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1 Maggio 2026

I COLORI DELLA MEMORIA/1

Il numero di maggio di Spartaco Magazine si tinge dei Colori della memoria, tema che attraversa queste pagine tra ricordi intimi, eredità familiari e ciò che il tempo scolorisce senza riuscire davvero a cancellare.

Questo mese abbiamo il piacere di ospitare una collaborazione speciale con l’Associazione Culturale Scuola Montessori APS, che ci ha invitati a far parte della commissione del concorso creativo “I colori della memoria”, promosso tra gli studenti del Liceo Maria Montessori di Roma. Tra i racconti che troverete in questo numero pubblichiamo anche il testo vincitore del concorso, premiato con la pubblicazione accanto agli autori Spartaco.

Ad aprire il numero è Flaminia Festuccia, con un racconto in cui la memoria si nasconde nella trama ruvida di una coperta a righe: ogni colore custodisce un frammento di passato, ogni filo trattiene ciò che il tempo non è riuscito a sciogliere.

Flaminia Festuccia, autrice di “La stagione dei papaveri

UN RETTANGOLO DI LANA RUVIDA

È un rettangolo di lana ruvida a righe colorate, assottigliato dagli anni, ripiegato quattro volte con una cura geometrica. 

Lo tira fuori dal fondo dell’armadio di cedro, ha preso da tempo l’odore del legno aromatico, nessuna traccia più di quello che è stato. L’aveva fatto costruire sua madre, quell’armadio, prima che lui nascesse, messo nell’angolo di quella stanza e mai più spostato. Ha custodito un abito da sposa e la biancheria buona, camicette colorate e abiti pratici. Quando lei è morta, è rimasto chiuso per anni, una bara più lussuosa di quella semplice, in legno chiaro, che lei aveva chiesto e ottenuto.

Da tre anni nella stanza padronale ci dorme lui. 

È parso un sacrilegio riaprirlo, frugare tra quei vestiti di cui aveva perso la memoria, i sacchetti di lavanda essiccata esausti.

«Scegli qualcosa da conservare, il resto lo diamo in beneficenza» ha detto a suo padre, che ha trascorso minuti a passare le dita su quei tessuti variopinti e immobili, quasi sperasse di ridar loro un po’ di linfa con quel contatto. 

Lo ha lasciato lì, con la macchina è andato all’emporio dicendo che avrebbe fatto più in fretta possibile, non sa se per pudore di star lì a fissargli i ricordi, o per la pena di vederlo così, la mano tremante e invecchiata tra le stoffe chiuse a doppia mandata da troppo tempo.

È tornato con le scatole di plastica, i portaabiti, le bustine antitarme. Ha impacchettato le cose da tenere, spostate in soffitta. Ha impacchettato poi le cose da dar via, da portare domenica in chiesa. In fretta, prima che uno dei due si fermasse a pensare che quei tagli fuori moda da più di vent’anni nemmeno il parroco li avrebbe presi in custodia per le sue parrocchiane bisognose. 

Saranno, ormai, diventati stracci.

E suo padre al piano di sopra non ci viene più da quel giorno. Già allora faceva fatica a salire le scale, aggrappato al corrimano, il vecchio infortunio col bestiame tornato a chiedere il conto con l’età che avanza, i vecchi ricordi tornati a mordere ora che non può più soffocarli nel lavoro fisico.

Adesso l’armadio di legno di cedro lo usa lui, ci ha messo le sue cose quando si è trasferito nella stanza del primo piano con la finestra grande che dà sul retro, sui pascoli. Gli piace svegliarsi e non vedere più il piazzale con l’auto e i mezzi da lavoro ma il prato del paddock e l’inizio della staccionata grezza che delimita il pascolo delle vacche. Nell’armadio di legno di cedro ci ha messo i suoi vestiti, le camicie appese, i pantaloni ripiegati, l’abito con la giacca un po’ lisa che serve per andare in banca o ai funerali. 

Sul ripiano di sopra, le lenzuola di ricambio e gli asciugamani. 

Sul ripiano di sotto, la coperta.

Quel rettangolo di lana ruvida, un metro per due, strisce colorate, appena sbiadite dal tempo. 

L’ultima mattina giù al sud, oltre il confine, se n’è rimasto sulla soglia di quella stanza per un tempo troppo lungo, guardandosi indietro. Due settimane, due letti singoli. Dopo la prima notte, ne avevano usato solo uno, disfando l’altro ad arte la mattina per gli occhi della ragazzina che veniva a rassettare.

Due letti singoli, solo uno usato. Su quel letto, la coperta. L’aveva ha infilata nella sacca come un ripensamento, quell’ultima mattina giù al sud, dopo che lui era già uscito incontro al resto della compagnia che era venuta a riprenderli dopo la pausa forzata. Aveva avuto fretta di andar via, quasi che stare ancora insieme loro due nello stretto di quella camera avrebbe potuto compromettere la loro vita al di fuori. 

Lui aveva temporeggiato, invece, e già in quel suo rimanere indietro c’erano i semi di quello che sarebbe stato tra loro per gli anni a venire. Ma non ci aveva creduto, in quel momento, col cuore gonfio di euforia per un futuro che si era improvvisamente aperto su…beh, su tutto quello che c’era stato in quei giorni lì, e in quelle notti.

È tanto che non tira fuori quella coperta. C’era stato un periodo in cui ci aveva dormito per mesi, provando a ritrovare nel ruvido della trama la consistenza imprecisa della pelle di lui, come l’aveva imparata notte dopo notte nella pensione oltre il confine. Adesso la spiega sul letto, per il lato lungo. Ci si sdraia accanto. È pomeriggio, dovrebbe essere fuori a lavorare. Era rientrato un istante per aiutare suo padre che sul portico stava prendendo a martellate furiose una vecchia sedia a dondolo poco collaborativa che stava tentando di riparare. 

«Pa’, è legna per il camino»

Ma lui si era intestardito di più. Ora che non ce la fa più ad andarsene in giro a dare ordini, è in perenne ricerca di qualcosa che possa dargli uno scopo. E lui sospira e pensa meglio qui che tutto il giorno in città a non far nulla, meglio qui che a provare di nuovo a montare a cavallo come il mese scorso che per poco ci è rimasto secco, meglio qui che…che non qui, fondamentalmente. L’ultimo incontro con il medico lo ha scosso più di quanto non voglia ammettere, e sta cercando il modo di parlare con suo padre degli altri accertamenti che lui ha consigliato, ma parlare con suo padre della sua salute è come provare a sellare un vitello: inutile, rischioso, controproducente.

Guarda la coperta distesa accanto a lui come potesse contenere delle risposte. Ha dentro, invece, un ammasso di ricordi che arrivano in fila, bestie docili. Per la prima volta dopo anni, non lo mordono. Si lasciano accarezzare. Ogni striscia colorata ne contiene uno intessuto nella sua trama. 

Il giallo a un’estremità è la prima mattina in cui si sono svegliati insieme – insieme sul serio, senza far finta di aver passato ognuno la notte nel proprio letto. Entrava luce da fuori, sole già caldo che gli aveva colpito gli occhi, il braccio gli formicolava sotto il peso di lui. Aveva trattenuto il fiato guardandogli la nuca, il punto dove finiscono i capelli per lasciare spazio a un incavo morbido prima delle vertebre del collo, desiderando premerci le labbra, non osando farlo per paura di svegliarlo. La distinzione così netta tra fuori e dentro, il terrore di un evento irripetibile – si erano sentiti così i profeti al cospetto dei messaggeri divini? Accecati di luce, con ogni senso acceso, testimoni di un miracolo.

Una striscia arancio bruciato, la terra brulla della campagna arida poco fuori dal centro abitato. Se n’erano andati un giorno seguendo un sentiero indicato dalla signora anziana che gestiva la pensione. Quei giorni infiniti che non sapevano come far passare, irrequieti, e lui che si inventava cose nuove per riempire il tempo. Partiti che era ancora buio, borracce piene e uno zaino preso in prestito, si erano fermati all’ombra di una macchia di alberi radi, la schiena alla civiltà sotto forma di una strada sterrata dove da ore non passava nessuno, gli occhi alle montagne rossastre in lontananza. Avevano litigato. C’entravano i motivi per cui erano rimasti bloccati lì, loro due, col resto del gruppo che era andato avanti. C’erano state provocazioni, e qualche parola aspra, non meno vera perché detta con rabbia. Poi lui lo aveva spinto contro il tronco sottile di uno di quegli alberi scarni, labbra secche contro il suo collo, sulla sua bocca. Sotto la luce del sole, appena nascosti dai rami bassi, un bacio violento che alla fine aveva sentito sapore di sangue.

E il verde e il rosso, poi, dei neon dozzinali di certe serate randagie in cui far finta di cercare la vita notturna, ognuno per suo conto e senza perdersi mai davvero di vista, birra leggera e tequila economica mandate giù senza sentirne il gusto con l’impazienza solo di ritrovarsi insieme, dopo.

Blu, alla fine, blu sbiadito di notti chiuse tra quelle quattro pareti dall’intonaco spesso – ne ricorda ancora l’odore, unito al loro, mischiato al sudore e a una gioia che dopo quei giorni lì non ha provato mai più.

Quello che è successo alla fine non ha voglia di ricordarlo, la speranza di quell’ultima alba mescolata all’amaro del ritorno sulla strada, il clacson dello scuolabus giallo. Lui già pronto sulla porta era uscito senza voltarsi neanche un istante. Da parte sua, un attimo di esitazione, e poi la coperta ripiegata in quattro e ancora a metà schiacciata sul fondo della sacca di tela. Quasi un presentimento di doversi portar via qualcosa di materiale da quella stanza, un appiglio fisico per quando gli sarebbe sembrato tutto vago e lontano e irreale.

Ora stringe l’orlo tra le mani, un gesto infantile di cui si vergogna. Fuori dalla finestra i rumori del pomeriggio, così reali, passa le dita sulla coperta cercandoci dentro un futuro mai esistito.

Il martello di suo padre. Regolare, ostinato, solitario. Un cambio di ritmo, un colpo a vuoto, un’imprecazione secca. 

Serra le dita con più forza per resistere alla tentazione di scendere di sotto, levargli la vecchia sedia dalle mani. Riparare senza sosta cose che non possono essere aggiustate, sembra una maledizione. O il destino di chi è intrappolato dalle scelte altrui, senza altro conforto di quello che avrebbe potuto essere. 

La memoria non aiuta, i ricordi sono chiodi. Suo padre li martella nel legno, lui ancora prova ad accarezzarli sperando non si ribellino, intessuti come sono nella trama di quella coperta, poco più di un rettangolo di lana ruvida a strisce colorate. La ripiega ora, la sua memoria. Di nuovo la ripone sul ripiano basso dell’armadio di cedro.

Etichette: edizioni spartaco, Flaminia Festuccia, I colori della memoria, la stagione dei papaveri, racconti, Spartaco Magazine