emozioni riposte. E innestando nessi e rinvii nella sfera intima e personale di ciascuno.

Non a caso, cara lettrice, caro lettore, la denominazione stessa di cammeo, qui usato come metafora per rinviare dall’arte orafa al testo che avete tra le mani, significa «Il bocciolo di fiore» (dalla parola araba gama’il, poi modificata dai francesi nel termine camaheu) e ha origini antichissime: legate alla natura, al suo regno minerale (l’onice, le conchiglie) e alla simbologia che la complessa e sapiente lavorazione di questi gioielli ha significato nei secoli e comporta tuttora, in termini di identificazione e appartenenza a una famiglia e per custodire – appunto – ricordi. Proprio come il linguaggio più o meno segreto dei fiori: protagonisti del regno vegetale e di questo libro. Del resto, la memoria «non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda», diceva un grande poeta e premio Nobel per la Letteratura, Octavio Paz; in sintonia con un altro scrittore e premio Nobel, Saul Bellow, quando ammoniva: «Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta».
Molti anni fa, nel corso delle mie appassionanti ricerche su Matilde Serao, mi imbattei per la prima volta nel testo originale L’anima dei fiori, rimanendone colpita e incuriosita. Ero nella bella casa romana della nobildonna Adriana Taglioni Gherardini – amata nipote diretta di Donna Matilde, in quanto unigenita di Eleonora Natale Taglioni: l’unica prediletta figlia femmina avuta dalla scrittrice e dal suo secondo compagno di vita, Giuseppe Natale – che con devozione conservava tutte le prime edizioni della (corposa!) opera omnia dell’illustre nonna. Rammento che trasalii, provando il sussulto che ogni studioso vive, quando un mero titolo continuamente citato in bibliografia, ma mai di fatto (ri)letto – in quanto ormai introvabile, dopo la sua pubblicazione iniziale – diventa tangibile e lo si può sfogliare. Compulsare. Si può persino annusarne il profumo e ascoltare l’eco delle sue parole: infilate come pregiate perle scaramazze della collana di una amata trisavola, di cui si cerca di immaginare lo stato d’animo e le motivazioni che generarono il dono di quel suo oggetto, concepito, magari, in un momento particolare della vita di fervida, fluviale e sorprendente operosità dell’Autrice stessa.
Furono pochi, felici istanti. Che sprigionarono il cortocircuito di un tacito desiderio di una nuova edizione, da restituire ai lettori di oggi. Ma poi altre rotte da seguire, altre scadenze, progetti e pubblicazioni in cantiere presero il sopravvento. E il volume restò, muto, sugli scaffali della carissima Donna Adriana. La scelta di Spartaco di riportare finalmente alla luce, per la prima volta da allora, L’anima dei fiori – in origine un unico libro di oltre 400 pagine, articolato in tre parti con una Dedica iniziale e un Commiato finale – è una lieta sorpresa per tutta la comunità (internazionale) degli estimatori, studiosi, lettori appassionati o anche semplici neofiti dell’opera di Matilde Serao. Ed è una gioia, da condividere con voi. A valorizzare la misconosciuta opera, impreziosita dall’acquerello di copertina realizzato per l’occasione dal visionario artista Angelo Maisto – in perfetta sintonia con lo spirito di allora e con la sensibilità contemporanea – anche la decisione editoriale di riproporla sì integralmente, ma declinata in più volumetti pregiati: collezionabili singolarmente, o in un unico cofanetto che ricompone il volume completo. Quasi a centellinarne per gradi il sapore, il profumo e i cromatismi, tipici della scrittura sinestetica dell’Autrice. Le pagine che seguono cercano, in quest’ottica, di offrirvi qualche spunto iniziale per la lettura.

Donatella Trotta

Donatella Trotta, nata a Roma, è cresciuta e si è formata tra Italia, Giamaica, Svizzera e Giappone prima di fermarsi per sua scelta a Napoli dove vive e lavora. Giornalista professionista (dal gennaio 1983 alle pagine culturali del quotidiano partenopeo “Il Mattino”), già docente di ruolo di materie letterarie, è anche autrice, traduttrice e curatrice di libri tra saggistica e narrativa, divulgazione e poesia per varie case editrici, per adulti e ragazzi. Per il suo impegno nel sociale, nella letteratura giovanile e nella promozione del libro, della lettura e dell’arte come esperienza ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Tra i più recenti, il Premio Andersen, il Premio internazionale di giornalismo civile dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, l’Eip-Italia (École Instrument de Paix) dell’Unesco e il Premio di giornalismo Matilde Serao a Carinola, nell’ambito del quale ha ricevuto anche una targa d’argento del Presidente della Repubblica per i suoi studi sulla «madre fondatrice» del “Mattino” che hanno aperto nuove piste di ricerca stimolando tesi di laurea, da Milano a Roma.