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Ci sono eventi che annullano i colori, dal mondo reale come dal ricordo. Nel racconto di Sara Servadei il fango dell’alluvione si fa patina materiale e immateriale, offuscando la memoria così come la prospettiva del futuro.

Sara Servadei, giornalista e scrittrice
DA QUANDO È TUTTO BEIGE
Dal giorno che Elia è morto tutto è beige.
Sono beige le strade, distese opache e senza profondità solcate da piccole crepe raggrinzite, rughe che quando si aprono lasciano intravedere altro beige. È beige l’aria e illumina tutto di una luce strana, calda eppure sinistra. Sono beige le fughe del pavimento, i profili delle porte, gli angoli del corrimano.
A Mara il beige piace, ma non lo può dire.
“Vengono dopodomani con la pompa, mamma. E dopodomani arrivano i volontari delle pulizie, ho parlato con i ragazzi che sono andati in fondo alla strada. Dai, almeno qui sistemiamo”.
La cantina è ancora invasa dall’acqua e dal fango, una melma puzzolente in cui galleggiano vecchi vestiti, una poltrona logora tutta inzuppata, la scatola del servizio di posate buono della bisnonna. Tutte cose che avevano un colore loro, e ora invece sono marroni, sagome luccicanti di melma che premono per raffiorare. Sofia le tocca il braccio, un gesto rassicurante. Da un mese è tutto così: un collage di frasi gentili, piccoli regali, sguardi condiscendenti. Mara sta al gioco, quel gioco lo ha giocato già. E in vari ruoli: quando è mancato suo marito, la mamma della sua migliore amica, la sua mamma. Pensava di aver già dato, di avere subito un numero di lutti appropriato per la sua età: aveva perso chi era destinato ad andarsene prima di lei e pure qualcuno in più. Era a credito, nella sua testa. No, con suo figlio Elia quel gioco non si aspettava di doverlo fare. Era lui che doveva farlo con lei, non il contrario. Era lui che doveva collezionare le foto, concedersi piccoli momenti di pianto, soffocarsi con le incombenze. Rileggere il passato per rivestire frasi banali e gesti senza importanza dell’aura delle cose mitiche, trasformandole nelle massime di un oracolo.
Mara da un mese interpreta l’unica parte che sa fare: quella della donna forte, anche se non è sicura di esserlo davvero.
Sorride, ricambia la carezza di sua figlia.
“Grazie, Sofia. Però posso pulire io. Con calma, tanto è solo una cantina”.
“Non esiste, mamma”.
La guarda con la faccia che dice “sai perché non lo devi fare, anche se non lo posso dire”.
Mara glissa, se si mette a discutere è peggio.
“Vediamo, dai. L’importante è che domani vengano a togliere l’acqua”.
Sofia fa solo sì con la testa, perché questo è un terreno pieno di spilli e nessuna delle due vuole inciampare.
La prima impronta sul fango è una confessione.
Mara guarda la traccia degli stivali lungo la scala della cantina. L’acqua l’hanno tolta, resta solo questa patina, un beige liquido e puzzolente. La torcia con l’elastico che si è messa sulla testa per farsi strada nel buio, un cimelio di quella volta che Elia era voluto andare a tutti i costi a fare trekking di notte con un suo amico, illumina la stanza a pezzi. Sembra un luogo completamente diverso rispetto a quello in cui ha riposto i suoi ricordi per anni. L’albero di Natale sintetico è una massa informe di terra secca nelle punte e bagnata alla base, l’armadietto in cui teneva i giacconi da sci si è rovesciato. Mara colpisce un’anta col piede, il rimbombo metallico fa eco per la stanza, sale lungo le scale. Si danna per aver sbagliato passo. Se qualcuno degli altri condomini la scopre qui dovrà spiegare perché a mezzanotte ha deciso di scendere nella cantina piena di fango. La guarderebbero con la faccia con cui non vuole che la guardino, forse chiamerebbero Sofia. Eccola, la madre orfana che ha una crisi in piena notte: caso psicotico chiuso.
Si muove lentamente, pensa a quei girini che boccheggiano nelle paludi, si impone di essere così: un animale da fango, perfettamente a suo agio in questa devastazione. Fa passi piccoli, prudenti, tasta il terreno con gli stivali. Il pavimento è scivoloso, ricoperto di vecchi giochi sfuggiti ai cassetti, di roba che suo marito ha depositato qui ere geologiche fa: la canna da pesca, il kit per gonfiare le ruote che teneva nel baule della vecchia Panda, il vaso sbeccato vinto al trofeo di bocce del quartiere. La melma è densa, arriva alla caviglia, minaccia di intrappolare anche lei, di rinchiuderla qui tra le cose vecchie e inutili.
Poi la vede. È proprio sul fondo, a terra, ammassata contro il muro accanto a una massa informe di tessuti che forse una volta erano vestiti: Mara riconosce la forma rettangolare, la maniglia rigonfia sul lato più lungo. Si avvicina lentamente, come se dovesse convincerla a non scappare. È molto più pesante di come la ricordava, se la appoggia sul braccio. È viscida e fredda come una biscia, e le sporca le braccia e la maglietta. La apre, esce ancora acqua che le finisce sui pantaloni e dentro gli stivali, goccia a terra, pronta a tornare nella melma. Le scatole dei medicinali si sono fuse tutte insieme in una poltiglia, le sente mentre passa in rassegna il contenuto a tentoni. Il blister delle pastiglie della cardioaspirina, però, c’è ancora. Lei glielo aveva detto a Elia: lascia perdere, non è che se per qualche giorno non la prendo mi viene un infarto. Mannaggia a lei che aveva finito quelle in cucina e che non aveva pensato prima di portare di sopra quelle di scorta.
Mannaggia a lui, che aveva detto “non esiste che rischi, mamma. Vado e torno”.
Etichette: edizioni spartaco, I colori della memoria, racconti, sara Servadei, Spartaco Magazine