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4 Maggio 2026

I COLORI DELLA MEMORIA/2

Prosegue il nostro viaggio tra I colori della memoria con Mara Di Noia, che trasforma il ricordo in una materia viva da toccare, aprire, respirare. In una casa del passato, una scatola di latta custodisce barattoli dai nomi semplici e misteriosi: bianco, giallo, verde, rosso, blu, nero.

Ogni colore libera un frammento di vita, una presenza perduta, un insegnamento rimasto nascosto nelle cose quotidiane. Tra mandorle fresche, campi maturi, estati di salsa e notti stellate, il racconto diventa una meditazione delicata su ciò che ci forma e su ciò che ci manca.

Perché la memoria, ci suggerisce l’autrice, non è soltanto ciò che conserviamo: è ciò che continua a trasformarci.

Mara Di Noia, autrice di “Dosolina. L’Angelo dei bambini

LA SCATOLA DI LATTA

Torno. 

Non so mai se “tornare” sia un gesto deciso o solo il modo in cui la vita, piano piano, mi riporta verso ciò che mi assomiglia. Appena oltrepasso il cancello, il suono del metallo contro il ferro—quello stesso cigolio di sempre—mi raggiunge come un segnale antico. Il quartiere non mi saluta: mi riconosce. E io, senza che nessuno me lo chieda, entro nella casa come si entra in una frase cominciata anni fa e mai conclusa. 

Mi fermo davanti alla cucina. 

Lì tutto pare immobile, eppure so che l’immobilità non è quiete: è attesa. Le sedie sono al loro posto, la credenza ha l’aria di chi custodisce segreti, e la luce che filtra dalle finestre—non so da dove venga—sembra non illuminare gli oggetti, ma riscriverli. 

Allora la vedo. 

La scatola di latta, graffiata e paziente, posata come un gatto su un ripiano troppo alto. L’etichetta è quasi scomparsa, ma una parola resiste: Colori. È la grafia di mio nonno. La sfioro con le dita e mi pare di sentire una specie di elettricità, un brivido sottile, come quando tocchi una pagina prima di aprirla. 

Non sono qui per ricordare in modo ordinato. 

Sono qui per sentire, e per vedere per l’ultima volta questa casa che mi ha vista bambina. 

Apro la scatola. 

Dentro non ci sono colori. Ci sono nomi che sanno diventare sensazioni. Ogni barattolo trattiene una luce diversa e, quando scelgo quale tappo svitare per primo, non è la mia mano a decidere: è la memoria che sceglie da quale ferita cominciare a curarmi. 

Il primo è vicino al bordo, come se volesse uscire da solo. 

Lo sfioro appena con lo sguardo e leggo, quasi non leggendo: Bianco — il colore delle mandorle fresche. 

Lo prendo. 

È un bianco che non ferisce. Morbido, quasi tiepido, come se avesse ancora addosso la polvere dell’alba, quando si raccoglievano nelle prime ore del 

mattino. Quando lo annuso, mi arriva un odore pulito, dolce, tagliato a fette sottili. Vedo—non solo con gli occhi—mani che rompono gusci senza fretta. Sento il suono secco e gentile delle mandorle che si dividono, come se anche il tempo, in quel momento, sapesse essere delicato. 

E poi, all’improvviso, mi rivedo bambina: non saprei dire cosa facessi, ma so come mi sentivo. Allora mi sentivo compatibile col mondo. Come se ogni cosa potesse dirmi “vai”, anche quando non avevo ancora parole per chiedere “dove”. 

Il bianco delle mandorle non mi porta soltanto indietro: mi rimette dentro una certezza che avevo perso senza accorgermene. È come ritrovare una chiave in tasca e capire che era sempre stata lì. 

Rimetto il bianco al suo posto.
Il secondo barattolo ha un’etichetta più luminosa, quasi impaziente. Giallo — il colore del grano maturo.
Quando lo apro, il giallo comincia a respirare. 

Il pavimento della cucina si dissolve. Diventa terra. Diventa campo. Vedo spighe cariche, curve appena, e il vento che passa non per spostarle ma per carezzarle. È un giallo che non si accontenta di stare davanti agli occhi: entra sotto la pelle e si mette a parlare in una lingua che conosco. 

In quel giallo il tempo non corre. Si allunga. 

Io cammino, e ogni passo è una domanda: “Cosa vale la pena custodire?” Intanto il sole—alto, paziente—sembra rispondere: “Ciò che matura senza chiedere permesso.”
In quel giallo capisco una cosa che da adulta faticherei a dire: non sempre il bello serve a illuminare. A volte serve a rendere chiara l’anima delle persone. 

Perché il giallo del grano maturo non illumina le cose: illumina ciò che è importante anche quando non lo dici. 

Appoggio il barattolo e mi sento più viva. Il terzo tappo è verde. 

Mi spaventa un po’, non so perché. Il verde ha sempre il potere di ricordarmi che niente resta uguale, e che il cambiamento può essere dolce o crudele. Dipende da come lo guardi. Chi di verde si veste di sua beltà troppo si fida. 

Ma stavolta non è crudele. 

Leggo: Verde — il colore della vite in primavera. 

Lo apro e sento odore di vento nuovo, di foglie che non hanno ancora imparato a essere stanche. Il verde è tenero, lucido: sembra fatto di luce spremuta in una goccia. Mi attraversa e, senza che io faccia niente, mi ricompone. 

Vedo tralci che cercano il cielo, e capisco che c’è un modo di crescere che assomiglia al coraggio. Non un coraggio fatto di urla, ma di ripetizione: tornare alla stessa cosa, ogni primavera, anche se l’inverno ti ha trovato. Anche se l’inverno ti ha provato. 

È qui che la memoria mi sussurra una domanda: “Se potessi ricominciare senza ricominciare da zero, come lo faresti?” 

Io non so rispondere a parole. 

Il verde mi lascia in bocca un sapore di perdono. Non so chi perdonare. Forse qualcuno che non so nominare. Forse il tempo stesso, che mi ha portato via pezzi senza spiegarmi come. 

E mentre cerco di capire, il barattolo successivo brucia appena. Rosso — il colore della salsa che facevamo in agosto. 

Non è un rosso elegante. È un rosso vero, denso, domestico. Sa di pentole, di legno, di pomodori maturi e mani che si scaldano per il lavoro e per amore insieme. Quando lo apro, mi invade un calore che non viene dalla cucina, ma da dentro—da quel punto in cui l’affetto si trasforma in gesto. 

Vedo il tavolo. Vedo il cucchiaio che gira. Mia nonna che dà indicazioni, su chi fa cosa. Una donna gentile e minuta che diventa rigorosa e autoritaria. Era ciò per cui l’avrebbero giudicata, la qualità della sua salsa. Vedo una cucina dove l’estate non è una stagione, ma una decisione: quella di restare, quella di far durare. Caldo, caldissimo, poca acqua e poche parole, e il rumore di bottiglie messe a bollire. 

Sento l’odore del sugo e mi sembra di sentire anche le risate. Non grandi. Piccole. Tocchi di stanchezza e felicità. 

Mi ritorna addosso la sensazione di quando si capisce, senza pensarci: “Questo è il nostro modo di amare.”
E io ho sempre creduto che fosse solo una ricetta. Invece era una lingua. 

Il rosso mi ricorda che l’amore può essere quotidiano, ostinato—come un sugo che cuoce anche quando nessuno lo guarda. 

Poi d’un tratto mi accorgo di respirare più lentamente.
Il blu mi aspetta come una promessa.
Blu — il colore della notte di San Lorenzo.
Tolgo il tappo e mi sembra che la luce cambi profondità. 

Non è un blu piatto. È un blu che contiene. È il cielo quando ha smesso di essere sfondo e diventa sostanza. Io mi ritrovo a stare ferma fuori—o forse lo ricordo soltanto—ad andare con il corpo nell’attesa. La notte è fresca, e io ho i pensieri aperti come i palmi. 

Aspetto. 

E succede: una luce attraversa e poi è già sparita, ma lascia una scia dentro di me. In quell’istante tutto si fa più semplice: lo so, lo sento. Il desiderio non è una cosa che si conquista; è una cosa che ti mette in sintonia. 

Il blu mi insegna che il cuore può essere giovane anche quando la vita si fa complessa. Mi insegna che le stelle arrivano quando meno te lo aspetti, e che proprio per questo vale la pena di stare a guardare. 

Mi asciugo gli occhi senza capire se sto piangendo o se sto solo trattenendo troppa luce. 

L’ultimo barattolo non è cattivo. È soltanto difficile. Nero — il colore dell’assenza.
Lo guardo a lungo. 

Non voglio aprirlo. Perché so che ciò che è nero va trattato come una stanza che ha bisogno di essere attraversata piano. Ho imparato che certe cose, se le schiacci con la fretta, diventano ancora più pesanti. 

Allora respiro e apro. 

Il nero arriva e non fa rumore. 

È strano: mi aspettavo un dolore che esplode, invece il nero è silenzioso, quasi timido. Riempie di vuoto come un bicchiere colmo fino all’orlo—e capisco che il vuoto non è solo mancanza. È un’assenza che ha una forma, una misura, un modo di abitare. 

Vedo una scena che non so dire quando accade: un posto dentro la mia vita che non ha più ricevuto voce. Nessuna voce. Un “prima” che si spezza e un “poi” che inizia senza spiegare niente. 

Mi sento piccola. Alcune perdite non le trasformi in frasi. Le trasformi in spazio. 

E mentre resto lì, nel nero, accade un’altra cosa. Io capisco. 

Il vuoto, se lo ascolti, non ti chiede di sparire: ti chiede di restare abbastanza a lungo da imparare la sua lezione. L’assenza non è una punizione. È una memoria che ha scelto un linguaggio diverso. Non racconta. Non ti dà risposte. Ti offre una nuova maniera di guardare il mondo. Ti sospende. 

Allora, senza deciderlo veramente, smetto di combattere il nero. Lo lascio essere.
Rimango ferma finché il respiro torna mio. 

E in quel momento tutto ciò che avevo aperto comincia a muoversi, come se i barattoli fossero piccoli soli che orbitano nella stessa stanza. I colori non sono più separati: stanno insieme. Si sfiorano. Si chiamano. 

Il bianco delle mandorle non cancella l’assenza.
Il giallo del grano non nega la notte.
Il verde della primavera non finge che tutto sia facile.
Il rosso dell’agosto non si trasforma in rimpianto, ma in nutrimento. Il blu della notte di San Lorenzo resta stellare, anche quando fa male.
E il nero non diventa fine. 

Allora prendo un foglio bianco. 

Non so dipingere, e non mi interessa. Sto cercando di dire al mio cuore: Vieni, possiamo contenere tutto. Anche ciò che non capiamo. 

Traccio mandorle. Spighe. Tralci. Macchie rosse di salsa. Punta di blu, come un cielo che scappa. E nel punto più scuro, dove di solito scapperei, metto il nero dell’assenza: non per sigillare, ma per ricordare che anche quel colore fa parte della mia storia. 

Quando finisco, mi accorgo di una cosa sorprendente: non mi sento riparata per magia. 

Mi sento trasformata. 

Non perché il dolore scompaia, ma perché smetto di chiedergli di andarsene. Il dolore, a volte, è il modo in cui la memoria ci parla. Non c’è altra via se non attraverso. 

La scatola di latta richiude il suo silenzio. 

Io rimango con i colori ancora addosso, come vestiti appena stesi al sole. E mentre torno a camminare dentro la casa, mi sembra di capire la frase più semplice e più difficile che esista. 

La memoria non è un luogo dove tornare.
È un modo per diventare—un modo per imparare a stare nel tempo senza spezzarsi. 

Perché anche il vuoto ha una tonalità.E l’assenza, se la guardo con garbo, può diventare viola come un tramonto.

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